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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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L'ARMA BIOLOGICA DEL GIAPPONE DI HIROHITO 20/4/05

La giustizia nipponica ha respinto la domanda d'appello di dieci sopravvissuti cinesi agli esperimenti biologici condotti nella Manciuria occupata durante la seconda guerra mondiale. L’incubo infatti iniziò lì, a Pingfan in Manciuria, nella famigerata Unità 731

Emanuele Giordana

Mercoledi' 20 Aprile 2005

Shiro Ishii era un personaggio speciale. Nato in una ricca famiglia aristocratica, laureato a pieni voti in microbiologia alla prestigiosa Università di Kyoto, medico dell’esercito imperiale, aveva inventato un filtro speciale che consentiva ai soldati di bere senza pericolo da stagni o pozzi inquinati. Un genio, secondo i colleghi dell’epoca. Un maledetto genio del male. Fu Shiro Ishii ad ottenere dal Trono del crisantemo il via libera al programma più ambizioso, più segreto e più allucinante che accompagnò il Sol levante durante la sua ascesa bellica sino al tramonto nel 1945, quando le stelle e le strisce sventolarono sul partner asiatico dell’Asse. Poi venne il silenzio e l’oblio. E anche grazie alla compiacenza dei vincitori, Ishiiro morì nel suo letto, chissà se perseguitato da una visione che per mezzo milione di persone era stata un incubo. Tornato a galla ieri dopo che la giustizia nipponica ha respinto la domanda d'appello di dieci sopravvissuti cinesi agli esperimenti biologici condotti nella Manciuria occupata durante la seconda guerra mondiale. L’incubo infatti iniziò lì, a Pingfan in Manciuria, nella famigerata Unità 731.
Organizzata come una vera e propria centrale del terrore, dotata di piscina e tennis per i ricercatori, l'Unità 731, modello di altre più piccole, era un universo concentrazionario dove venivano stipate le cavie umane, per lo più cinesi, pescate dalla polizia segreta tra i prigionieri di guerra o la resistenza. A cui venivano iniettate malattie e pestilenze medievali con tecniche ultramoderne. Era questo il programma di sperimentazione biologica per il quale Ishii aveva avuto carta bianca. Studiava le reazioni dei suoi “pazienti” mentre, in preda a febbre e dolori, morivano. Tutto era annotato diligentemente. E, se era il caso, si praticava la vivisezione per vedere come, quando, con che rapidità il morbo fosse in grado di agire. L’idea era sviluppare armi batteriologice in grado di colpire la resistenza cinese o il nemico russo. Virus letali che, una volta sperimentati nell’Unità 731, dovevano andare a colpire oltre le linee nemiche o su villaggi campione in territorio cinese. Come accadde.
Daniel Barenblatt, nel suo recente “I medici del Sol Levante” (uscito in Italia per Rizzoli) ha recentemente squarciato il velo che, forse anche per via dell'epilogo nucleare della guerra, si era disteso sul Giappone di Hirohito (nell'immagine con l'abito tradizionale) per cui, tra rimozioni e segreti di stato, poco si è saputo della maledette avventura che uccise migliaia di persone. Quante? Barenblatt ne stima 4 o 500mila vittime. Solo in parte oggetto delle attenzioni degli aguzzini di Pingfan. Gli uomini di Ishii avevano infatti sperimentato i veleni abilmente selezionati nell’Unità 731 facendo test su popolazioni inermi. E se la guerra non fosse finita, il numero dei morti sarebbe probabilmente più alto. Il vaiolo o il tifo, disseminati dagli aerei imperiali, non perdonavano. E, soprattutto, rimanevano nel terreno, nelle falde, negli alimenti. Trasmettendosi, come vuole la legge del contagio, di persona in persona. Civili naturalmente.
Gli americani vennero a conoscenza del programma ma decisero di secretare le carte, senza inserirle nel processo che si tenne a Tokio sul modello di Norimberga. Opportunità politica o interesse per la ricerca? Sinora gli unici a tentare di giudicare quei crimini sono stati nel ’49 i giudici di un tribunale sovietico. Ma era una corte che giudicava in contumacia. In Giappone, nel 2002 un tribunale di Tokio ha ammesso per la prima volta l'esistenza del programma segreto. Ma come si è visto ieri, al passo avanti ne sono seguiti due indietro.



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