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IRAN-DEAL: ORA L’ARMENIA SPERA IN TEHERAN PER SPEZZARE L’ISOLAMENTO. SE PUTIN PERMETTE

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IRAN-DEAL: ORA L’ARMENIA SPERA IN TEHERAN PER SPEZZARE L’ISOLAMENTO. SE PUTIN PERMETTE

A pochi giorni dallo storico accordo sul nucleare tra Occidente e Tehran, un reportage dal confine Iran-Armenia: tra le vestigia di due guerre fredde e sulle tracce di un'antica amicizia. Cui Yerevan ora guarda con speranza, per emanciparsi da Mosca. Ma non solo. (Nelle foto: turisti iraniani in Armenia. Il confine Agarak; la città di Mehri)

Lucia Sgueglia

Mercoledi' 20 Luglio 2016

Agarak-Mehri, confine Armenia-Iran


A guardarla, quella distesa di pietre rosse arse dal sole, ammucchiate a perdita d’occhio intorno al canyon sul fiume Arax, un rigagnolo che trasforma in verde all’istante quel poco che sfiora, non si direbbe che il futuro passi di qui. Vecchie torrette di guardia sovietiche arrugginite, il tunnel della ferrovia per Yerevan chiusa da anni, miniere di molibdeno abbandonate come scheletri di dinosauri divorati dalla sabbia, un’insegna sbiadita: “Gloria all’Ottobre!”. Vestigia della guerra fredda est-ovest. Sull’altra riva, oltre il filo spinato, si intravedono i minareti sciiti di un piccolo villaggio, e una strada nuova di zecca. L’altra guerra fredda, che Teheran sta per lasciarsi alle spalle.
Per più di 20 anni dopo l’indipendenza dall’Urss, questo sperduto confine col paese degli ayatollah, 383 km a sud di Yerevan, è stato l’unico sbocco commerciale col mondo esterno, insieme alla frontiera nord con la Georgia, per la piccola Armenia cristiana e la sua economia, soffocata dal blocco economico con Turchia (per il genocidio mai riconosciuto) e Azerbaijan (per il conflitto del Nagorno-Karabakh), due frontiere chiuse su quattro. Tra i due paesi corrono ottimi rapporti e antichi legami. E ora dopo l’accordo nucleare, Yerevan spera in Teheran per spezzare l’isolamento. Diversi i progetti in ballo: un nuovo gasdotto che potrebbe portare il gas iraniano, via Tbilisi, fino in Europa (aggirando Mosca), una ferrovia lunga 470 km che nel progetto “Via della Seta” unirebbe il Golfo Persico al Mar Nero; e una centrale idroelettrica. Il primo accordo con Teheran è stato firmato il 4 agosto per costruire una linea elettrica verso l’Armenia: valore 107 milioni di euro, 83 finanziati dall’Iran.

Ma mamma Mosca si oppone. Per il capo delle ferrovie russe Yakunin, “la tratta Iran-Armenia non è produttiva”. Quanto al gasdotto, dall’Iran ne esiste già uno ma è in mano a Gazprom, che ne ha ridotto il diametro. “Putin non vuole concorrenti, ha paura di perdere il suo ultimo alleato strategico nel Sud Caucaso” spiega Hrant Bagratyan, ex premier negli anni ’90, oggi deputato d’opposizione. “Le compagnie russe producono attualmente il 20% del Pil armeno, senza contare le rimesse dei nostri emigrati. Controllano tutti i settori strategici, energia in testa, poi banche, telecomunicazioni. E purtroppo la dipendenza è destinata a crescere”.

Dalla dogana spunta una famigliola in auto; una delle figlie scende, si toglie il velo e sbottona il paltò, sbuffando nell’afa. Una lunga colonna di tir-cisterna con targhe persiane sale verso Meghri, prima città dopo il confine: sono carichi di gas, quel liquido che oggi Yerevan paga a caro prezzo, più dell’Ucraina. Li seguono in coda decine di bus turistici, da Tabriz e da Teheran. I locali tentano di ‘adescarli’ lungo la strada con chioschi che vendono cognac e vodka aperti 24h. Niente da fare, tutti hanno fretta: “Destinazione Yerevan. Là ci sono i caffè, le discoteche, la musica, e le ragazze”, ammiccano due amici su una spider amaranto. Dopo il Ramadan, gli hotel della capitale armena pullulano di iraniani, la sera li trovi a scatenarsi nei balli nei tanti ristoranti all’aperto. Alla frontiera sud, i tir si inerpicano per l’unica arteria sud-nord, impervia e sconnessa, verso il primo di una serie di passi d’alta montagna fino a 2500 metri: lassù gli automezzi non riescono neanche a scambiarsi, capitano catastrofi.

A settembre 2013, poco prima della rivolta a Kiev, dopo un incontro con Putin il presidente Sargsyan all’improvviso ha detto addio ai negoziati per l’accordo di associazione con la UE, scegliendo invece l’Unione Economica Eurasiatica a guida russa, con Kazakhstan, Bielorussia e Kirghizistan. Ora l’Armenia patisce la crisi russa, le sanzioni e il crollo del rublo. “E abbiamo le mani legate, per anni forse non potremo firmare accordi bilaterali con paesi terzi. La Russia è un partner importantissimo per noi, non si discute: ma siamo uno stato indipendente, essere amici non significa essere schiavi”, avverte Bagratyan.

L’insofferenza rischia di montare. Nel giugno scorso, a Yerevan sono scoppiate grosse proteste contro un rincaro delle bollette (hashtag: #ElectricYerevan), centinaia di giovani per giorni in piazza a chiedere, anche, più libertà e democrazia. La rete elettrica, manco a dirlo, è in mano alla russa RAO-Ues, capeggiata da Igor Sechin, il “falco” del Cremlino. Nel timore di una nuova Maidan, Mosca, che qui ha due basi militari, ha fatto concessioni al governo armeno, inclusa una fornitura di missili. “Non siamo antirussi, e l’Armenia non è l’Ucraina” precisa Babken DerGrigorian, tra gli attivisti più noti in piazza. “Ma Mosca si comporta da colonialista e fa il doppio gioco. Basti pensare che è il maggiore venditore di armi all’Azerbaijan, i nostri nemici. Come la mafia: ti offro protezione, e allo stesso tempo ti minaccio”.

Nel vecchio centro di Meghri aggrappato alla collina, un gioiello in rovina tra porticati lignei dell’800 in stile ottomano affacciati sulla vallata, vicoli a precipizio, chiese affrescate e orti rigonfi di albicocche e melograni, una coppia di contadini seduti in terrazza guarda il traffico scorrere via: “L’Iran? Per noi è così vicino. Eppure così lontano”.

Copyright La Stampa

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