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La disputa per i seggi al senato ha spinto il presidente Eduardo Rodriguez (nella foto) a rinviare le elezioni, previste inizialmente il 4 dicembre. Mentre continua il braccio di ferro per il controllo delle risorse naturali, la soluzione della crisi boliviana appare ancora lontana.

Enzo Mangini

Lunedi' 31 Ottobre 2005
Il comitato elettorale nominato dal presidente Eduardo Rodriguez ha deciso di rinviare le elezioni politiche previste per il 4 dicembre prossimo. La decisione finale spetta allo stesso presidente, ed è ancora possibile che si tratti di un rinvio di pochi giorni. Il tempo per cercare un accordo in extremis tra le “brigate” parlamentari delle varie regioni del paese che da fine settembre stanno litigando sulla distribuzione dei seggi nel senato.
Un mese fa la Corte costituzionale, con una sentenza che a molti è apparsa inopportuna, ha stabilito che i 27 seggi del senato, dove sono rappresentate le province boliviane, dovessero essere ridistribuiti per rispecchiare la distribuzione della popolazione emersa nel censimento del 2001. In pratica, la provincia orientale di Santa Cruz, la più ricca del paese, percorsa da dichiarati intenti autonomisti, avrebbe dovuto avere quattro seggi in più, da togliere alle province della montagna. I senatori in carica si sono divisi secondo la loro
appartenenza regionale e la polemica ha ben presto trasceso i toni di una questione tecnica per diventare la valvola di sfogo di risentimenti, a lungo sedimentati nell’intreccio di tensioni sociali, economiche, razziali e regionali. Montagna contro pianura, indigeni contro bianchi e meticci, ricchi contro poveri.
Rodriguez ha annunciato che, anche se i parlamentari non troveranno un accordo per la divisione dei seggi del senato, a gennaio si dimetterà. Evo Morales, indigeno quechua candidato presidente per il partito del Movimento al socialismo (Mas), ha criticato la decisione di sospendere le elezioni, secondo lui dovuta al disegno delle oligarchie conservatrici (in gran parte di Santa Cruz) di bloccare la sua vittoria, che molti osservatori, boliviani e internazionali, danno
quasi per certa.
Le elezioni erano state convocate da Eduardo Rodriguez con un anno e mezzo di anticipo per cercare di risolvere la profonda crisi istituzionale e di legittimità che attanaglia lo stato boliviano. A giugno, il presidente Carlos Mesa era stato costretto alla fuga dalla rivolta popolare scoppiata nella città aymara di El Alto, a ridosso della capitale La Paz. Mesa era subentrato a ottobre 2003 a Sanchez de
Lozada, anche lui fuggito dopo la ribellione scoppiata per bloccare il progetto di privatizzazione delle risorse energetiche del paese. I movimenti sociali più radicali del paese, soprattutto gli indigeni di El Alto, hanno in sostanza congelato le mobilitazioni in vista delle elezioni di dicembre, perché i due argomenti principali della campagna elettorale sono la convocazione di un’assemblea costituente che dovrebbe riscrivere l’architettura istituzionale dello stato e la questione della gestione delle risorse energetiche, in primis il gas naturale. Un eventuale vuoto di potere, aperto dalle dimissioni di Rodriguez senza un nuovo voto, potrebbe significare la ripresa delle mobilitazioni sociali. Ma anche, temono in molti, un colpo di stato o perfino la dichiarazione di secessione delle province orientali.



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