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La mozione non mette in crisi il governo ma è l'ennesimo schiaffo morale alle scelte belliciste del premier

Emanuele Giordana

Giovedi' 6 Febbraio 2003
Il primo schiaffo morale alle sue velleità interventiste, il premier australiano John Howard lo aveva ricevuto nei giorni scorsi dai sondaggi sulla possibile guerra in Iraq: nel suo Paese infatti, il 76% della popolazione è contrario a un attacco senza mandato Onu, mentre il 57% sarebbe favorevole solo se l’uso della forza avesse luce verde dal Palazzo di Vetro. Poi, scampato alla Camera bassa a una mozione di sfiducia proprio sulla guerra (respinta con 82 voti su 63), Howard si è visto ieri sfiduciare dal Senato. Un’alleanza trasversale tra laburisti e altri partiti minori lo ha censurato sulla decisione di inviare truppe nel Golfo a sostegno di un conflitto che, per ora, vogliono solo americani e britannici. Quei 33 voti a favore della sfiducia contro i 31 di sostegno al premier, sembrano così riflettere l’umore di un paese diviso sulle scelte del suo primo ministro. La spia che qualcosa non va nella politica del muso duro che Howard ha varato dopo la strage di Bai di ottobre che ha ucciso decine di ragazzi australiani.
L’ondata emotiva che ha accompagnato la vicenda di Bali sembra dunque in parte essersi esaurita, come dimostra il voto di ieri. Un voto tra l’altro senza precedenti, visto che in oltre cento anni di storia repubblicana, la mozione di sfiducia non era mai arrivata a buon fine. Howard, riporta l’emittente australiana Abc, si è immediatamente difeso dalle accuse di aver preso accordi segreti con Bush per appoggiare, unico Paese con Londra ad aver inviato truppe, i soldati americani già operativi nel Golfo. Gli avversari incalzano sostenendo che, come ha detto il leader dell’opposizione Simon Crean, “se gli Usa decidono di fare la guerra da soli, Jhon Howard vi avrà già incatenato l’Australia”. In sostanza i laburisti accusano il governo di aver stretto una sorta di patto maledetto con l’America: di aver quindi mentito al Paese - sia Howard che il ministro degli esteri Alexander Downer - nascondendo il vero fine della partenza delle tre fregate australiane per il Golfo. Ufficialmente per rafforzare le sanzioni contro il rais. Sotto sotto, sostiene l’opposizione, in nome di un accordo con gli Usa per essere al fianco dei futuri vincitori sin da subito. Illazioni che il governo respingere al mittente ma non senza imbarazzo.
Alla partenza dei soldati il 23 gennaio scorso, l’atmosfera era già tesa. Come ha gridato il leader dei laburisti al Senato John Faulkner., Howard è colpevole di aver inviato “2000 soldati per una guerra non dichiarata e senza una spiegazione persuasiva”. In totale, riassume la Bbbc, le truppe conterebbero 1500 uomini, di cui solo 150 sono truppe d’assalto. Ma le navi impegnate sono già tre e forse i 500 uomini in più citati dall’esponente dell’opposizione si riferiscono a una macchina comunque già avviata e che forse prevede nuove spinte sull’acceleratore.
Il voto di sfiducia al Senato non è per Howard un atto che può creare problemi al suo governo. E’ piuttosto un segnale, un gesto dall’alto valore simbolico e, come ha detto il leader verde Bob Brown, una “condanna storica per il governo”. Sembra infatti segnare la prima vera battuta di arresto di un piano bellicista iniziato due mesi fa quando, all’inizio del dicembre scorso, Howard scioccò i suoi vicini asiatici sostenendo che l’Australia era pronta a mandare le sue truppe fuori dai confini per colpire “preventivamente” qualsiasi minaccia terroristica gravasse sul Paese. Proprio quell’aggettivo, “preventivo”, era stato preso a prestito, evidentemente non per caso, dal vocabolario del presidente Gorge W. Bush.




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