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Reportage dalla capitale rumena dove ormai i media non si occupano più dei bambini di strada che tanto piacevano dopo la caduta di Ceausescu. In effetti il fenomeno è diminuito ma, dicono le Ong locali, è diventato fisiologico

Emanuele Giordana

Giovedi' 21 Luglio 2005
Bucarest - “Perché andarsene di casa? I motivi sono tanti. Per la maggior parte dei ragazzi è una questione di soldi, sempre pochi in famiglia. Nessun futuro insomma, e allora la strada ti offre una speranza. Ma c’è anche chi se ne va perché subisce violenze o abusi sessuali dai parenti. Di qua c’è uno stress psicologico fortissimo. Di là c’è la strada”. Grandi occhi e i capelli tirati indietro. Difficile dire quanti anni ha, ma ad Aura quello che non manca è la decisione. E un forte desiderio di sognare a patto che il sogno si coniughi con la realtà. Aura ha un passato difficile alle spalle. E un futuro incerto davanti, perché in Romania, il paese che nel gennaio 2007 dovrebbe entrare a pieno titolo in Europa (*), sognare forse non costa nulla, ma mettere assieme il pranzo con la cena è un problema. Specie se hai 18 anni e non puoi accontentarti delle promesse nate nell’89 quando, nel famoso e confuso dicembre di Timisoara, si consumò rapidamente la “rivoluzione” che abbatté Ceausescu e il conducator fu altrettanto rapidamente giustiziato. Anche da molti suoi ex collaboratori che lo preferivano con la bocca cucita per sempre.
All’epoca Aura era piccina e, come per molti suoi coetanei, la rivoluzione fu solo una festa vista in tv. Poi c’era tutto il resto: famiglie in difficoltà che andarono incontro alla crisi che si apriva nel dopo Ceausescu. E da cui nacque il fenomeno dei ragazzi di strada. Con attenzione e forse pietà, ma anche con la dose di voyerismo congenito che ormai attraversa i canali televisivi, la Bucarest del dopo Ceausescu offriva uno spettacolo perfetto. Migliaia di bambini sceglievano la strada e c’erano tutti gli ingredienti necessari: fognature dove costruirsi la casa, capibanda 13enni col cipiglio del duro, colla da sniffare e abiti lerci. Un inferno perfetto per dipingere le tragedie del comunismo. Ovviamente anche una realtà con cui fare i conti, almeno finché il fenomeno era eclatante. Ora che si è drasticamente ridotto, pur se rimane un campanello di allarme, interessa meno. E anche le autorità rumene preferiscono la sordina a una pessima pubblicità per chi vuole entrare nel club europeo.
Juan Miguel Petit, che per le Nazioni Unite si occupa del traffico dei minori, ha definito la situazione rumena “disperata”. Molte ragazze, ha detto in un’intervista alla Bbc, vengono adescate con false promesse e finiscono a prostituirsi in Francia e Spagna; Quella che vedono è un’Europa a due velocità. Le statistiche ufficiali dicono che i ragazzi di strada in Romania sono circa 2mila e che il fenomeno è decrescente anche se molti pensano che proprio gli standard europei, cui la Romania deve aderire entro il 2007, ne produrranno di nuovi. La legge esige la chiusura degli orfanotrofi, uno dei tanti orrori dell’epoca di Ceausescu. Ma dove andranno questi ragazzi, per lo più bambini?
“Non c’è un’età precisa – racconta ancora Aura – vai dai 6-7 ai trent’anni. C’è chi vive in strada da una vita. E la sua vita è la strada”. Lo conferma Sonia Diaconescu, dell’Agenzia nazionale per l’occupazione della forza lavoro: “il rischio di marginalizzazione sociale arriva sino ai 30 anni”. Passi avanti però se ne fanno. “Dal 2002 esiste una legge di tutela sociale sui giovani a rischio e lo stato finanzia gli imprenditori sino al 50% dello stipendio se assumono ragazzi in difficoltà”. Pochi lo sanno, molti preferiscono ignorarlo.
Franco Aloisio, dell’ong locale Apel stima che a Bucarest ci siano circa 1500 ragazzi di strada “Erano 6mila negli anni ’90. Il numero è sceso ma si è stabilizzato. E’ diciamo fisiologico”. Apel è nata dalla Fondazione Parada, una delle prime a curarsi del fenomeno e creata a Bucarest tre anni dopo che il clown francese Miloud Oukili aveva incontrato dei ragazzi di strada alla stazione della capitale nel 1992. Il budget di Apel viene per il 25% da Parada e per il 75% della Fondazione italiana Unidea. “Noi ci occupiamo soprattutto di reinserimento”, spiega Aloisio, una lunga militanza in diverse ong italiane prima di approdare ad Apel. “Ma reinserimento vuol dire molte cose, ad esempio capire la realtà effettiva del fenomeno. La verità è che non ci sono cifre precise”. E infatti molte ong pensano che 2mila sia un numero per difetto. Uno dei compiti di Apel è proprio monitorare il fenomeno ma, al primo posto, c’è il reinserimento. Levi un ragazzo dalla strada e poi?
Aura è una che ce l’ha fatta. E che riesce a parlare di un passato che non è facile togliersi di dosso. “La strada dà un senso di libertà. Ovviamente è una falsa libertà, ma non ci sono controlli, c’è la sensazione che finalmente si piò fare quel che si vuole”. L’attrazione è la “banda” che si è conquistata una zona, un quartiere, una piazza. “La banda diventa la famiglia, copre quella necessità, anche se solo in maniera apparente. La banda è famiglia quando si mangia, quando si dorme assieme. Ma poi ha le sue regole, le sue dinamiche. Dall’esterno la percepisci come un gruppo che ha la libertà di vivere come vuole, ma poi devi imparare i mestieri della sopravvivenza: rubare, prostituirsi, lavare i vetri o chiedere la carità”.
Il sogno è quello della normalità: “Avere una casa, una famiglia felice, una vita rispettabile. E’ il sogno di tanti e forse devi toccare il fondo. Diciamo qui: se non colpisci lo stipite con la testa non vedi il gradino. Uscirne però non è facile. Intanto ci vuole una chance, un’occasione”
L’occasione può essere un lavoro ma non è come dirlo. Apel funziona come un servizio di “mediazione”, per far incontrare i ragazzi col lavoro. Il problema però non è solo ottenerlo ma mantenerlo: svegliarsi alle sette, andarci tutti i giorni, reinserirsi. “Alle aziende – dice Aloisio - presentiamo i ragazzi come una risorsa. Molte società ignorano persino che ci sono contributi pubblici che arrivano al 75% del salario per i primi due anni”. Valentin Bestea, imprenditore, è di quelli che si sono messi a disposizione. Ma per ora lavora per lui un solo ragazzo. “Si è inserito bene, lavora con noi da tempo. E’ prezioso”, dice. Ma non tutti resistono.
“Chi ti aiuta ha un compito immenso. La più piccola negligenza ti ributta in strada”, racconta Aura. “Hai bisogno di sostegno, di incoraggiamento, di stima. E poi la strada ti chiama. Se fai la scelta, per il gruppo sei un traditore. Capisci com’è solo quando ne sei fuori, ma per fare quel passo ci vuole molta forza perché devi diventare un’altra persona” Coraggio. “Si, coraggio, perché nel gruppo vigono delle regole. Ci si abitua a rubare anche ai propri amici, c’è una lotta interna per la leadership per avere il comando. Se te ne vai….”
“Per ogni anno sulla strada – spiega Aloisio – ne occorrono 5 per reinserirsi. Trovare lavoro poi non è facile e a volte il tasso di insuccesso è sconfortante, specie nei primi tre mesi. Uno dei problemi più grossi è cosa gli altri pensano di te”. “ La cosa migliore – aggiunge Bestea – è non dire nulla ai colleghi del ragazzo proprio per evitare che si sparli alle sue spalle”.
“E’ difficile uscire dalla strada quando manca la speranza. La speranza di avere un futuro decente. E poi quando lasci la strada cominciano i problemi. Intanto la scuola, visto che molti non hanno finito nemmeno le primarie”. Aura la scuola l’ha finita, poi ha fatto un corso di dattilografa e, infine, uno stage di pasticceria in Francia. Adesso ha una casa e un fidanzato. Finale a lieto fine? No, è in cerca di un lavoro e il viaggio è stato in salita. “Il passato pesa. Certo, c’è gente e gente. Anime e anime. Chi ha buon cuore capisce, ma gli altri? In Francia c’è molto razzismo. Ti guardano storto. Sentono che sei della Romania e subito pensano…..Io mi son fatta degli amici, anche francesi. Ma erano tutti figli di immigrati. Con loro è stato facile”. Ma poi le salta in viso un sorriso. “Sai qual’era il vero problema? Che sono piccolina e facevo fatica infilare le torte nel forno”. Ride. E il taccuino non riesce più a farsi abbastanza grande per raccontare la sua storia.

* La Romania non è così lontana. Nell’Europa comunitaria, la casa per tanti è ancora un sogno. Per così tanti che, nella maggior parte dei casi, non esiste un monitoraggio accurato che possa fornire una cifra attendibile sugli homeless, una categoria con molte sottospecie: i roofless, quelli che vivono in casette di cartone o sotto un cielo di stelle; gli houseless, che vivono in centri di accoglienza, istituzioni, luoghi di assistenza temporanea; gli insecure housing, che se ne devono andare da un alloggio, che lo hanno occupato o che sono temporaneamente presso parenti, gli inadequate housing, che vivono in un’auto o in una roulotte. Come in tutte le cose dell’Unione si cerca un parametro di definizione comune ma in realtà, come emerge dai rapporti di Feantsa (European Federation of National Organisations working with the Homeless, nata nel 1989 come Ong europea: www.feantsa.org), il fenomeno dei senza casa ha dimensioni che sono appena percepite. In mancanza di dati, spesso suppliscono le indagini delle Ong, tra cui spicca Caritas. Austria, Germania, Grecia, Italia o Portogallo, ad esempio, sono avari di statistiche ufficiali. L’Olanda denunciava tra 2 e 2.500 homeless ad Amsterdam ma anche 4.600 per la sola Rotterdam. Son numeri però del 2001. In Francia, che come la Gran Bretagna, una lunga tradizione di accoglienza e monitoraggio, traccia un bilancio di 46.000, ma anche di 37mila letti disponibili. In Austria i senza tetto sono 2mila ma diventano 12mila, se si conta chi ha almeno un rifugio temporaneo. In Italia l’unico dato certo riguarda i centri di accoglienza per immigrati, l’unica categoria veramente monitorata in tutta Europa.



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