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Mentre gli alcuni stati fondatori votano no al referendum sulla costituzione europea, Bucarest attende con ansia la data dell'entrata nella UE. Tra speranze e timori. Reportage

Emanuele Giordana

Mercoledi' 1 Giugno 2005
Bucarest - Per una Francia che rema contro, ai margini dell’Europa a 25 c’è chi spinge per entrare. Nella piazza dell’Università di Bucarest campeggia un orologio che sarcasticamente qualcuno ha chiamato del moto perpetuo, e sul quale appaiono i giorni che mancano al gennaio 2007. Quando la Romania dovrebbe fare il suo ingresso in Europa.
Il condizionale resta d’obbligo e non solo per via delle vicende francesi. I più cinici pensano che Bucarest non ce la farà. Gli euroentusiasti, che pure non mancano, sono sicuri che invece la Romania si presenterà con le carte in regola. Quelli coi piedi piantati per terra, danno per certo un anno di grazia per rientrare negli “standard” e dunque credono che la data buona sarà per gennaio 2008. Come che sia, la lunga marcia è in dirittura finale per questa terra con 23 milioni di abitanti e una disoccupazione dichiarata di poco superiore al 6,3%, percentuale che non convince proprio tutti. In un paese che dopo la “rivoluzione” del dicembre ’89 (parola che spesso viene accompagnata dalle virgolette) ha visto adeguarsi all’Europa ricca soprattutto i prezzi, il salario medio è tra i 4 e i 5 milioni di lei. Tradotto in euro non si arriva a 200, una cifra con cui tutti qui dicono che “non ce la si fa”. La corsa all’Europa però si sente nell’aria, una voglia d’Europa che al mercato ha messo le ali. Una delle sfide è quella del comparto automobilistico, col rilancio delle vecchi Dacia, oggi Logan con tecnologia Renault, che si può comprare per 6-7mila euro e che già è commercializzate in diversi paesi tra cui il Marocco, la Cina o Israele, un vecchio amico della Romania.
La Romania gode forse di una cattiva stampa che non si merita. I problemi sono tanti e la riconversione dal dirigismo al mercato libro non manca di intoppi e neppure di effetti sociali spesso devastanti. Ma Bucarest appare come una città dinamica. C’è un gran fervore nel settore immobiliare, dove la speculazione si fa sentire, ma che sta trasformando il volto della città. I prezzi degli appartamenti lievitano a vista d’occhio e gli affitti sono alle stelle: non bastano 600 euro per un buon appartamento di 150 mq. Ma se il mercato immobiliare non è mai un buon test, semmai un indicatore, il più appettitoso resta quello delle privatizzazioni, dove però i giochi son quasi tutti chiusi (il processo sarà completato solo nel 2006) e un manipolo di personaggi ha fatto affari d’oro. Il prezzo delle privatizzazioni dunque, non si paga solo in termini sociali. Ha finito per far accumulare un certo astio da chi si aspettava che dall’eguaglianza forzata non si sarebbe dovuti passare a una diseguglianza patente, di cui le case dei nuovi ricchi, spesso di stile dubbio e ostentato, sono il manifesto più eclatante.
Per l’Italia è un paese interessante. E non solo perché ci sono 17mila italiche imprese registrate in Romania. Gli italiani si sono comprati anche 250mila ettari di terra e siamo al primo posto nell’interscambio commerciale (il secondo partner è la Germania). Tra Italia e Romania ci sono circa 300 voli a settimana e Bucarest dovrebbe esserci alleata anche nella battaglia per la riforma dell’Onu, cosa di cui parlerà probabilmente il ministro Fini nel suo viaggio del 9 giugno prossimo a Bucarest. Ma non è proprio tutto oro quel che luccica. Le statistiche dicono che la piccola e media industria che ha delocalizzato qui(specie dal triveneto), sta guardano verso altri mercati. E nel primo trimestre del 2005, gli investimenti italiani sono calati del 20%. Si spostano a Est. Giuseppe Merlo, direttore di Unicredit Romania, conferma: “Adeguarsi all’Europa significa anche che i prezzi aumentano. E gli imprenditori si rivolgono altrove, dove la manodopera costa meno. Moldavia e Ucraina ad esempio”.
Il quadro poi cambia radicalmente in campagna. “Bucarest è un’enclave. Il resto è un mondo separato da un baratro”, commenta un diplomatico occidentale. E il senatore liberale Varujan Vosganian, presidente della Commissione Finanze del senato ammette: “Il 92% dei villaggi rumeni resta escluso dal sistema bancario”. Ma anche li ci si rimboccanno le maniche, scommettendo in parte sul microcredito che, promette Vosganian, “avrà una sua legge per fine giugno”. Non è l’unico appuntamento. Giugno è il mese di partenza per la privatizzazione della Banca commerciale romana (Bcr) o il mese in cui il lei, “leggero” e inflazionato (la media attuale è dell’8,4% con uno standard da raggiungere per il 2005 del 7% e del 4,5 entro il 2004), comincerà a diventare pesante (meno 4 zeri), segno che già si intravede su alcuni prezzi descritti nelle due voci. Ma sarà anche il mese in cui potrebbe riaffacciarsi una proposta di legge, accantonata in passato, per impedire alla vecchia guardia comunista di presentarsi alle elezioni. Uno dei firmatari, Adrian Mihai Cioroianu, tra i più giovani senatori del parlamento, respinge però al mittente l’accusa che il nuovo governo di centro destra di Calin Tariceanu, insediatosi lo scorso novembre, abbia fatto piazza pulita anche del più piccolo funzionario pubblico cresciuto sotto l’ingombrante ombra dei socialdemocratici dell’ex presidente Ion Iliescu. “Sa cosa le dico? – commenta Cioroianu – C’è chi si lamenta esattamente nel contrario. E cioè che siamo obbligati a tenerci tutte le persone scelte dal vecchio governo e tutelate dalla legge sul pubblico impiego”. Adrian Niculescu, che insegna storia della Romania e che in Italia era un noto dissidente ai tempi di Ceausescu, pensa che la legge sia rischiosa. “Nel bene o nel male, la Romania è l’unico paese ex comunista che ha fatto pulizia. Molti dirigenti del vecchio regime sono in carcere. Molti hanno pagato. Certo, ci sono ancora vecchi securisti che l’hanno fatta franca, ma in questo paese la Securitate (polizia segreta) era così onnipresente che, quando vennero fuori i nomi, si scoprì un passato oscuro per decine di persone al di sopra di ogni sospetto. La verità – continua – è che la prima proposta in questo senso nel '90, il cosiddetto proclama di Timiosoara, voleva colpire soprattutto Iliescu, la persona che, alla fine, ci stava portando nella Nato prima e in Europa poi. Trascinando anche il paese profondo e non solo un manipolo di intellettuali europeisti. Adesso è diverso, vedremo qual'è la proposta, se fa piazza pulita dei securisti sarà una buona legge”.
Iliescu la sua base forte ce l’ha ancora. Nelle campagne. In città molti lo detestano e ricordano il suo passato di quadro del partito. Un’ombra, quella del vecchio regime, che non passa e che ha il suo manifesto più evidente nei palazzoni popolari, cadenti e coi balconi arrugginiti, a volte con i servizi sanitari in comune, che hanno ferito una città dalle belle magioni ottocentesche o di primi novecento, dove il richiamo all’architettura europea si fonde con suggestioni levantine. O dai primi azzardi del razionalismo anni ’30-’40. Senza contare la presenza ingombrante dei palazzi monumentali costruiti con furia iconoclasta e megalomane da Ceausescu prima della caduta. Distruggendo interi quartieri. Eppure c’è anche chi rimpiange quel passato. Niku, tassista che ha sempre lavorato nel servizio pubblico, guadagna 5 milioni di lei ma non riesce a mettere assieme il pasto con la cena. Pensa che la democrazia sia un lusso: “Mi dia retta, in Romania l’uguaglianza è finita”. Adesso può dirlo senza rischiare di pagare il commento con dieci anni di galera.

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