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IL REFERENDUM BLOCCA LA RIELEZIONE DI EVO MORALES

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IL REFERENDUM BLOCCA LA RIELEZIONE DI EVO MORALES

Ormai è quasi certo: i boliviani rifiutano la modifica costituzionale che avrebbe potuto permettere la quarta rielezione del presidente in carica. Malgrado i grandi successi della sua decennale gestione, il primo capo di Stato indio della Storia terminerà il suo mandato nel 2019

Adalberto Belfiore

Lunedi' 22 Febbraio 2016

Gli exit poll e oramai anche lo scrutinio del 72% dei voti reali sembrerebbero dire che la riforma costituzionale proposta dal Mas, (Movimiento al socialismo) del presidente boliviano Evo Morales non passerà la prova del referendum. Secondo una dichiarazione della presidente del Tribunale supremo elettorale Katia Uriona il NO starebbe vincendo addirittura con un margine del 10%. Un Morales tranquillo ha invece dichiarato oggi in conferenza stampa di “aspettare con fiducia il voto delle aree rurali” e il suo vicepresidente, l'intellettuale marxista García Linares, ha detto di aspettarsi ancora “drastici cambiamenti.” La speranza è l'ultima a morire, si dice, ma è ben difficile che il vento possa ancora girare e il 60% ottenuto nelle ultime elezioni generali del 2014 sembra appartenere a un'altra stagione politica.

La consultazione popolare è sulla la modifica dell'art. 168 della Costituzione che avrebbe permesso a Morales (e a chiunque altro dopo di lui) di essere eletto presidente per quattro volte consecutive. Considerando che il carismatico presidente boliviano ha vinto per la prima volta nel 2005, che il suo terzo periodo scade a fine 2019 e che il prossimo mandato presidenziale sarà dal 2020 al 2025, se fosse passata la riforma (e se poi Morales avesse vinto per la quarta volta) avrebbe potuto darsi il caso di un uomo ininterrottamente al potere per un ventennio. Al netto delle suggestioni che un tale periodo può suscitare presso di noi, un ventennio evidentemente è sembrato troppo anche ai boliviani, malgrado gli standard latinoamericani che, come si sa, sono fortemente segnati dal fenomeno del “caudillismo”, seppure attualizzato oggi con la legittimazione di processi elettorali più o meno manipolati.

Il caudillo, tipica figura il cui idealtipo è l'argentino Domingo Perón, è un leader carismatico, normalmente ma non esclusivamente militare, che basa il suo potere sull'uso spregiudicato di promesse populistiche e sul culto della personalità, solitamente con il corollario di una gestione del potere in cui al primo posto vanno gli interessi privati suoi e di ristrette cerchie di boiardi più o meno corrotti. Evo Morales non è certo riconducibile tout court a questo cliché. Durante il suo governo la Bolivia, che era uno degli stati più socialmente diseguali d'America, è cambiata profondamente e in meglio. Eliminazione dell'analfabetismo, dimezzamento del numero di famiglie sotto la linea della povertà, estensione della quota di popolazione con accesso ai servizi di base (acqua potabile, energia elettrica, salute ecc) e tasso di crescita stabilmente superiore al 6% grazie a una politica di recupero delle risorse nazionali, in particolare il gas di cui la Bolivia detiene giacimenti inferiori solo a quelle del Venezuela e, a differenza del Venezuela “bolivariano” accorta politica di investimenti e incentivi all'industria. Per non parlare del ruolo e della dignità assunti dai popoli indigeni (Morales è un aymara ed è anche stato investito del potere dalle autorità tradizionali) che sono in Bolivia il 60%.

Eppure vent'anni evidentemente sono stati ritenuti troppi anche per un grande leader come Evo el indio. Il perseguimento di un progetto attraverso il consolidamento di un ceto politico che prescinda dalle virtù taumaturgiche del “caudillo” è un problema reale, in Bolivia come in altri paesi che hanno intrapreso la strada di uno sviluppo indipendente. E la mancanza di ricambio favorisce inevitabilmente fenomeni di corruzione che sono esplosi anche molto vicino al governo di Morales, come nel recente caso delle 49 “opere fantasma” per 9 milioni di dollari del Fondo per gli Indigeni che ha portato all'arresto di un ex ministro, due senatori e altri dirigenti del Mas. Secondo il politologo Javier Lafuente, a molti boliviani che benessere e istruzione crescenti hanno reso più esigenti e sensibili a questioni come la qualità della democrazia, la libertà di espressione, la trasparenza amministrativa e la corruzione, deve essere sembrata debole la motivazione della proposta di modifica costituzionale addotta ufficialmente, ossia quella di “portare a compimento le riforme di cui la Bolivia ha bisogno.”

Un grave errore politico che, se si risultati finali lo confermeranno, riceverà la punizione del corpo elettorale del paese andino (6,5 milioni di aventi diritto), in modo più marcato nelle aree urbane, salvo forse quelle della capitale La Paz e di Cochabamba. Le opposizioni sono in festa e già hanno organizzato manifestazioni di strada. Samuel Medina, leader del partito oppositore Unidad Nacional, cercando di emulare le opposizioni venezuelane, parla di “sconfitta del progetto di stato autoritario”. Morales ha però rassicurato i suoi promettendo che la sua amministrazione lavorerà per vincere le elezioni del 2019. “C'è ancora molto tempo” ha detto e “non siamo certo disperati”. Ma ha anche affermato che l'individuazione di nuovi leader sarà responsabilità dei movimenti sociali perché lui alla fine del mandato nel 2020, non avrà problemi a tornare “nella sua capanna” del Chapare, la regione degli indios cocaleros da dove era iniziata la sua carriera politica. Si parla del 2019, una data lontanissima per i tempi della politica. Ma lo sguardo lungo del presidente indio non ha saputo evitare la sconfitta di oggi.



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