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VENEZUELA, SCONTRO FRONTALE SULLA CASA

Assassinato a Caracas un giornalista "bolivariano"

Venezuela: in cerca di una mediazione

IL VENEZUELA STERZA A DESTRA

Venezuela: elezioni ad altissimo rischio.

VENEZUELA, PROTESTE DI PIAZZA TRA CRISI ECONOMICA E INCOMUNICABILITÀ POLITICA

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SCONTRO APERTO TRA CARACAS E WASHINGTON 13/9/08

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CHAVEZ, BOLIVAR E MENENIO AGRIPPA 16/8/05

Venezuela: elezioni ad altissimo rischio.

Alle urne domenica per rinnovare l'Assemblea nazionale. L'opposizione, dopo anni di violenze e boicottaggi, spera in una spallata al presidente che rappresenta l'eredità di Hugo Chávez. Nel mezzo di una crisi profonda della “rivoluzione bolivariana” questa volta secondo i sondaggi potrebbe farcela. Ma Maduro non ci sta

Adalberto Belfiore

Giovedi' 3 Dicembre 2015

Domenica prossima 19 milioni di venezuelani voteranno per rinnovare il Parlamento. Le opposizioni sperano di dare una spallata al governo del presidente Nicolás Maduro e questa volta potrebbero farcela, addirittura con un distacco di 20 punti, secondo alcuni sondaggi.

Di fatto il governo di Maduro è in grande difficoltà e le conquiste della “rivoluzione bolivariana” ossia - per citare brevemente le più rilevanti: istruzione e salute gratuite per tutti, riforma agraria con introduzione di limiti al latifondo, esproprio delle terre incolte e loro assegnazione ai contadini poveri, diffusi programmi di costruzione di case popolari e assegnazione di titoli di proprietà nelle favelas, aumento di pensioni e salari, costituzione di cooperative di consumo e di produzione, controllo dei prezzi dei generi di prima necessità e così via - sembrano essere passate in secondo piano rispetto a un'inflazione fuori controllo (160 – 200 % nell'anno in corso secondo una Ong indipendente), alla scarsità dei principali beni di consumo, alle file chilometriche per l'acquisto dei beni a prezzi calmierati, al mercato nero che domina su quello legale. Sono elementi tutt'altro che nuovi nell'esperienza dei paesi latinoamericani, e non solo, che hanno osato toccare gli interessi delle oligarchie locali o delle multinazionali straniere. Ma non per questo meno concreti e meno in grado di minare il consenso anche all'interno dei ceti popolari, in particolare nel proletariato urbano e rurale, favorevoli ai cambi introdotti dall'ancora amatissimo Chávez.

Il governo attribuisce la responsabilità della situazione a una “guerra economica” dell'oligarchia e dell'imperialismo contro il Venezuela bolivariano mentre, come è ovvio, l'opposizione la attribuisce all'incapacità e alla corruzione del governo. Ma è difficile negare che l'origine di tutto stia nel tentativo di Hugo Chávez di riorganizzare il Venezuela in senso più ugualitario e favorevole ai ceti popolari. Sono del 2001 il lancio della riforma agraria e della legge petrolifera, che intaccavano direttamente i due bastioni economici del potere oligarchico. E nel 2002 ci fu il tentativo di colpo di stato sventato dalla fedeltà dell'esercito al carismatico presidente e da grandiose manifestazioni in suo favore. L'oligarchia reagì, dall'inizio del 2003, con una massiccia fuga di capitali a cui il governo molto improvvidamente oppose l'uso delle riserve in dollari per acquistare bolivar, la moneta locale, nel tentativo di sostenerne la stabilità. Salvo imporre solo pochi mesi dopo un tasso di cambio fisso in seguito al rapido esaurirsi delle risorse.

Purtroppo è ben noto che nel mondo della globalizzazione finanziaria i cambi fissati per legge, a meno di non essere un colosso come la Cina, sono una manifestazione di debolezza e soprattutto non reggono. Infatti iniziò subito il mercato nero, con un cambio bolivar-dollaro doppio e poi triplo fino ad arrivare quest'anno a 800 bolivar per un dollaro contro i 6,3 del cambio ufficiale.
Il sistema fu in grado di sopportarlo finché il prezzo internazionale del petrolio rimase alto e in crescita. Per cinque anni il Venezuela, trainato (ma sarebbe meglio dire: drogato) dalle esportazioni di petrolio crebbe a tassi attorno al 10% annui e Chávez, malgrado il boicottaggio organizzato dall'oligarchia, riuscì ad alimentare i suoi ambiziosi progetti a favore dei ceti popolari e di un'integrazione continentale “bolivariana”, ossia alternativa ai disegni di Washington.

Non riuscì invece nel tentativo di espandere e diversificare la base produttiva, lasciando il paese del Libertador Simón Bolivar in balia delle fluttuazioni del mercato petrolifero. Così quando nel 2008 la crisi finanziaria globale causò una rapidissima discesa del prezzo del greggio (da 140 USD/barile di metà 2008 a 40 di inizio 2009) alla “rivoluzione bolivariana” iniziò a mancare l'ossigeno. É da un pezzo che chiunque in Venezuela riesca a entrare in possesso di dollari (oltre agli oligarchi si tratta prevalentemente delle classi medie e medio alte dato che si possono avere dollari al cambio ufficiale per viaggi e studi all'estero e per importare merci consentite) li cambia al mercato nero per comprare i beni sussidiati realizzando enormi guadagni e contribuendo all'inflazione. Oppure riesporta le merci ottenute in questo modo in Colombia dove, ad esempio, per un pieno di 40 litri di benzina si spendono circa 26 dollari contro gli 80 centesimi necessari in Venezuela.

Sono queste le distorsioni alla base del fenomeno dei bachaqueros (contrabbandieri o “spalloni” si direbbe da noi), delle tensioni con la Colombia e di tutto il corollario usuale di una politica monetaria concepita per difendere il potere d'acquisto dei ceti più umili ma che non si è rivelata adeguata. Perché il governo non svaluta il bolivar rendendo il cambio più realistico? “Essenzialmente per due motivi” afferma Gregory Wilpert, un economista non ostile al governo: “per non aumentare il prezzo dei beni importati. Perché in assenza di adeguamenti salariali, che causerebbero ulteriore inflazione, diventerebbero inaccessibili al popolo e aumenterebbero il tasso di povertà (sceso sotto il 25% negli anni di Chávez ndr). E in secondo luogo per non ammettere la sconfitta nei confronti di chi conduce 'la guerra economica' contro il Venezuela. Almeno fino alle elezioni di domenica.”

Il tema della guerra economica non è un semplice espediente demagogico, come si legge su buona parte della stampa mainstream, anche nostrana. L'opposizione venezuelana fin dal fallito golpe del 2002 ha provato in tutti i modi a destabilizzare il Paese. Dopo il tentato golpe ci fu la serrata di Pdvsa, l'impresa petrolifera di Stato allora controllata dagli oligarchi, poi l'esportazione massiccia di capitali e strutture produttive. Fino ad arrivare alle “guarimbas” del febbraio 2012 quando centinaia poi migliaia di oppositori (in prevalenza studenti delle classi agiate) convocati dal Foro General Venezolano bloccarono Caracas con incendi e barricate scontrandosi a volto coperto con la polizia e la Guardia nazionale. Fu in questo contesto che spuntarono le armi e numerosi cecchini, mai identificati, spararono sulla folla colpendo indistintamente oppositori, sostenitori e poliziotti creando il caos e causando la morte di 43 persone e il ferimento di almeno altre 486. La sommossa durò 10 giorni e mise a ferro e fuoco varie città in tutto il Paese. Il senso di instabilità che ne derivò favorì ancor più l'incremento del valore del dollaro al mercato nero e alimentò la spirale inflazionistica. Anche l'assassinio lo scorso 25 novembre del leader oppositore Luis Manuel Díaz presenta lati oscuri e almeno una delle tre persone appena arrestate ha implicazioni con un gruppo criminale noto come Los Picures.

Il principale oppositore di Maduro, Leopoldo López, un economista di 44 anni con un master ad Harvard, è stato condannato a 13 anni e 9 mesi di carcere con l'accusa di essere stato il fomentatore di quei gravissimi fatti di violenza. La sentenza è stata criticata come montatura politica anche da Amnesty International e certamente per il modo in cui è stato condotto il processo rimarrà una pagina nera della storia giudiziaria venezuelana. Ma non è lecito far passare López come un oppositore pacifico e centrista. Partecipò al tentato golpe del 2002 e si è distinto per l'estremismo dei suoi attacchi al governo, per gli espliciti inviti a “liberarsi della dittatura chavista anche con atti illegali” e per l'organizzazione di manifestazioni violente. Una “dittatura”, quella di Chávez e Maduro, che è stata confermata innumerevoli volte, piaccia o no, dal voto liberamente espresso del popolo del Venezuela, dove il sistema elettorale, a detta degli stessi oppositori, è quasi interamente al riparo dai brogli dato che le macchine con cui si vota sono protette da un triplice sistema di chiavi di cui una è detenuta appunto dai partiti all'opposizione.

Però questa volta sembrerebbe proprio che i nemici della “rivoluzione bolivariana” possano farcela, e se il Partito socialista unificato di Venezuela, Psuv perdesse la maggioranza parlamentare, per Maduro, eletto presidente il 14 aprile 2013 con l'esiguo margine dell'1,5% sul candidato dell'opposizione Enrique Capriles, sarebbe molto più arduo per non dire impossibile, continuare il processo iniziato nel lontano 1998 con l'elezione di Hugo Chávez (morto di cancro a 59 anni il 5 marzo 2013). Anzi, nessun dubbio che il successivo obiettivo di un'opposizione vittoriosa sarebbe la destituzione dello stesso presidente ( da notare che nel “dittatoriale” Venezuela la nuova Costituzione bolivariana prevede che tutte le cariche pubbliche possano essere revocate con referendum a metà mandato). É concreta dunque possibilità che domenica prossima il Venezuela ritorni verso il passato. Ossia, non dimentichiamolo, verso uno stato in cui gli oligarchi e i loro famigli, il 10% scarso della popolazione, possedevano il 90% abbondante delle ricchezze mentre il 66% viveva sotto la soglia di povertà. Maduro però ha dichiarato che non consegnerà mai il paese ai golpisti e che domenica il popolo bolivariano vincerà “a como sea.” Ossia in qualunque modo. Le rivoluzioni non sono un pranzo di gala, disse qualcuno che se ne intendeva, e domenica sono molto alte le probabilità di uno sviluppo drammatico nel paese più polarizzato d'America.



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