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Argentina: le cause della sconfitta del peronismo “di sinistra”

Le debolezze del “kirchnerismo” dietro allo “storico” successo di un imprenditore che non vuole definirsi di destra ma che intende riportare l'Argentina nell'ortodossia

Adalberto Belfiore

Giovedi' 26 Novembre 2015

Alla fine il peronismo, almeno per il momento, è caduto. O meglio, è caduta la sua versione “di sinistra” impersonata dai coniugi Kirchner, Néstor e Cristina. L’aggettivo più usato per definire il risultato ottenuto da Mauricio Macri, il milionario figlio del tycoon di origine calabrese Carlo Macri, è “storico.” E in effetti per certi versi per l'Argentina lo è: per la prima volta dal ritorno della democrazia dopo la dittatura militare (1976–1983) ha vinto un candidato estraneo sia al peronismo sia ai radicalismo (anche se i radicali sono entrati nella sua coalizione, Cambiemos), ossia alle due correnti classiche del bipolarismo argentino. Ma al di là delle enfatizzazioni tipiche della politica tanguera, è opportuno ricordare che quando Nestor Kirchner, un peronista di secondo piano governatore della remota provincia patagonica di Santa Cruz, diventò presidente l’Argentina era distrutta. E l’aveva distrutta uno degli esponenti più tipici del peronismo “di destra”, quel Carlos Menem amico di Kissinger e pupillo di Wall Street che tenne per anni la parità cambiaria col dollaro. Una parità fittizia, sostenuta attraverso un letale programma di privatizzazioni, ossia di svendita di quasi tutti gli asset strategici del Paese.

In quegli anni gli argentini credevano di aver trovato la formula del Bengodi. Un qualunque impiegato statale aveva un potere d’acquisto quasi uguale a un membro della middle class statunitense o europea. Gli argentini potevano girare il mondo col loro peso, liberamente convertibile in dollari con la parità drogata di uno a uno, e comprasi quello che volevano. In Brasile erano chiamati “Demedós”, dammene due, perché passavano il confine, entravano nei negozi fossero televisioni, alimentari, macchine fotografiche o anche automobili, e saputo il prezzo delle merci dicevano con un tono a metà tra il compiaciuto e l’arrogante: dammene due. Tanto era vantaggioso avere in tasca una moneta convertita uno a uno col potente dollaro USA. Peccato che la contropartita, oltre alla svendita del patrimonio pubblico, fu la distruzione quasi totale dell’industria nazionale e la perdita di competitività anche del settore agro esportatore, tradizionale punto di forza dell’economia argentina. Ma il consenso fu mantenuto attraverso la creazione di un capillare sistema di sussidi (prodotti petroliferi e energia elettrica in testa) e posti di lavoro fittizi ( i famosi “plan trabajar”, sorta di “lavori socialmente utili “ estesi all'infinito) buoni solo a creare clientele, mantenere le masse in uno stato di dipendenza dalla gerarchia peronista e creare un enorme debito pubblico. Per inciso Macri, ora paladino dell'efficientismo aziendalista e neoliberale, iniziò la sua carriera politica come pupillo di Menem che basava il suo potere su questa gestione spregiudicata della spesa pubblica.

Ma a un certo punto il gioco, come era prevedibile, si ruppe e venne il default, il fallimento. Dopo due anni di convulsioni in cui il debole presidente Fernando de la Rúa dell’Unione civica radicale non riuscì a stabilizzare il paese e dovette fuggire in elicottero per non essere linciato, Menem cerco di approfittarne ed ebbe la faccia tosta di ricandidarsi alla presidenza cercando di passare per il salvatore della patria. Ma fu sconfitto da Néstor Kirchner, rinunciando ignominiosamente al ballottaggio per paura di una figuraccia. Kirchner, avvocato, iniziò molto bene il suo mandato dal punto di vista dei diritti e sua moglie Cristina ne seguì il solco. Nei 12 anni dei Kirchner fu cancellata l’impunità garantita da Menen ai golpisti e ai torturatori che finalmente finirono sotto processo e furono condannati a centinaia, legalizzati i matrimoni tra omosessuali, dato status legale ai transgender, prese misure contro il lavoro minorile, lo sfruttamento sessuale, la violenza di genere.

Ma Kirchner marito fece bene anche in economia: approfittando della svalutazione del peso e del corso positivo dei prezzi delle materie prime, soprattutto della soia di cui la Cina fu il principale acquirente, riuscì a ricostituire le riserve in dollari, a finanziare la ripresa dell'industria assieme all'aumento di salari e pensioni e a mantenere importanti sussidi sociali. Un modello espansivo che portò l'Argentina a crescere per anni a tassi “quasi cinesi.” Forte di questi risultati il presidente argentino riuscì a rinegoziare il debito con i creditori stranieri (solo una parte, i cosiddetti ”fondi avvoltoio” non accettarono e ottennero nel 2012 da un giudice di New York una dubbia sentenza che mantiene l'Argentina sotto la pressione degli speculatori internazionali) e a saldare nel 2006 completamente e in anticipo il debito col Fondo monetario internazionale (che nel 2004 definì all'Assemblea generale delle Nazioni Unite “un creditore che reclama privilegi e non un organismo per lo sviluppo”). Allo stesso tempo rafforzò l'integrazione latinoamericana in aperta polemica con le politiche liberoscambiste di Washington. Néstor si stava convertendo in un nuovo Perón in termini di popolarità. O piuttosto in un vero leader di centrosinistra di caratura continentale (fu fino alla morte segretario dell'UNASUR , organismo dell'integrazione continentale) e chiese l'adesione del suo Fronte per la vittoria all'Internazionale socialista. Ma non si ripresentò alle elezioni del 2007 cedendo il passo, in modo tipicamente argentino e populista per la verità, a sua moglie Cristina, morendo poi di infarto nel 2010.

Cristina Kirchner non ha dimostrato la stessa stoffa del marito. Continuò la politica dei sussidi e delle assunzioni pubbliche anche nella nuova situazione determinata dal rallentamento dell'economia in seguito alla crisi del 2008 (ma a differenza della mitica Evita Perón si scontrò con i sindacati ed ebbe sempre uno stile autoritario e autoreferenziale), creando le premesse per il secondo default del 2014. Durante il suo doppio mandato (2007-2015) stando ai dati ufficiali la disoccupazione scese dal 17 al 7%, 2,5 milioni di anziani che non avevano versato contributi entrarono nel sistema presidenziale e le persone sotto la soglia di povertà passarono dal 54 al 5,4% (dati da prendere con le molle per la verità perché come è noto nel 2007 il governo ordinò all'Istituto nazionale di statistica INDEC di addomesticarli). Misure audaci come giri di tango: non sorprende se l'inflazione reale (calcolata da organismi indipendenti) schizzò fino al 40% e se la svalutazione del peso poté essere frenata solo con l'istituzione di un cambio ufficiale forzoso (conosciuto come “el cepo al dólar”) con il conseguente ritorno del mercato nero. Cristina tentò di frenare svalutazione e inflazione con politiche confuse e contraddittorie che scontentarono un po' tutti ma specialmente i produttori agricoli.

Il velleitarismo autarchico della Kirchner, unito alla diffusione della corruzione (a questo proposito si stima un aumento del patrimonio personale dei Kirchner nell'ordine del 1000%), di clientelismo e nepotismo oltre ai conflitti con i sindacati, la magistratura e il sistema dei media, hanno portato alla crisi di un modello “di sinistra” solo in apparenza ma in realtà perfettamente in linea con gli aspetti più deleteri del classico populismo peronista. Dal quale il candidato ufficialista Daniel Scioli non ha saputo o voluto prendere le distanze finendo per rendere possibile la “storica” sconfitta da destra del peronismo.
Così ora l'Argentina è passata di mano e il vincitore, che deve buona parte del suo successo al padre imprenditore che fu in rapporti cordiali con i colonnelli golpisti, si compiace di definirsi “né di destra né di sinistra ma risolutore di problemi”. La sua ricetta per superare il rallentamento dell'economia e l'iperinflazione è però classicamente neoliberista. Taglio della spesa pubblica, delle tasse e dei sussidi, seppur “in modo graduale”, naturalmente immediata fine dei controlli cambiari e accordo con i creditori internazionali “per far tornare la fiducia e gli investimenti”.

Avrà il suo daffare il rampollo dei Macri in un paese da sempre drogato per l'uso clientelare del bilancio statale (da cui dipende in buona misura il consenso) e in cui pensioni, salari pubblici e sussidi sociali sono arrivati ad assorbire il 17% del Pil (oltre al 4% assorbito da quelli a gas e energia elettrica). Con la complicazione di non avere una maggioranza parlamentare che lo metta al riparo dal probabile assedio del peronismo, di “destra” o “sinistra” che sia. Quello che è certo è che tenterà di frenare l'integrazione continentale di timbro progressista iniziata dal venezolano Hugo Chávez e di riportare l'Argentina nell'ortodossia neoliberale riavvicinandola a Washington. Non è certo un caso che Macri abbia annunciato che tra i suoi primi atti di governo ci sarà la richiesta di sospendere il Venezuela dal MERCOSUR per la detenzione di Leopoldo López e degli altri oppositori politici al governo “bolivariano” di Nicolás Maduro, da tempo sotto un forte attacco politico e mediatico in vista delle elezione del prossimo 6 dicembre. Un obbiettivo per ora difficilmente realizzabile ma gradito a Washington e alla destra continentale, dunque di grande significato politico.



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