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La nostra Lucia Sgueglia è andata fino in Inguscezia, nel Caucaso del Nord russo, per scovare le famiglie dei ceceni arrestati per l'omicidio dell'oppositore liberale a Mosca. Tra dubbi e omertà. Mentre a Grozny il dittatore ceceno Kadyrov fedelissimo di Putin sospettato di coinvolgimento nel delitto ostenta sicurezza. Chi è ostaggio di chi? (FOTO: S. Ponomarev/NYT, R. Kadyrov nell'arena Coliseum, Grozny)

Lucia Sgueglia

Giovedi' 19 Marzo 2015
Malgobek (Inguscezia) – Grozny (Cecenia)

Per arrivare a Voznesenskaya, vecchio villaggio cosacco nella campagna inguscia, non c’è nemmeno una strada asfaltata. Mucche smagrite attraversano la sterrata piena di buche sollevando nuvole di polvere ocra, tra piccole moschee rurali.
Vengono da qui oggi tutti i guai di Vladimir Putin, in difficoltà come mai dopo l’omicidio Nemzov che avrebbe scatenato una faida tra i due pilastri del suo potere: i servizi segreti federali (Fsb) e il dittatore ceceno Kadyrov, suo pupillo. Qui sono nati e cresciuti Zaur Dadayev (28) e i suoi cugini Anzor (35) e Shagid (32) Gubashev, principali sospettati nell’assassinio. Tempo fa il terreno sotto le loro case è franato a causa di trivellazioni petrolifere nella zona, e le famiglie si son trasferite alla periferia di Malgobek, in Via del 65° Anniversario della Vittoria.
“Li han presi come cani, di notte sulla strada per il villaggio, erano accorsi dalla Cecenia appena saputo dell’arresto di Zaur, per aiutarlo. Come possono essere colpevoli? Macchine nere senza targa, gli han messo sacchetti in testa, li han picchiati. Venivano da Mosca”, racconta Zulay Gubasheva, 54, madre dei fratelli e zia di Dadayev. “Non sappiamo ancora di cosa sono esattamente accusati. Gli hanno assegnato un avvocato d’ufficio, rifiutano i nostri”. Zaur non lo vedeva da mesi, ma non si spiega come mai “un eroe della Russia, con le sue tante medaglie”, abbia potuto concepire quel delitto. Col Battaglione ceceno Sever, “Era sempre in prima linea nelle operazioni anti-terrorismo, le più rischiose. E conosceva benissimo Kadyrov”, che lo ha difeso chiamandolo “un vero patriota russo”. Religiosi? “Qui lo siamo tutti”. Amor patrio? “In Cecenia non c’è altro lavoro che nella sicurezza”, nota la signora, metà degli abitanti della repubblica in effetti fa il militare o il poliziotto. “Forse tutto questo serve a qualcosa, o a qualcuno, non so …” e fissa il vuoto in un angolo del salotto. Poco distante, i Dadayev si chiudono nel silenzio: “Ci dispiace, basta commenti” schiude la porta, per poi richiuderla, una giovane avvolta in un elegante hijab a fiori - una delle sorelle dell'accusato.
Kadyrov avrebbe promesso loro aiuto in cambio del silenzio. Ma, colpevoli o innocenti, non ha potuto impedire l’arresto dei suoi uomini più fidati. Parte di quell’armata di 20mila guerrieri ai suoi ordini: la “fanteria di Putin” come gli piace chiamarla, pronta a obbedire in ogni momento agli ordini del presidente, che a Mosca a molti fa paura. Finora totalmente impuniti. Ma oggi che le indagini sembrano condurre al cerchio più stretto del leader di Grozny, il suo potere e la stabilità cecena sono in pericolo? O come sostiene qualcuno, Putin è suo ostaggio? Oppure è solo il solito gioco delle parti.

Intanto Kadyrov, l’ex ribelle passato con Mosca in cambio di denaro, ostenta sicurezza. Via Instagram ripete la sua devozione assoluta allo zar, compiendo gaffe: “Sarò sempre fedele a Putin, sono pronto a dare la vita per lui, che sia il presidente o no”. Ricevendo medaglie dal Cremlino. Sabato sera, scortato dai suoi scagnozzi armati, lo vediamo apparire nella capitale cecena nella nuova arena sportiva battezzata Colosseo, per la “Battaglia di Grozny”, un torneo internazionale di arti marziali miste. Uno dei suoi passatempi preferiti. Accanto a lui, spaparanzato su divani di seta bianca del palco vip, c’è “Sasha il Chirurgo”, alias Alexander Zaldostanov, il biker pro-Putin tra i fondatori del movimento Anti-Maidan. Accusato di aver fomentato odio contro gli oppositori in Russia. Tutto il pubblico indossa la stessa maglietta nera con la scritta “Akhmat Fight Club” (dedicata al padre di Ramzan, morto in un attentato nel 2004), il club sportivo fucina dei campioni locali: sulla manica destra la bandiera cecena, a sinistra quella russa. Sul ring cinto da una gabbia di ferro, il lottatore moscovita Dmitry Arishev è messo al tappeto dal ceceno Arbi Madaev, perde sangue. “Finiscilo! Non mollare!” grida la folla. Si distribuiscono ritratti cartonati di Putin e Kadyrov il vecchio, ma nessuno sugli spalti li solleva. I guerrieri di Ramzan vincono 11 match su 12. Chirurgo sale sul ring: “Grozny – per la Russia! Per Putin! Hurrah!”. Musica hip hop, popcorn e fumogeni stile gangsta. Ragazze in hijab bianco passano tra i tavolini servendo the agli ospiti stranieri. L’alcool è proibito, ma le eccezioni sono tante nel regno schizofrenico di Kadyrov: un misto di Califfato e Repubblica Popolare di Donetsk, Dubai e una Nord Corea dentro la Russia. Dove vige un’unica legge: “L’ha detto Ramzan”.

In città, rimessa a nuovo, ovunque campeggiano striscioni con enormi cuori rossi e la scritta: “Noi amiamo Maometto! Giù le mani dal Profeta!”. Come ad avallare la versione ufficiale sul caso Nemzov, meno pericolosa per il Cremlino - la cosiddetta "pista islamica". Accanto, come una trinità, le gigantografie dei due padri della Cecenia contemporanea: Akhmat Kadyrov, l'ex presidente ceceno padre dell'attuale leader (ucciso si mormora proprio dall’Fsb), e Putin, padre “adottivo” che al 38enne Ramzan ha regalato potere assoluto in Cecenia anche nella repressione del dissenso, in cambio di lealtà assoluta.
“Putin è il nostro Allah, che manda i soldi dal cielo”, traducono i ceceni tra i banchi del mercato tra il serio e il faceto, “Lui e Ramzan sono indivisibili, come le dita di una mano”. Grozny dipende da Mosca al 100%. Nemzov? “Molti di noi lo ricordano come il politico che nel 1996 raccolse un milione di firme contro la guerra in Cecenia. Non certo un nemico” dice Kheda Saratova, attivista locale per i diritti umani.
Con la guerra in Cecenia Putin cominciò la sua carriera, ora sulla Cecenia rischia di inciampare. Di recente, un sondaggio della radio Eco di Mosca ha chiesto ai russi chi sosterrebbero in un conflitto tra il capo ceceno e l’Fsb: solo il 6 % ha scelto Ramzan, il 59% i servizi.

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