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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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QUANDO LA MORTE CORRE SUL WEB 13/10/04

Le morti sempre piu' numerose di chi, in Giappone, sceglie il suicidio collettivo. Perche' oggi a compiere questa scelta sono non piu' solo i cosiddetti falliti, ma anche i giovani ai quali, apparentemente, non manca nulla? La fortuna di alcuni manuali del suicida perfetto

Pio D'Emilia

Mercoledi' 13 Ottobre 2004
TOKYO - Sette, anzi nove. Forse undici. Ieri le agenzie locali giapponesi sembravano battere un bollettino di guerra. Nel giro di poche ore, nove suicidi confermati. Due probabili. Sette corpi sono stati trovati in un pulmino abbandonato in montagna, altri due in una utilitaria parcheggiata in periferia di Tokyo. E al momento di scrivere, la polizia sta cercando di identificare altri due corpi, trovati nel “mare degli alberi”, un bosco ai piedi del Monte Fuji, tristemente noto per il suo “raccolto”. Quest’anno la polizia vi ha già rinvenuto 73 cadaveri, orrendamente maciullati da corvi e cinghiali.
La stampa, che in genere tende a non dare troppo pubblicità ai suicidi, non ha dubbi: si tratta di suicidi collettivi, organizzati via internet da persone che dopo una vita passata in presumibile solitudine, schiacciata tra le regole ferree di una società che non ammette errori e rallentamenti, cercano, per l’ultimo viaggio, il conforto di uno o più estranei.
C’era un volta il “seppuku”, il suicidio rituale volgarmente chiamato “harakiri”(letteralmente, rescissione delle budella), considerato un privilegio e dunque riservato a nobili e samurai. O il romantico “shinju” il “salto nel vuoto” praticato da coppie disperate, unite da amori impossibili. Dopo aver composto l’ultima, struggente poesia, si gettavano insieme da una cascata, da una montagna famosa, o, più recentemente, da balconi, terrazze, grattacieli. Tecniche sorpassate, che il Manuale del Suicidio Perfetto, da anni un best seller in Giappone (dodicesima ristampa, oltre un milione di copie vendute), cita nella lunga introduzione, prima di elencare 99 tecniche “moderne”. A seconda della forza di volontà, della determinazione, della consapevolezza con la quale ci si vuole separare dalla vita, e a seconda di come si desidera venga ritrovato il proprio corpo, il signor Wataru Tsutomu (pseudonimo dietro il quale pare si nasconda un medico) consiglia da anni i potenziali suicidi. Con ottimi risultati. Nel 2003 in Giappone si sono tolte la vita oltre 34 mila persone, una ogni 15 minuti. Tre volte il numero delle vittime della strada. Nella fascia d’età tra i 20 e i 30 anni, il suicidio rappresenta la prima causa di morte. Nell’ultima edizione – il cui successo è peraltro minacciato da una nuova pubblicazione, Daiojojo (Morire in pace), di Rokosuke Ei, best seller del settore con un milione e mezzo di copie vendute – l’autore introduce l’inquietante fenomeno dela suicidio via internet. Pare che nella prima stesura avesse persino indicato i siti dove rivolgersi per trovare eventuali compagni di viaggio. Ma l’editore, bontà sua, ha deciso di censurarli.
Non che la cosa faccia molta differenza. Chi ha deciso di farla finita, e cerca solidarietà e complicità, non deve far altro che digitare sull’edizione giapponese di qualsiasi motore di ricerca una parola: jisatsu (suicidio). Almeno una ventina di siti rispondono all’appello, offrendo consigli, chat room, l’elenco delle compoagnie di assicurazione (che in Giappone, almeno sinora, pagano anche in caso di suicidio) più affidabili, e persino i numeri di telefonino di disperati in lista d’attesa. “Ciò che preoccupa non è il fenomeno in sé, che fa parte della nostra cultura – spiega il sociologo Yoshihide Sorimachi – quanto il radicale mutamento delle condizioni sociali e delle motivazioni che spingono al suicidio. Anche se per noi giapponesi il suicidio rappresenta una onorevole via d’uscita, dovremmo chiederci seriamente perché, a compiere questa scelta, oggi sono non solo i cosiddetti falliti, ma anche i nostri giovani, ai quali, apparentemente, non manca nulla”.



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