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I miissili di Kim mettono sotto pressione la difesa giapponese

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Dopo l'ennesimo incidente a una centrale. Parla Maurizio Martellini, segretario del Landau Network e docente di Affari internazionali all’Università dell’Insubria

Emanuele Giordana

Martedi' 10 Agosto 2004

Quando la sicurezza di un impianto è affidata all’iniziativa privata, vince ovviamente la logica del costo-beneficio e la prima vittima è sempre la sicurezza. Ne è convinto il fisico Maurizio Martellini, segretario del Landau Network e docente di Affari internazionali all’Università dell’Insubria. “Il problema è antico e il Giappone ha dovuto affrontarlo varie volte anche se l’incidente più grave, Tokaimura nel 1999, non riguardava impianti di produzione di energia elettrica ma un sito dove si riprocessava uranio”
Meno rischiosi professore?
Fino a un certo punto come si vede. Da quel che sappiamo sembra si sia trattato di un problema all’impianto di raffreddamento di reattori ad acqua pressurizzata, come sono appunto quelli di Mihama. Di questi tre impianti, due sono piuttosto vecchi e risalgono alla seconda metà degli anni ’60. Producono 400 megawatt l’uno. Il più recente è del ’72 e produce circa 800 megawatt. Si tratta di impianti non giganteschi e di solito abbastanza sicuri perché non può capitare l’incidente classico da “sindorme cinese” e cioè sul nocciolo, ma piuttosto problemi all’impianto di raffreddamento
E paradossalmente l’incidente sarebbe avvenuto nel reattore più moderno. Ma insomma, professore, il Giappone, dopo l’incidente di Tokaimura, non si era ripromesso di fare uno forzo in materia di sicurezza?
Il Giappone ha spesso incidenti. Anzi, dovremmo dire che ne ha troppi e il motivo è soprattutto uno: la gestione privata degli impianti. E’ un problema che è stato spesso sollevato anche in ambito accademico. Se la logica è il rapporto costo-beneficio, la società privata che gestisce gli impianti deve fare i suoi conti. E questo vuol dire che i reattori devono lavorare al loro massimo. Impianti e personale sono sottoposti a uno stress intenso
Nessuno controlla? Nemmeno l’Ente di stato per l’energia?
Certo, l’istituzione statale controlla ma un conto è verificare tutte le fasi della lavorazione un conto è valutare risultati e standard a valle. Sappiamo ad esempio che l’incidente di Tokaimura fu dovuto all’incompetenza degli operai che ci lavoravano. Il fatto è che impianti di questo tipo sono molto costosi. Per rientrare devono funzionare almeno all’80% della loro capacità. Inoltre, anche se il Giappone con i suoi 53 impianti operativi è ben lungi dalla capacità della Francia (che supplisce col nucleare all’80% del fabbisogno energetico), le centrali gli forniscono il 35% del totale
Come è messo a livello mondiale?
Il nucleare contribuisce per il 16% del fabbisogno totale di energia. Il 17% è prodotto da centrali idroelettriche e il restante 60% da combustibili fossili. La produzione da fonti rinnovabili conta solo per l’1 o il 2%. Il Giappone è fra i paesi che hanno fatto una scelta decisa nei confronti del nucleare e intende andare avanti. Anche con un numero così elevato d’incidenti
Come se ne esce?
Il Giappone lavora all’interno di quella che viene chiamata un’opzione a ciclo chiuso e dunque tutte le fasi di lavorazione devono rispettare determinati tempi che mettono così sotto stress gli impianti nazionali. Paradossalmente sarebbe meglio che avesse più reattori. E, meglio ancora, che utilizzasse un ciclo esterno, cioè procedimenti internazionalizzati e garantiti da consorzi internazionali. In questo modo, non solo aumenterebbe la sicurezza ma sarebbe maggiore il controllo sul traffico dell’uranio che è un altro problema
Rinunciare al nucleare?
Dubito che Tokio ci possa mai pensare soprattutto in un momento come questo e non solo perché il prezzo del petrolio vola alto. Il problema è che, molto probabilmente, tra il 2005 e il 2020 il petrolio arriverà al punto di non ritorno. La domanda sarà sempre più alta e l’offerta sempre più debole






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