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Si è riunito ieri a Sucre, seconda capitale del paese, il Conngresso boliviano, per decidere se accettare le dimissioni del presidente Mesa e designare il suo succesore. Mentre le proteste si intensificano e si teme lo scoppio di una guerra civile, i movimenti popolari chiedono che la scelta ricada sul presidente della Corte suprema Eduardo Rodríguez Veltzé, che dovrebbe traghettare il paese verso elezioni anticipate.

Gabriele Carchella

Venerdi' 10 Giugno 2005
Il pentolone boliviano, in ebollizione da anni, rischia di scoppiare. La ricetta del presidente dimissionario Carlos Mesa Gisbert per risolvere il lungo scontro tra movimenti popolari e le multinazionali non ha funzionato: la lotta per il controllo delle risorse del paese rischia ora di degenerare in una guerra civile. Nelle ultime ore la tensione è salita alle stelle. Tutti gli occhi sono puntati su Sucre, la città che condivide con La Paz lo status di capitale e ospita la Corte suprema. Qui si sono riuniti alle 10.30 di ieri i 157 deputati del Congresso nazionale, lontani dai disordini che hanno turbato La Paz, per decidere se accettare le dimissioni di Mesa e designare il suo successore. Ma i parlamentari boliviani non avranno vita facile. Secondo la Costituzione, la carica di presidente della Repubblica spetta all’attuale presidente del Senato Hormando Vaca Díez, considerato un fervente liberista e un delfino del deposto presidente Gonzalo Sanchéz De Lozada, costretto a dimettersi nell’autunno del 2003 per l’opposizione del popolo ai suoi piani di esportazione del gas naturale. E’ proprio la gestione del gas – risorsa per cui la Bolivia è seconda solo al Venezuela nell’America del sud – l’oggetto dello scontro sociale che divide le masse popolari, fautrici della nazionalizzazione e della redistribuzione dei profitti, e le elite imprenditoriali, favorevoli alla privatizzazione. La designazione di un liberista come Vaca Díez, rischierebbe di far precipitare la crisi con conseguenze imprevedibili.
Proprio per impedire che il numero uno del Senato erediti la poltrona di Mesa, contadini e minatori hanno cominciato a marciare verso Sucre. Sindacati e lavoratori chiedono che la guida del paese venga affidata a Eduardo Rodríguez Veltzé, presidente della Corte suprema e figura di garanzia, affinché convochi elezioni anticipate entro la fine dell’anno. Una soluzione che comporterebbe la rinuncia alla presidenza della Repubblica anche della seconda carica dello stato designata alla successione: il presidente della Camera Mario Cossío. Numerosi consigli comunali, fra cui quello di La Paz, hanno intanto cominciato uno sciopero della fame per opporsi all’elezione di Vaca Díez. Mentre Evo Morales, leader del Mas (Movimento al socialismo), il principale partito di opposizione, ha avvertito che l’eventuale scelta del presidente del Senato potrebbe produrre uno spargimento di sangue. Morales, che i sondaggi danno come possibile vincitore della prossima consultazione, ha detto ai suoi seguaci che “è giunta l’ora che sia la maggioranza a governare il paese”.
A favore delle elezioni anticipate si sono schierati anche l’uscente Mesa, dopo le dimissioni rassegnate nella notte di lunedì scorso, e la chiesa cattolica, che negli ultimi giorni ha svolto opera di mediazione. E, dopo un lungo silenzio, ha fatto sentire ieri la sua voce anche l’esercito, che per bocca del comandante in capo delle forze armate, l'ammiraglio Luis Aranda, si è detto pronto a far rispettare le decisioni del Congresso e a difendere il presidente che quest’ultimo sceglierà.
In queste ore si gioca quindi una partita decisiva per il futuro del paese. Negli ultimi tempi, lo scontento popolare è cresciuto in seguito alla decisione di Mesa di non firmare la legge sugli idrocarburi approvata dal Congresso, che prevede un prelievo complessivo del 50%, tra royalties e tasse, sui profitti delle multinazionali. Con il provvedimento, il Congresso ha cercato di raggiungere un compromesso tra le richieste popolari più radicali di una completa nazionalizzazione del gas e le pressioni delle compagnie straniere, che minacciano di aprire cause per chiedere ingenti risarcimenti in caso di maggiori imposte. I principali oppositori della nazionalizzazione sono i ricchi imprenditori della provincia orientale di Santa Cruz, vera e propria isola all’interno del paese, in cui sono concentrati i giacimenti di gas, controllati da un’oligarchia che aspira a formare uno sorta di stato autonomo con l’appoggio delle multinazionali degli idrocarburi. Tra le accuse rivolte a Mesa dai movimenti indigeni, c’è anche quella di aver recentemente legittimato il separatismo della provincia benestante. Stretto tra incudine e martello, il presidente ha deciso di rimettere il suo mandato. Sarà ora il Congresso a fare la prossima, delicatissima mossa.


Questo articolo è stato pubblicato oggi sul Riformista



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