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Florin Tudor, artista di 30 anni e con molta energia, ha ideato e allestito la mostra su come la pittura rumena ha ritratto il conducator durante il regime (nell'immagine una delle opere). E ne ha già in mente un’altra da realizzare entro un paio di anni. Intervista

Emanuele Giordana

Sabato 18 Giugno 2005
Bucarest - Circa cinquecento oggetti, di cui 160 quadri, divisi per motivo ispiratore (il presidente operaio, le visite al popolo, persino alcune tele con contesto quasi religioso). Busti, statue, regali, testi e riviste dell’epoca. Il soggetto protagonista è sempre lui, Nicolae Ceausescu, accompagnato spesso dalla proterva moglie Helena e, a volte, dai pargoli della famiglia “reale”. Caduto nel dicembre dell’89, sommariamente giudicato e rapidamente giustiziato, Ceausescu è ancora vivo nella memoria collettiva della Romania anche se, per molti versi, resta un tabù. Un tabù infranto dalla mostra dedicata a all’iconografia del dittatore, che ha appena chiuso i battenti al nuovo museo di arte contemporaneo di Bucarest (http://www.mnac.ro/events%20main.htm). Ma Florin Tudor, artista di 30 anni e con molta energia, che ha ideato e allestito la mostra su come la pittura rumena ha ritratto il conducator durante il regime, ne ha già in mente un’altra da realizzare entro un paio di anni. Lo incontriamo nel palazzo che ospita il museo e che è poi un’ala della grandiosa ed esagerata costruzione, denominata “Casa del popolo”, che Ceausescu aveva voluto per celebrare se stesso e che, alla sua morte, non era ancora finita: pavimenti di marmo, ingressi giganteschi, facciate impreziosite da colonne neoclassiche che reggono un tipico palazzo realsocialista. Un’intera collina sbancata per far posto a un mostro edilizio che ha spazzato via un intero quartiere e i suoi abitanti e che oggi ospita anche il parlamento.
“L’esposizione – spiega Tudor – è stata una sorta di esplorazione del lato oscuro della pittura rumena delle ultime decadi: omaggi pittorici realizzati con la formula del realismo socialista per celebrare e consolidare il culto della personalità del leader. Ma non abbiamo realizzato l’allestimento con un intento storiografico. E’ piuttosto lo studio di una “deviazione” artistica. Un progetto il cui intento era aprire, o riaprire, il dibattito sull’arte in Romania nel contesto socialista. Un preambolo, per me, di un lavoro da sviluppare nei prossimi anni. Anche perché per ora abbiamo riunito soltanto opere che erano presenti nelle collezioni di Bucarest. Ma l’idea è di raggiungere anche le opere della periferia. Andarle insomma a cercare nel paese profondo”

Ceausescu appare in varie forme: leader carismatico che arringa le folle, o cacciatore nei Carpazi vestito con abiti da montagna. C’è l’immagine del leader che sogna le realizzazioni del socialismo o quella del grande capo che visita fraternamente operai sorridenti al lavoro. Una provocazione?

“Si e che ha avuto un’eco importante sui giornali rumeni (ma anche stranieri come Le Monde o The Guardian ndr) e soprattutto nelle visite. L’esposizione è durata tre mesi e all’inizio c’è stata un po’ di freddezza. Ma poi la gente ha iniziato a venire. Io credo che sia stato uno stimolo importante e credo che abbia dimostrato che i rumeni hanno una grande necessità di rivisitare quel periodo che in Romania è in parte un tabù. Naturalmente c’è chi ci ha criticato, dicendo che la mostra era troppo leggera nei confronti del regime. Ma non credo che ci si possa accusare di un’operazione di nostalgia. Del resto nessuno l’ha fatto

Florin, lei è interessato all’arte sperimentale e concettuale, realizza video e qui si è occupato di realismo socialista…. Come ha coniugato questi due estremi?

Anche con la provocazione. Nei grandi ascensori che sono stati allestiti per il museo e che portano al piano della mostra, avevamo inserito un contributo sonoro realizzato da Aurel Cornea, un artista di 25 anni e che messo assieme i discorsi di tre leader storici della Romania: Antonescu (il dittatore fascista ndr), Ceausescu e Ion Iliescu (il penultimo presidente). Cose che aiutano a pensare il rapporto con la leadership. La mostra del resto illustra delle fasi del regime ceausista molto diverse. C’è quella del controllo totale da parte dello stato. Poi c’è la fase della grande utopia. C’è la fede cieca nel progresso scientifico e addirittura la necessità di “santificare” il regime, come se derivasse da un’investitura divina. Frammenti in cui si possono cogliere influenze diverse. Quella russa ovviamente, ma persino quella della pittura americana

Ripeterà l’esperimento solo allargando l’area di ricerca in Romania?

Non credo. Mi piacerebbe capire anche come eravamo percepiti fuori dai confini nazionali. Una società che vuole costruire il futuro deve conoscere il suo passato, il suo vero passato così com’è stato. E se chi è stato testimone diretto non affronta il suo passato, qualcun altro lo farà. Reinventandolo pur non avendone avuto esperienza. Ecco perché era necessario cominciare subito questa operazione sulla nostra memoria a soli 15 anni dalla fine del regime.



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