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Argentina: le cause della sconfitta del peronismo “di sinistra”

Argentina al voto: sfida (da destra) al peronismo

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Argentina al voto: sfida (da destra) al peronismo

Mauricio Macri, sindaco di Baires, corre per essere il pirimo capo di Stato argentino che non si rifà a Peron come la maggior parte di coloro che hanno governato il Paese dopo la fine della dittatura militare. Esce di scena Cristina Kirchner al termine del suo secondo mandato

Adalberto Belfiore

Sabato 24 Ottobre 2015

Domani ci proverà Mauricio Macri a essere il primo presidente non-peronista del terzo millennio nel principale pPaese del Cono Sud, dopo i disastri di Raúl Alfonsín (eletto alla fine della dittatura, che fallì nell'intento di stabilizzare l'economia) e Fernando De la Rúa (che fuggì in elicottero a seguito del default nel 2001) entrambi dell'UCR, Unione civica radicale, l'antagonista storico del PJ, il Partito Justicialista fondato dal mitico Juan Domingo Perón, nel peculiare e molto imperfetto bipartitismo argentino.

A parte le due infelici parentesi “radicali” infatti, dopo la dittatura il potere è sempre stato saldamente in mano a esponenti delle varie correnti del peronismo. Movimento che secondo molti deve il suo potere al forte radicamento territoriale e a una struttura di potere clientelare semifeudale: da Carlos Menem, liberista di destra gradito a Kissinger e Wall Street nonché artefice della devastante parità peso-dollaro che portò alla bancarotta del 2001 (non prima di aver causato l'alienazione di molti dei principali asset dello Stato), ai caotici interim di Rodriguez Saa, Camaño e Duhalde, fino all'avvento di Néstor Kirchner e del suo “peronismo di sinistra” proseguito, alla sua prematura scomparsa per un infarto nel 2010, con minore carisma e risultati ma maggiore personalismo, dalla moglie Cristina Fernandez, presidente uscente ora alla fine del secondo mandato.

Mauricio Macri, figlio del tycoon e viveur di origine calabrese Franco Macri, la cui fortuna si incrementò notevolmente durante la dittatura, è l'attuale sindaco di Buenos Aires. Con una carriera nelle imprese del padre fino alla presidenza della Sevel, concessionaria di Fiat e Peugeot che lasciò per entrare in politica, ha costruito la sua ascesa con pazienza e abilità stringendo alleanze sia con esponenti del peronismo che con vecchi leader del centrosinistra. Oltre che costruendosi la fama di grande dirigente sportivo col Boca Juniors, la squadra più popolare di Buenos Aires e dell'Argentina, che sotto la sua presidenza ha raccolto il maggior numero di titoli nazionali e internazionali della sua storia.

Segni distintivi dell'amministrazione di Macri sono stati la lotta alla terribile congestione del traffico nella capitale attraverso la razionalizzazione del sistema di trasporti pubblici, compreso l'ammodernamento della metropolitana e la creazione di un sistema di bike sharing e piste ciclabili, il licenziamento di 2400 dipendenti comunali definiti ñoquis (fannulloni nell'argot bonaerense) con il conseguente durissimo conflitto con i sindacati, la creazione di un corpo di polizia locale (usato prevalentemente in funzione antisommossa e per rendere possibili gli sfratti) sotto il suo diretto controllo e in aperto conflitto col governo centrale.

Vincendo lo scorso 9 agosto con il 30% dei voti le primarie di Cambiemos, l'alleanza elettorale composta dal suo PRO, Proposta Repubblicana, dalla vecchia UCR, dalla Coalizione Civica di Elisa Carriò (storica leader di un centro-sinistra alquanto atipico) più altri minori, e in seguito all'affermazione del suo alleato Francisco de Narváez (ex uomo di Menem con la passione per le nuove tecnologie e implicato in questioni di riciclaggio) che ha sconfitto il candidato della Presidente nelle elezioni per la Provincia di Bueno Aires, Macri si è accreditato come principale sfidante del candidato ufficialista, il peronista Daniel Scioli. Se domenica confermasse il risultato, o addirittura lo incrementasse come prevedono i sondaggi, Macri potrebbe costringere al ballottaggio Scioli, ex campione mondiale di motonautica, candidato dal Fpv (Fronte per la vittoria, il partito dei Kirchner) e accreditato del 41% dagli ultimi sondaggi. Il terzo incomodo Sergio Massa, un altro peronista, che ruppe con Kirchner, si è fermato al 20%. Ma in un eventuale ballottaggio non è detto che le divisioni tra gli eredi di Perón non possano fare il gioco dell'astuto politico di origine italiana che si presenta, non senza qualche ragione dato il contesto, come portatore dell'innovazione e dell'efficienza manageriale. Da notare che in Argentina le primarie sono obbligatorie per legge col sistema PASO (Primarias abiertas simultáneas obligatorias) e a questa tornata hanno partecipato il 75% degli aventi diritto, ossia 24 milioni di elettori su 36.

La sfida per Macri rimane comunque difficile in un Paese in cui è fondamentale il controllo delle istituzioni e conseguentemente l'uso delle risorse pubbliche, la ripartizione dei posti di lavoro e la creazione di clientele. E in Argentina, come ricorda Marco Novarro, direttore del Cipol (Centro investigazioni politiche) di Buenos Aires, il peronismo, nelle sue varie manifestazioni, controlla oltre il governo e il Parlamento, l'80% delle Provincie e dei municipi (Intendencias). Considerando che a sinistra è il solito panorama di formazioni polverizzate dal 3% allo zero virgola è facile prevedere che, chiunque vinca - l'establishment peronista come è probabile o il suo attuale sfidante - la gestione del potere seguirà in Argentina uno schema verticale, elitario e molto poco partecipativo in cui i rischi di svolte autoritarie continueranno ad essere ben presenti.



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