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Il Cremlino “non lascerà senza risposta” l’invito della Nato a Podgorica. Alcuni in casa invocano già una vendetta “alla turca”. Ma non è così semplice. Troppi gli interessi in questa piccola “colonia russa” nella ex-Yugoslavia... (foto: Budva, copyright: TheTimes)

Lucia Sgueglia

Mercoledi' 2 Dicembre 2015
MOSCA

E ora la Russia rischia di perdere anche l’ultima spiaggia, dopo Egitto e Turchia. L’unico sbocco sul Mediterraneo oltre al porto militare siriano di Tartus, un piccolo paradiso senza visti a prezzi ragionevoli nei Balcani affacciato sull’Adriatico, luogo strategico per proiettare affari e mire verso l’Europa. Specie in tempo di sanzioni. Il Cremlino “non lascerà senza risposta” l’invito della Nato a Podgorica, lo schiaffo di una nuova espansione a Est dell’Alleanza cui è da sempre contraria, “potenziale minaccia alla sicurezza russa”. Ipotizza lo stop ai progetti di cooperazione, anche in campo militare. Ma “è presto per parlare di misure specifiche, ora ci sono altre priorità” dice il portavoce di Putin. Alcuni in casa invocano già una vendetta “alla turca”, ma non così semplice.
Troppi gli interessi in questa piccola “colonia russa” nella ex-Yugoslavia dove ormai a Mosca rimane un unico alleato, la Serbia (con la quale fino al 2006 Podgorica era un unico paese), anch’essa avviata sulla strada dell’Europa, e della Nato. Anche se i gasdotti sono archiviati, la Russia, che coi montenegrini condivide fede ortodossa e lingua slava, resta il principale partner commerciale di Podgorica con quasi un terzo degli investimenti esteri diretti (1,1 miliardi di dollari nel 2013) e un accordo di libero scambio. Turismo, immobiliare e materie prime i settori chiave. Oltre il 20% dei vacanzieri sbarca qui da Mosca: prima mecca è la riviera di Budva, ribattezzata “Mosca sul mare”, e mini Saint Tropez locale per vip occidentali un po’ stagionati da Claudia Schiffer a Stallone, tra insegne e menù in cirillico, radio e scuole russe. Secondo un’inchiesta della Novaya Gazeta (il bisettimanale di Politkovskaya) del 2012, il 40% degli immobili nel paese appartiene a cittadini russi, tra cui deputati del partito putiniano Russia Unita, burocrati del Ministero delle Finanze, funzionari di aziende di Stato da Alrosa a Gazprom. Interi villaggi, tra cui il pittoresco ‘isolotto dei vip’ di Sveti Stefan, e il Villaggio dello Zar (Tsarskoe Selo), complesso montano di lussuose ville ‘blindato’ con vista sulla baia. Classe media e intellighenzia si trasferiscono qui, apripista il gallerista Marat Gelman, in difficoltà a Mosca per le sue mostre “non allineate”. Un’oasi quasi felice. Ma l’ospite più famoso è Oleg Deripaska, oligarca re dei metalli fedelissimo di Putin: nel 2005 ha comprato la fonderia di alluminio KAP, la più grande società montenegrina, da sola produce il 15% del Pil nazionale. Spesso fa base al molo di Boka, col suo megayacht “Queen K”. Ma ora è nei guai finanziari: dopo il fiasco della sua gestione in fonderia, un esproprio di beni e l’arresto del suo ad nel 2014, ha fatto causa al governo di Podgorica per 140 milioni di dollari.
Segno di un indebolimento della “Russian connection”. Ma il distacco di Podgorica da Mosca era già cominciato tempo fa. L’indipendenza ha rotto la fratellanza con Belgrado, il riconoscimento del Kosovo, un’onta per i fratelli serbi e russi, ha fatto il resto. Il processo di adesione alla Ue prosegue. A marzo 2014 il Montenegro, a differenza dei suoi vicini ex Jugoslavi, si è unito alle sanzioni UE contro la Russia, all’Onu ha condannato l’annessione della Crimea. Artefice dello strappo e della “corsa” verso Occidente il discusso premier Milo Djukanovic, al potere da 25 anni, tra giravolte. Non a caso a ottobre scorso ha accusato Mosca di essere dietro alle proteste dell’opposizione contro il suo governo, sfociate in duri scontri di piazza. Tra i motivi della rabbia c’era anche l’adesione alla Nato, che a molti laggiù ancora brucia dopo i bombardamenti occidentali del 1999.

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