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IL SOGNO DEL KURDISTAN SIRIANO: A MOSCA, GRAZIE A PUTIN. REPORTAGE

A Mosca aperto il primo ufficio all'estero del Kurdistan siriano. Ultima mossa di Putin contro Erdogan. Ma anche pedina di una partita più grande tra Usa, Iran e sauditi. Nel ricordo della vecchia amicizia sovietica...

Lucia Sgueglia

Domenica 6 Marzo 2016
Pubblicato su La Stampa.

Tekstilshiki, un quartiere di semi-periferia a Sud-Est di Mosca, una strada lontana dalla fermata del metrò. Tra autoricambi e bassi condomini sovietici c'è un business center tutto nuovo e moderno, fuori un’insegna: «Associazione degli imprenditori curdi». Fondata solo un anno fa. Al terzo piano un piccolo ufficio lindo e asettico, tutto è nuovo a partire dai mobili. Alla parete il ritratto di Abdullah Ocalan, il leader del PKK turco terrorista per Ankara, ma non per Mosca. A fargli da corona due grandi bandiere, una russa e una del «Rojava», la regione Nord della Siria che dal 2013, in pieno conflitto, ha già dichiarato un'autonomia de facto. Qui potrebbe realizzarsi il sogno dei curdi siriani, l’incubo di Erdogan, un Medioriente ridisegnato. Dal 10 febbraio questa è la prima sede all'estero del «Kurdistan occidentale». Non una rappresentanza diplomatica ufficiale, formalmente solo una «Ong». Ma la speranza è conquistare l’appoggio russo per l’autodeterminazione nella Siria che verrà.

«Per noi è un passo storico, ci abbiamo lavorato cinque anni, ma di certo la rottura tra Mosca e Ankara dopo l’abbattimento del jet russo a novembre ci ha aiutato», ammette il giovane capo missione, Rodi Osman, un ex insegnante passato all’attivismo politico. Viene dal villaggio siriano di Sari Kani, a ridosso del confine turco, poco distante da Cezri, la «Seconda Kobane». Con lui l’interprete-assistente Farhat Patiev, uno degli almeno 64 mila curdi di Russia, e membro del Consiglio di Putin per i rapporti inter-etnici.
«Qui nei dirigenti russi abbiamo trovato comprensione», spiega Osman, che è arrivato a Mosca solo due mesi fa, non parla il russo, e prima dell'inaugurazione avrebbe svolto incontri con «alti ufficiali» dalla Duma agli Esteri, ma non vuole rivelare i nomi degli «sponsor». Qualcuno parla già di un Putin «padrino del Grande Kurdistan»: i raid aerei di Mosca da settembre hanno aiutato indirettamente l’avanzata dell’YPG, l'ala armata del partito curdo-siriano PYD (Democratic Union Party, che per Ankara è un ramo del fuorilegge PKK), cui la sede moscovita è strettamente legata. Riguardo al partito dei lavoratori di Ocalan, «Il nostro è un legame ideologico. Quello al muro non è solo il ritratto di un uomo, ma la filosofia di un intero popolo» chiarisce Osman indicando il quadro. La Turchia, che ha incolpato il PYD per l'attentato del 17 febbraio ad Ankara, è infuriata.

L'ufficio curdo di Mosca però non si sbilancia. Assicura che l’obiettivo del Rojava non è l’indipendenza come per Erbil, ma «una Siria come nazione confederata, democratica e multietnica, con organi di governo eletti localmente e delegati centrali. Un potere concentrato solo a Damasco sarebbe un grosso errore». È il piano di Siria federale che circola sempre più. Modello? "La Svizzera". Bandiera, il laicismo: pochi mesi fa la Siria secolare pareva seppellita, ora per Osman che ricorda il ruolo eroico delle donne Rojava nella resistenza, ha una chance.
Comunque l’ottimismo per le «buone notizie» che giungono dal fronte trapela, il momento appare propizio ai curdosiriani. Patiev indica sorridente una mappa a parete: «Questo è il Kurdistan siriano, diviso nei 3 Cantoni amministrativi di Cizre, Kobane e Afrim. Attualmente quasi l’85% del territorio è sotto il nostro controllo, e probabilmente in futuro aiuteremo i nostri alleati sunniti arabi a liberare i loro territori e dirigersi a Sud, verso Aleppo». Se cade Azaz, sacca jihadista al confine turco, «sarà fatta, l’Isis non passa più, la frontiera turca sarà bloccata. Dobbiamo solo pazientare ancora un pochettino...», scherza.
E la tregua? «Ora non stiamo combattendo, facciamo solo autodifesa». È Ankara a violarla continuando a bombardare da oltreconfine, accusano. A Mosca i russo-curdi stampano un mensile in cirillico, "Svobodny Kurdistàn" (Kurdistan libero), e gestiscono diversi siti web in lingua russa, tra cui Kurdinfo.ru.

Lavrov a fine gennaio ha ammesso di fornire armi ai curdo-iracheni di Erbil via Baghdad. E il Rojava? Chiediamo. L’unico aiuto militare ufficiale per ora, precisano nell'ufficio senza smentire, viene dagli alleati Usa: «La Russia è molto cauta su questo: qualsiasi fornitura deve passare sempre da Damasco e Baghdad, rispettando la sovranità di quei paesi. Loro poi possono passarle a Erbil o Shangal, ma è un loro affare interno». Riassumendo: «No al nazionalismo arabo del regime Baath di Assad, no al radicalismo islamico di Isis, Al Nusra e altri». Di rovesciare il leader di Damasco alleato della Russia però non hanno fretta: «Prima serve un piano». Mosca da mesi insiste per far partecipare i curdo-siriani ai colloqui di Ginevra, ma la Turchia ha posto il veto: «per ora non abbiamo ricevuto nessun invito», fa sapere Osman.

Intanto i curdi di Siria, come sempre, continuano a giocare diplomaticamente su più fronti: il progetto ora è aprire a breve altre sedi simili a Berlino, Parigi, Washington, e persino una «rappresentanza militare» (quindi YPG) a Praga. In Italia? «Un primo passo è già stato fatto, quando Roma approvò il gemellaggio con Kobane nel 2015», dicono. Nel corridoio pende un cartellino: «Sezione visti». Il nucleo della futura ambasciata? Si schermiscono: «Quello non c’entra con noi... ma in teoria forse potremmo già rilasciarli».
Un’amicizia storica, quella tra i curdi e la Russia: da Caterina la Grande che usò le tribù curde per proteggere i confini dell'Impero zarista contro Persiani e Ottomani, al «Kurdistan Rosso» creato nel 1923 dai bolscevichi nel Caucaso, al distretto Mahabad in nord Iran voluto da Stalin (1945, durò un solo anno), al sostegno materiale dato dall’Urss al Pkk in funzione anti-turca. Ieri come oggi. Ocalan nel 1998 chiese asilo in Russia, ma ricevette un niet.
Oggi il Cremlino ripete che l'integrità territoriale della Siria è fondamentale, e forse la nuova alleanza coi curdi è solo una mossa temporanea nel conflitto con Ankara. Ma mentre Washington ha problemi con l’alleato Erdogan, il Grande gioco mediorientale potrebbe compiere un’altra giravolta. Iran permettendo.



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