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EL ALAMEIN, 60 ANNI DOPO

Paola Caridi

Domenica 20 Ottobre 2002
Per molte agenzie di viaggi in giro per il mondo, il 60esimo anniversario di El Alamein è un vero e proprio business. Così come le ricorrenze di tutte le altre grandi battaglie della seconda guerra mondiale. Perché il pellegrinaggio della memoria, tra i campi di battaglia e i cimiteri, è a tutti gli effetti un turismo che conta. Assieme ai reduci, ormai nell’ultima parte della loro vita, ci sono i parenti, figli e nipoti, ma anche gente normale, senza legami diretti, solamente interessata al cosiddetto “viaggio storico”.
Così, per El Alamein sono arrivati in parecchi. Mettendo assieme la visita ai sacrari nazionali con la crociera sul Nilo e il giro d’obbligo a Museo Egizio e Piramidi. Sono arrivati da tutto il mondo. Perché dai quattro angoli della terra venivano quei giovani che si trovarono in mezzo al deserto, a oltre cento chilometri a ovest di Alessandria, lungo la litoranea che porta a Marsa Matruh. Giovani soldati protagonisti della più importante battaglia della cosiddetta campagna d’Africa.
A Burg el Arab, abbastanza vicino a El Alamein, sono arrivati in tanti dalla Nuova Zelanda. Guidati da una donna, il premier Helen Clark, venuta a omaggiare una pagina importante della storia, non solo militare, del suo paese. Tra loro, i reduci del glorioso battaglione Maori, responsabile di gravi perdite inflitte agli italiani in un attacco lanciato il 25 agosto 1942. Di kiwis, tra le dune desertiche, ne morirono parecchi, 379. 1700 furono feriti, in un posto a decine di migliaia di chilometri da casa, per sostenere l’impegno dell’Impero britannico contro le truppe dell’Asse.
220mila gli uomini al comando del generale Bernard L. Montgomery, nominato quattro anni dopo primo visconte di Alamein, e provenienti da Gran Bretagna, India, Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda. Ma anche da Grecia e dalla Francia libera. Per combattere italiani e tedeschi, 120mila soldati (molta fanteria) guidati dalla “volpe” Erwin Rommel, il capo dell’Afrikakorps, protagonista di un’avanzata velocissima verso il canale di Suez che proprio a El Alamein venne bloccata. Dando il via a quella controffensiva che nel giro di meno di un anno, dal novembre del 1942 al luglio 1943, spinse le truppe italo-tedesche fuori dall’Africa settentrionale e consentì agli Alleati di varcare il Mediterraneo per sbarcare in Sicilia.
El Alamein fu il punto di svolta, sul fronte sud. La Stalingrado d’Africa, per gli Alleati. O per dirla con una delle famose frasi di Winston Churchill, “prima di El Alamein non ottenemmo mai una vittoria, dopo El Alamein non subimmo mai una sconfitta“. C’era una stazioncina ferroviaria, a El Alamein, letteralmente, “le due bandiere”. Per cinque mesi, invece, la stazioncina fu solo il punto più a nord di un fronte di guerra che si spingeva, a meridione, sino alla depressione di Al Qattara. L’uno di fronte all’altro, i 1100 carriarmati degli inglesi, tra cui – fondamentali – gli Sherman americani, di fronte a una potenza di fuoco italo-tedesca che era solo la metà di quella nemica. E di qualità molto inferiore, dal punto di vista dei mezzi corazzati.
Sul numero dei caduti di tutte le parti nei cinque mesi in cui si svolsero le battaglie di El Alamein gli storici si dividono, perché le cifre indicate si riferiscono al numero complessivo dei caduti nell’intera e lunga campagna d’Africa. Prevale, comunque, l’idea che i britannici pagarono il tributo maggiore con 17.500 morti, mentre poco meno di 15mila furono gli italiani che perirono. Nell’ultima, la più cruenta delle battaglie, che si svolse tra la fine d’ottobre e l’inizio di novembre del 1942, si contarono nelle forze italo-tedesche 9mila tra morti e dispersi, 15mila feriti, 400 carriarmati distrutti. Decimata la Folgore, nel furioso attacco, cominciato il 23 ottobre, che i britannici chiamarono Operazione Pie’ Leggero. Ai 336 prigionieri della divisione Folgore il generale Montgomery concesse l’onore delle armi per il valore con il quale combatterono: erano partiti in cinquemila dall’Italia.
Per gli egiziani, invece, El Alamein significa soprattutto “mine”. Milioni, alcuni dicono decine di milioni di mine piazzate nella sabbia e mai rimosse. Mine dove la gente normale, i beduini, saltano e muoiono. Nessuno di loro, però, è morto nella battaglia che si dipanò tra luglio e novembre. I britannici non vollero usare truppe egiziane. Forse di loro non si fidavano del tutto, visto che per la gente gli inglesi erano colonizzatori e occupanti. In una parola, i veri padroni del paese, con l’ambasciatore di Sua Maestà Giorgio VI, sir Miles Lampson, che teneva le redini del paese, nonostante il potere fosse formalmente nelle mani di quel re Farouk che sarebbe stato spodestato, nel 1953, dai giovani ufficiali guidati da Gamal Abdel Nasser.
Qualcosa di vero c’era, in quel che dicevano i britannici, visto che – ad Alessandria come al Cairo – in molti speravano che la rapida avanzata delle forze italo-tedesche determinata dalla vittoria di Tobruch aprisse a Rommel la strada verso il Canale di Suez. E quindi l’arrivo dei carriarmati delle forze dell’Asse alle piramidi. Questo significava, per gli egiziani, riuscire a liberarsi del dominio inglese.
Gli inglesi, invece, vinsero. Costringendo gli italo-tedeschi alla ritirata. La morte è rimasta unica padrona della sabbia. Fino che, col tempo, non è tornato il ghibli, il vento del deserto, a governare El Alamein. A spazzare le dune, a ricomporle. A coprire cadaveri, armi e mine.


CACCIA DOMINIONI, LA PIETA’ DI EL ALAMEIN

Tutti se ne andarono, tutti i ragazzi di El Alamein. Italiani e non. Tutti meno uno, Paolo Caccia Dominioni. Reduce anche lui dalla battaglia, tenente colonnello del genio guastatori, Caccia Dominioni conosceva il deserto già prima della guerra. Scampato alla conta dei morti, tornato in Italia, entrò nella Resistenza, guadagnandosi anche – da partigiano – una medaglia d’argento. Ma El Alamein gli aveva cambiato la vita. Troppo per non ritornare tra quelle dune con un unico obiettivo. Dare degna sepoltura a chi non solo era morto, ma era rimasto sotto la sabbia. Fino a che qualcuno, mosso dalla pietà e dal quel senso di aver vissuto dolorosamente insieme un’esperienza unica, non decise che bisognava trovarli, quei cadaveri.
Caccia Dominioni ha trascorso 12 anni della sua vita per raccogliere migliaia di salme e, come ingegnere, progettare e costruire per loro un sacrario, quello dove domenica 20 ottobre si svolge la cerimonia internazionale per ricordare tutti i caduti di El Alamein, alla presenza del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, i ministri Antonio Martino e Mirko Tremaglia, le autorità tedesche e quelle del Commonwealth. A dieci anni dalla sua scomparsa, Ciampi consegna alla vedova la medaglia d’oro al valore dell’esercito.



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