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Assalto al campo profughi

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Cosa succede nella civile Australia? Gli "aussie" hanno paura dei "leb". E si scatena una vera e propria guerra xenofoba, che coglie impreparato il governo
(nella foto, spiagge australiane: la scena del delitto)

Joseph Zarlingo

Mercoledi' 14 Dicembre 2005

La sola risposta che il governo del Nuovo Galles del Sud è riuscito a trovare è stata la concessione di nuovi e più ampi poteri alla polizia locale. Il parlamento statale si riunirà domani per esaminare un pacchetto di misure di emergenza, necessarie, secondo il primo ministro Morris Iemma per “affrontare criminali e teppisti che stanno causando i disordini in città”. La città è Sydney, cuore culturale della federazione australiana e vetrina dell’Australia come vorrebbe essere: aperta, multiculturale, vivace. Un’immagine che gli scontri del passato fine settimana hanno intaccato come poche volte nella storia recente del paese.
Tutto è cominciato domenica, quando una folla di australiani “autoctoni”, cioè anglosassoni bianchi (con buona pace degli aborigeni), si è radunata nel quartiere di Cronulla, sulla costa del Mar della Tasmania. Con un messaggio sms molto semplice: dare la caccia ai “leb” (libanesi), ai “wog” (arabi) e ai “mediterranei” (greci, italiani, spagnoli, accomunati dal grossolano razzismo degli aussies a libanesi, afghani, iraniani). La birra ha fatto da detonatore alla presunta “indignazione” scaturita da un (ancora non ben chiarito) episodio del giorno prima. Due mediorientali, forse libanesi, avrebbero aggredito due bagnini sulla spiaggia di Cronulla, paradiso dei surfisti dove né leb né wog sono i benvenuti.
A fare le spese della mobilitazione muscolare e alcoolica, prima una ragazza dai tratti somatici africani, poi negozi, passanti, automobili. Ma non è come nelle banlieues parigine, spiega con stupore la stampa australiana progressista. Qui non sono i “nuovi arrivati” a protestare per la propria esclusione, ma i presunti “veri” australiani. La polizia, dicono le cronache, non è stata particolarmente efficiente nel controllo della folla biondochiomata. Almeno non quanto è di solito con i manifestanti di altro tipo.
La reazione dei “leb” non si è fatta attendere e lunedì notte sono stati loro a scende in bande verso i quartieri bianchi, a partire proprio da Cronulla. Stavolta gli agenti sono intervenuti in forze, per cercare di spezzare il circolo di azione e reazione che si è innescato
tra le comunità etniche. Almeno trenta persone, in due giorni, sono rimaste ferite e gli arresti sarebbero alcune decine.
Per sapere se il mix di nuove leggi e controllo delle strade sarà efficace c’è da aspettare il prossimo fine settimana. Da venerdì sera, giorno istituzionale della sbronza, potrebbe succedere di tutto se, come ha riferito un reporter dell’Associated press, gli sms che circolano danno già appuntamento per “fargliela vedere”. Il primo ministro federale, il conservatore John Howard, è intervenuto per lanciare un appello alla calma e soprattutto per dire che “le violenze di questi giorni non rovineranno la reputazione del paese all’estero”. Reputazione che, in effetti, nel corso dei tre mandati conservatori ha già subito molti colpi. L’Australia è stata ed è nel mirino della Commissione Onu contro il razzismo sia per le sue politiche nei confronti degli aborigeni che per le restrizioni al diritto d’asilo, introdotte già prima dell’11 settembre e poi legittimate dalle necessità della lotta al terrorismo, che ha colpito duramente gli australiani con gli attentati a Bali e in altre località turistiche del Sudest asiatico. Poche settimane fa, il nuovo pacchetto presentato dal governo Howard ha introdotto la possibilità di detenere i sospetti per due settimane senza un’accusa formale e di utilizzare braccialetti elettronici per controllarne gli spostamenti. Decisamente troppo, secondo le associazioni per la difesa delle libertà civili, che però non trovano una sponda politica nel partito laburista, diviso e indebolito. Incapace di attaccare il governo anche sul terreno della politica economica. Secondo le stime delle organizzazioni di volontariato e delle Ong impegnate nel sociale, le riduzioni al welfare introdotte a più riprese dai governi Howard hanno reso più precaria la condizione di molte fasce sociali, soprattutto giovani, genitori single e famiglie monoreddito. Non solo tra i migranti che riescono a superare le strettissime maglie della legge australiana, ma soprattutto tra gli “aussies”, i bianchi. E puntuale si manifesta la crescita della destra xenofoba, che dopo le sconfitte elettorali del partito One Nation, ha preso sentieri carsici che scavano nell’insicurezza sociale, e alimentano i ritornelli populisti contro gli immigrati che contendono agli “autoctoni” i sempre più scarsi servizi sociali. Una miscela capace di trasformare le lattine di birra in bottiglie molotov.



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