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Un gruppo di «attivisti» ortodossi ultra-conservatori ha lanciato una violenta campagna iconoclasta contro l’arte ritenuta «blasfema» per la Chiesa, a partire da una mostra a Mosca. Alcuni li hanno soprannominati «Isis russo», «taleban ortodossi». Finora impuniti, la reazione delle autorità resta ambigua. (nella foto: Dmitry Enteo, dal sito ironmarch.org)

Lucia Sgueglia

Domenica 6 Settembre 2015
MOSCA

La Volontà di Dio avanza in Russia. È questo il nome (Bozhya Volya) di un gruppo di «attivisti» ortodossi ultra-conservatori, che ha lanciato una violenta campagna iconoclasta contro l’arte ritenuta «blasfeme» per la Chiesa. Alcuni li hanno soprannominati «Isis russo», «taleban ortodossi».
Per due volte ad agosto, guidati dal discusso leader «missionario» Dmitri Tsorionov, alias «Enteo», 26 anni, hanno fatto irruzione in una mostra di sculture al «Maneggio», sotto le mura del Cremlino, distruggendo diverse opere esposte tra cui il Cristo nudo di Vadim Sidur, noto artista sovietico dissidente, e testine di Giovanni Battista del collettivo Megasoma Mars. Sui piedistalli vuoti ora giacciono cartellini rossi: «Ci scusiamo con i visitatori, l’opera ha subito un atto illegale». I vandali sono stati arrestati dopo l’assalto, ma subito rilasciati. La notte dopo, a San Pietroburgo, un gruppo di cosacchi ha demolito a martellate da un palazzo un bassorilievo raffigurante Mefistofele vecchio di 100 anni, davanti al cantiere di una chiesa in costruzione.

I precedenti

Non è la prima volta per gli «ultrà della fede» di Enteo, che chiama «anticristi» gli oppositori liberali e tiene lezioni sul tema «Vladimir Putin e la sua connessione con Dio»: il gruppo è già noto per aggressioni ai sostenitori delle Pussy Riot, attacchi violenti a raduni gay, eventi di cultura contemporanea, spettacoli teatrali, persino feste di giornalisti «filo-occidentali». Finora impuniti. Sul proprio sito si dicono a favore della «risurrezione della Russia come impero ortodosso, che adora il Dio creatore». E proprio la dichiarata lealtà al potere ora rischia di imbarazzare il Cremlino.

I direttori dei più celebri musei russi tra cui il Pushkin e la Galleria Tretyakov chiedono di «Punire i colpevoli con misure serie per evitare che azioni estremiste si ripetano». Altrimenti, scrive il giornalista indipendente Shenderovich, «Significa che lo Stato condivide le loro convinzioni criminali». Una petizione con 4mila firme vuol mettere al bando il gruppo, che «incita intolleranza e odio sociale». Nella ex capitale degli zar centinaia di pietroburghesi sono scesi in piazza a difesa dei monumenti, al grido di «Non siamo la Palmira del Nord!», «Dio è amore», «Giù le mani dall’arte».

La reazione della autorità però è ambigua, nessuna condanna ufficiale. Il portavoce del Patriarcato moscovita Vladimir Legoida chiede una «valutazione giuridica» dell’attacco, ma sottolinea che i credenti «hanno diritto di protestare». Un deputato della Duma, Yaroslav Nilov, chiede un’inchiesta sia contro i vandali «trasgressori della legge» che contro gli organizzatori della mostra: «alcune opere potrebbero in effetti offendere i credenti, dipingono scene bibliche in modo grottesco e caricaturale».
Leggi ambigue
Dietro c’è la controversa legge varata in Russia nel 2013 sull’onda del caso Pussy Riot, che sanziona i «reati contro convinzioni e sentimenti religiosi dei cittadini», e la profanazione di strutture e oggetti di venerazione religiosa, con fino a un anno di prigione. Spia della crescente influenza del Patriarcato nella vita politica. Specie dopo l’avvio del conflitto in Ucraina, che ha visto Putin lanciare una campagna a difesa dei «valori tradizionali russi», e anti-occidentali, in cui la Chiesa ha svolto un ruolo chiave. «Questi gruppi hanno appoggi nel clero, nei servizi di sicurezza, in alcuni politici nazionalisti. Ma ciò non significa che tutte le loro azioni siano concordate con l’alto» spiega Alexander Baunov, politologo del Carnegie. «Il potere li sfrutta per scopi di propaganda, ma l’attacco al Maneggio è stato un errore, perché è un museo di Stato». Proprio come alcuni musulmani, «i conservatori russi più radicali si sentono traditi dall’Occidente, vogliono punirlo. Ma anche da Putin: aveva promesso di costruire in Russia una civiltà a parte, fondata sui valori della fede. Non è accaduto».
Intanto, per la prima volta il patriarca Kirill è apparso in tv per un filodiretto coi fedeli, chiedendo un «sostegno finanziario attivo dallo Stato». E il suo portavoce ha invitato i credenti a scendere in politica «per cacciare i vecchi governanti corrotti».

Pubblicato anche su La Stampa, pagine Esteri, del 6 settembre 2015



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