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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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La ditta fa le prime ammissioni. E la poilizia indaga per "negligenza" dopo il peggior incidente, in numero di morti, capitato in un impianto giapponese

Emanuele Giordana

Mercoledi' 11 Agosto 2004
E’ necessario arrivare alla 19ma riga (su 25) del comunicato ufficiale della Kansai Electric Power Co Inc, per apprendere che nell’incidente all’impianto di Mihama quattro persone sono morte. Una maniera, più che molto giapponese, assai reticente di vedere la questione. Ma la Kansai, o Kepco com’è più nota, è adesso sotto inchiesta. La società responsabile del funzionamento e della manutenzione del reattore nipponico, dove l’altro ieri quattro persone sono state uccise dai vapori incandescenti dell’impianto di raffreddamento mentre altre sette sono finite all’ospedale (una è molto grave), sapeva che qualcosa non andava. E anzi aveva in programma per metà agosto un’ispezione. Troppo tardi.
La polizia nipponica ha già iniziato un’indagine per “negligenza” che dovrà stabilire l’entità di quella che appare un’omissione letale che fa dell’incidente di Mihama, tre reattori per la produzione di energia elettrica civile, il più grave, come numero di morti, della storia nucleare del Sol Levante. “Attraverso l’energia illuminiamo la vita e diamo energia al nostro modo di vivere”, recita uno degli slogan della Kepco, uno dei colossi dell’energia del Giappone che però sapeva da oltre un anno, informata da una ditta che aveva in appalto la manutenzione, che qualcosa non andava nel sistema di raffreddamento. La compagnia ha ammesso di essere a conoscenza di un processo di corrosione nelle tubature che le aveva rese più fini del dovuto e che dal ’76, data di messa in opera dell’impianto, non tutto era stato dettagliatamente sorvegliato. La società in sostanza si era limitata ad accettare rapporti “visivi” senza procedere a test con gli ultrasuoni, in grado di dimostrare la possibile tenuta degli impianti. La Kepco si è difesa sostenendo di non aver mai pensato che la corrosione sarebbe stata tanto rapida. Per questo fine settimana aveva in agenda un normale giro di ispezione che, a quanto sembra di capire, non avrebbe portato a grandi risultati. Inoltre sarebbe stato fatto con gli impianti in funzione, altra grave negligenza.
Le contromisure intanto sono subito partite per gli altri impianti: per gli undici di competenza della Kepco, come ha detto alla Bbc il portavoce del gruppo Kenji Yamashita, ma anche per altri ventidue gestiti da altre società e simili ai reattori di Mihama. In Giappone sono operativi in totale 53 reattori di diverso tipo. Quelli di Mihama sono del tipo PWR, ad acqua pressurizzata. Quanto al governo è in evidente difficoltà. Non solo per l’incidente, il secondo così grave in cinque anni, ma per un possibile ennesimo calo di fiducia nella politica energetica di Tokio. Alla fine del 1999, all’impianto di Tokaimura, un eccesso di uranio utilizzato da operai inesperti generò una fuoriuscita di radiazioni che ne uccise due, contaminandone almeno 600. I giapponesi si accorsero allora che il mito della qualità globale applicato al nucleare non funzionava. Quello di adesso è un altro tragico risveglio. Ma l’incubo resta. E non solo per il Giappone. Ieri si è verificato un incendio (subito spento) a un generatore nella centrale nucleare bavarese di Gundremmingen. La “sindrome cinese” non conosce confini.





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