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VENEZUELA, SCONTRO FRONTALE SULLA CASA

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IL VENEZUELA STERZA A DESTRA

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IL VENEZUELA STERZA A DESTRA

Il Tavolo delle opposizioni seppure diviso al suo interno ha ottenuto la maggioranza all'Assemblea nazionale. Ora potrà tentare di bloccare il governo e forse puntare alla destituzione del presidente Maduro. Che riconosce la sconfitta.” Sta finendo l'onda progressista in America Latina?

Adalberto Belfiore

Lunedi' 7 Dicembre 2015

Come era prevedibile e previsto, in un quadro estremamente negativo per il governo l'opposizione riunita nella Tavola dell'unità democratica (Mud), un eterogeneo cartello elettorale di una trentina di partiti che va dalla sinistra moderata alla destra più radicale, ha capitalizzato il malcontento per la drammatica situazione economica del paese (iperinflazione, penuria, mercato nero e violenza diffusa) vincendo ampiamente le elezioni legislative.

Il Consiglio supremo elettorale già poche ore dopo la chiusura dei seggi attribuiva 99 deputati alle opposizioni e 42 al Gpp (Gran polo patriottico) ossia al Psuv, il partito socialista del presidente Nicolas Maduro, del defunto Hugo Chávez e della Rivoluzione Bolivariana, e ai suoi alleati. Ma dei 22 seggi ancora da assegnare per arrivare al totale di 167 previsti dal sistema unicamerale venezuelano, secondo Telebarómetro almeno altri 9 andranno all'opposizione che ne avrà così 108. A un soffio dalla maggioranza di 2/3 che permetterebbe modifiche costituzionali e perfino l'obbiettivo massimo dei radicali di destra, la destituzione del presidente Maduro. Il quale ha riconosciuto la sconfitta dando obbiettivamente una lezione di democrazia a un'opposizione che, forte dell'appoggio di tutta la destra internazionale e di esponenti politici del calibro di Hillary Clinton tra gli altri , era pronta a gridare ai “brogli” e alle “manipolazioni” nel caso i risultati non fossero stati quelli sperati. E a scendere in piazza come nel 2013 dopo le presidenziali, elezioni altrettanto “pulite” che aveva perso (causando 11 morti) o nel 2014 quando il tentativo di destabilizzare il governo democraticamente eletto aveva causato altre 43 vittime.

Invece domenica tutto si è svolto regolarmente. Il sistema elettorale, riformato da Hugo Chávez in senso molto più includente e garantista, si è rivelato degno della definizione datagli da Jimmy Carter (“il migliore del mondo”) e ancora una volta il governo venezuelano, definito “autoritario” o addirittura “dittatoriale” e comunque pronto a manipolare i risultati elettorali da quasi tutti i media mainstream ha garantito la partecipazione del 75% degli elettori e non sembra si appresti per il momento a fare alcun colpo di stato (illuminante nota di colore: il ministro della difesa venezuelano Padrino López ha denunciato nei giorni scorsi l'avvicinamento alle coste del paese caraibico di una superportaerei americana).

Questo non toglie che la vittoria del Mud sia un serio colpo alla “rivoluzione bolivariana” iniziata 18 anni fa da Chávez (morto di cancro nel 2013). Ma nemmeno toglie, al netto degli errori delle insufficienze delle politiche governative, che la società venezuelana sia oggi socialmente più equa e democratica, non certo meno di quando governava l'oligarchia che ora può sperare di riprendersi i suoi privilegi. Perché con la semplice maggioranza nell'assemblea legislativa l'opposizione potrebbe agevolmente promuovere un dirompente conflitto col potere esecutivo e causare il collasso del sistema. E negli anni ha dimostrato di non avere molti scrupoli costituzionali, come quando nel 2002 promosse il fallito golpe contro Chávez. Ma nel caso raggiungesse i due terzi dei seggi sarebbero alla sua portata anche la modifica della Corte Suprema, la Costituzione bolivariana e la stessa destituzione dell'odiato presidente Maduro.

Ma le divisioni dell'opposizione, segnatamente il duro conflitto tra l'ala più estremista capeggiata dall'economista harvardiano Lepoldo López (ora in carcere per istigazione alla violenza) e dalla sua bionda, ricca e bella moglie Lilian Tintori e l'ala più moderata rappresentata dal due volte candidato presidente e due volte sconfitto Enrique Capriles, fanno ritenere a molti osservatori, come Jean-Jacques Kourliandsky, specialista di America Latina dell'Institut de relations internationales et stratégiques (Iris) di Parigi, che quasi nulla unisca i partiti del Mud se non il rifiuto dell'attuale governo e che dunque non sarà facile per loro gestire il fatto di esprimere una vera maggioranza in parlamento. Molto dipenderà da come reagiranno il governo e il movimento bolivariano che malgrado le difficoltà economiche causate principalmente dalla caduta del prezzo internazionale del petrolio, di cui il Venezuela è il 12° produttore mondiale, conta ancora sull'appoggio del 42% dell'elettorato. Si tratta in prevalenza di ceti largamente beneficiati dalle politiche sociali del chavismo (casa, salute, istruzione, calmiere, cooperative) e non certo disposti a rinunciarvi facilmente.

Il presidente uscente dell'Assemblea nazionale Deosdato Cabello (Psuv), riconoscendo i risultati elettorali, ha dichiarato che “questa sconfitta elettorale deve rafforzarci per seguire il cammino della rivoluzione bolivariana.” Intanto la Cina, che ha finanziato il Venezuela con più di 50.000 milioni di dollari convertendosi nel suo primo investitore internazionale, per bocca di un portavoce del Ministero degli esteri ha significativamente auspicato che il paese “mantenga la sua stabilità.” Nei prossimi mesi si giocherà dunque una partita decisiva in Venezuela e si capirà se, dopo le elezioni del conservatore di destra Mauricio Macri in Argentina e le difficoltà della presidente Dilma Roussef (espressa dal Partito dei Lavoratori) in Brasile, siamo di fronte a un'altra grave battuta d'arresto o addirittura alla fine dell'era progressista in America Latina e al ritorno del subcontinente nella tradizionale sfera di influenza di Washington.



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