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Il destino sembra essersi accanito contro i contadini di Pyongtaek, sulla costa ovest della Corea del sud. Cacciati dalle loro terre nel '39 dai giapponesi e nel '52 dagli americani, rischiano ora di doverle lasciare per la terza volta. Gli Usa vogliono infatti ampliare le due basi militari di Pyongtaek. In loro aiuto, però, è accorso padre Mun Jeong Hyeon (nella foto seduto tra alcuni contadini), un sacerdote che all'altare preferisce le battaglie civili.

Gabriele Carchella

Giovedi' 15 Settembre 2005
Si muove qualcosa a sud del 38° parallelo. A guidare la protesta non è un rivoluzionario col fucile in spalla, ma un prete cattolico dalle sembianze miti. Padre Mun Jeong Hyeon, 65 anni, ha i capelli e la barba imbiancati dal tempo. Indossa occhiali squadrati dietro cui spuntano occhi vispi e scuri come gocce di petrolio. Per camminare si aiuta con un bastone, ma i suoi propositi sono più decisi del passo appesantito dal tempo: “Non cederemo un solo metro quadrato di terra”, assicura parlando in coreano con voce calma e sottolineando le parole con gesti ampi.
La terra contesa è quella dei contadini di Pyongtaek, sulla costa occidentale della Corea del sud. Una terra fertile che dà da mangiare a oltre 1.300 persone, in maggioranza anziani dai volti rugosi che hanno sempre coltivato i campi.
Padre Mun, sacerdote dal 1966, non è un prete qualsiasi. E nonostante le maniere gentili non ama farsi mettere i piedi in testa. Un’attitudine, questa, che gli ha procurato fama e guai nel suo paese a partire dagli anni Settanta, quando decise di difendere le libertà civili contro il regime militare di Seoul. “Nel ’74 fondai l’Associazione preti per la giustizia”, ricorda. “Si tratta dell’evento più importante della mia vita. Quest’associazione di preti cattolici è molto conosciuta e apprezzata in Corea”. L’attivismo gli è costato più volte il carcere, ma la reclusione non ha piegato la sua voglia di combattere. Anzi, con il ritorno della democrazia, sul finire degli anni Ottanta, le energie di padre Mun si sono concentrate sulla riunificazione tra nord e sud, senza dimenticare le battaglie civili. Il sacerdote non disdegna le moderne tecnologie: ha un sito Internet in coreano (www.munjh.or.kr), che presto dovrebbe ospitare anche una sezione in inglese.
Il suo nuovo domicilio è la regione di Pyongtaek. Si è trasferito lì per unirsi alla protesta dei contadini che il governo coreano sta per cacciare per far spazio alle nuove basi americane, privandoli così della principale fonte di sostentamento.
Gli Usa, infatti, intendono smantellare le piccole basi sparse per il paese e concentrare in due principali siti le loro truppe in Corea del sud. Una delle super istallazioni, composta dalle unità di Pang Seong e Seotan, sarà proprio quella di Pyongtaek. Per realizzarla, gli Stati uniti reclamano più di 1.150 ettari di territorio coreano, in aggiunta agli oltre 1.500 occupati dall’attuale base. Se i lavori cominceranno alla fine del 2005, come previsto, dovrebbero essere completati entro il 2008. Sembra proprio che con i contadini della regione il destino abbia un conto aperto: “Questa gente è stata costretta ad abbandonare le proprie terre già in due occasioni – racconta padre Mun. “La prima fu nel 1939 per mano dei giapponesi, che costruirono piste per aerei; la seconda nel 1952, quando gli americani decisero di erigere la base”. E ogni volta i contadini hanno dovuto abbandonare le loro terre e dissodarne altre, anche a costo di sottrarle con fatica alle paludi. I risultati sono stati buoni: dalla regione proviene una delle qualità di riso preferite dai coreani, che dai chicchi bianchi ricavano anche un liquore cristallino dal gusto leggero. La terra attorno a Pyongtaek, del resto, è una delle più fertili del paese, grazie anche al clima favorevole. La prospettiva di un terzo trasloco forzato ha gettato la comunità nello sconforto, soprattutto gli anziani. Sono numerosi gli abitanti che affogano nell’alcol l’angoscia di dover abbandonare tutto, denuncia il movimento “Nomadi per la pace” fondato e guidato da padre Mun, mentre né il ministero della Difesa sudcoreano né la Commissione speciale delle forze Usa in Corea sono disposti ad ascoltare le loro lamentele. “I contadini non sono stati neanche consultati. Hanno saputo della decisione del governo nel 2002 dalle organizzazioni per la difesa civile”, denuncia il sacerdote. “L’indifferenza delle autorità ha suscitato in loro rabbia”. Una rabbia che li ha spinti a organizzare delegazioni nella capitale Seoul per chiedere più volte udienza al ministro della Difesa Yoon Kwang-ung, che però non ha mai aperto la porta ai dimostranti. “Solo una volta”, racconta Kym Taek Kyun, segretario del Comitato di Pang Seong contro l’espansione delle basi Usa, “un funzionario del ministero è uscito per ricevere la nostra lettera di protesta. La replica del governo è stata secca: hanno detto di aver consultato gli abitanti della città e questo è bastato loro per procedere. Ma il parere delle persone che abitano nelle campagne circostanti non è mai stato ascoltato”.
Il braccio di ferro fra i contadini e Seoul ha raggiunto momenti di alta tensione. Come il 9 agosto scorso, quando – riferisce il quotidiano coreano Joong Ang Daily – dieci persone sono rimaste ferite in uno scontro con la polizia in assetto anti-sommossa fuori Camp Humphreys (la base militare dell’esercito americano a Pyongtaek) dove erano accorsi oltre un migliaio di dimostranti tra contadini e studenti. In seguito agli scontri, sono stati emessi quattro mandati di cattura. Uno diretto proprio a padre Mun, il quale però assicura che la resistenza sarà condotta esclusivamente con mezzi pacifici: “L’uso della violenza non fa parte della nostra cultura e significherebbe per noi una sconfitta. Possiamo vincere senza far ricorso alla forza”.
Tra le forme di lotta scelte dall’ “Alleanza nazionale” contraria all’espansione delle basi ci sono le veglie quotidiane a Pyongtaek a lume di candela, che il primo settembre scorso hanno compiuto il primo anno di vita. “In Corea, il movimento di protesta contro le basi ha già un buon seguito”, spiega padre Mun. “Il 10 luglio una riunione del nostro comitato ha richiamato 2mila rappresentanti. Al tempo stesso, conduciamo una campagna di mobilitazione dei privati cittadini, per farli diventare ‘guardiani di Pyongtaek’. Hanno aderito già in 60mila, ma il nostro obiettivo è raggiungere quota 100mila”.
Per la gente di Pyongtaek, la lotta per la terra assume un significato più ampio della semplice difesa di interessi particolari. La loro azione simboleggia il desiderio del popolo coreano di incamminarsi verso la riunificazione con il nord con mezzi pacifici. “La base militare americana minaccia la pace nell’Asia orientale”, si legge nell’opuscolo informativo in inglese preparato dall’Alleanza nazionale. La presenza dell’Usfk (United states forces Korea), secondo il movimento, costituisce un ostacolo al dialogo tra Pyongyang e Seoul e alimenta la tensione tra le due Coree e più in generale nella regione. “Le basi americane aumentano il rischio di una guerra e allontanano la prospettiva della riunificazione con il nord”, avverte padre Mun. “Mentre la Corea del sud si è ormai trasformata in un grande mercato per le armi americane”. La frontiera del 38° parallelo è una ferita aperta per tutti i coreani, e sono in molti a credere che le armi non rappresentino la soluzione. “L’opinione pubblica coreana ha manifestato contro la guerra in Iraq e l’invio di truppe coreane in quel paese. Crediamo che esista un movimento globale contro la guerra che può aiutare anche la nostra causa”. Forti di questa convinzione, una delegazione dell’Alleanza nazionale, guidata dal prete coreano, ha intrapreso un viaggio in Francia, Germania e Italia per intessere contatti con politici e parlamentari. “Ci manca il sostegno internazionale”, continua padre Mun. Un sostegno che l’Ong italiana Crocevia, tra gli altri, sta cercando di fornire ai contadini di Pyongtaek con il lancio di una campagna ad hoc che durerà tutto il 2006. L’aspetto più bizzarro della vicenda è che spetta al governo coreano tirare fuori il denaro per acquistare i terreni dei suoi cittadini, per poi concederli agli Usa. In cambio, Washington restituirà le aree interessate dalla smilitarizzazione, anche se i contadini fanno notare che le terre di nuova occupazione valgono di più di quelle lasciate libere. L’ostilità di parte della popolazione verso le basi americane è alimentata anche dagli accordi tra Washington e Seoul, in base ai quali i soldati americani non sono perseguibili dalla giustizia coreana se si rendono responsabili di crimini. In molti, poi, sono convinti che l’ampliamento della base di Pyongtaek abbia anche l’obiettivo di tenere a bada la Cina, sulla sponda opposta del Mar Giallo, oltre alla Corea del nord, “stato canaglia” per la Casa Bianca, terra abitata da parenti e amici ingiustamente separati per i sudcoreani.

Vai alla scheda sulla presenza militare Usa in Corea del sud.

Questo articolo è stato pubblicato oggi sul Manifesto





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