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COM'E' GRANDE IL MIO CANALE

Il Secondo Canale Interoceanico in Nicaragua: fattore di sviluppo o partita geostrategica? Al di là della sfavillante vetrina ufficiale regna l'opacità e il mistero. Chi ne trarrà profitto?

Adalberto Belfiore

Sabato 10 Gennaio 2015

In Nicaragua, lo scorso 22 dicembre, è avvenuta l'inaugurazione ufficiale della costruzione del Secondo Canale Interoceanico destinato, nelle intenzioni dei promotori, a far concorrenza, anzi a surclassare il Canale di Panama, anche dopo il suo ampliamento già in corso di realizzazione. Un'opera tra i 40 e i 50 miliardi di dollari che potrebbe cambiare gli equilibri geostrategici globali. Per il governo del Nicaragua, il cui padrone indiscusso, almeno ufficialmente, è il vecchio Comandante sandinista Daniel Ortega, si tratta di un'occasione unica per far uscire dal sottosviluppo il piccolo Paese.

L'immagine ufficiale è attraente e accattivante al limite del messianismo: la realizzazione di un sogno secolare che porterà lo sviluppo del Pil nicaraguense dall'attuale considerevole 4,5 a una media del 10% annuo fino al 2019, anno in cui il Canale dovrebbe entrare in funzione. Naturalmente nuovi e buoni posti di lavoro nel settore formale, con conseguente aumento delle entrate fiscali: 50.000 durante la costruzione, 200.000 dopo l'entrata in funzione e addirittura più di un milione nel complesso dell'economia nazionale da qui al 2018 (in un Paese di circa 4 milioni di abitanti). E quindi diminuzione della povertà e dimezzamento della povertà estrema, riduzione delle disuguaglianze sociali, aumento della qualità e del tasso di scolarizzazione e così via. Il tutto - dicono sempre i fautori del progetto - nel rispetto dell'ambiente, specialmente del Gran Lago Cocibolca, il più grande del Centro America e riserva mondiale di acqua e biodiversità, che pure sarà attraversato da Est a Ovest per 105 km su un totale di 278 da un'opera tale da permettere il passaggio di supernavi da 400.000 tonnellate.

Con un notevole disprezzo delle preoccupazioni espresse dagli ambientalisti l'ottimismo ufficiale arriva a sostenere che il lago sarà tutelato e perfino riqualificato dalle imponenti opere previste per la sua realizzazione. D'altronde non mancano gli estimatori. Certamente molti investitori e speculatori fiutano l'affare e la propaganda ha finora avuto buon gioco nel convincere la maggioranza della popolazione, ammaliata dalla possibilità di uscire dalla condizione di paria centroamericano (il Nicaragua malgrado l'alto tasso di sviluppo degli ultimi anni è ancora il paese meno prospero dell'area dopo Haiti) e superare i vicini, specialmente il Costarica, che da sempre tratta i nicaraguensi come parenti poveri e rissosi da tenere sotto controllo.

Purtroppo la problematicità, per usare un eufemismo, della gigantesca operazione viene alla luce anche solo a un'occhiata che vada appena più in là della vetrina ufficiale, in primo luogo per il meccanismo legale e istituzionale posto in essere dal governo. A partire dalla concessione, il cui beneficiario è il magnate Wang Jing, un tycoon delle telecomunicazioni (il cliente principale della sua Xinwei Telecom è il potente esercito cinese) senza alcuna esperienza in costruzioni così importanti e neppure lontanamente in possesso degli enormi capitali necessari. Ma tant'è. Wang ha costruito ad hoc nel 2012 la HKND (Hong Kong Nicaraguan Canal Development) a cui il governo di Ortega nel giugno 2013 ha assegnato la concessione senza il fastidio di sottoporla a una pubblica gara. E Wang attorno alla società aggiudicataria ha tessuto, secondo le migliori tradizioni degli speculatori internazionali, una ragnatela di altre società (con sedi a Hong Kong, Pechino, Olanda, Isole Cayman e una in Nicaragua) con lo scopo evidente di diluire rischi e responsabilità nel caso le cose si mettessero male.

Il governo nicaraguense, che controlla strettamente il parlamento, dal canto suo ha costruito, in brevissimo tempo e senza alcuna consultazione, un quadro giuridico speciale di estremo favore attraverso leggi specifiche, deroghe alla legislazione vigente e modifiche costituzionali, che consentiranno alla HKND di costruire e gestire il canale per 50 anni rinnovabili per altri 50 in cambio di un canone irrisorio (10 milioni di dollari all'anno al massimo. Ossia nel migliore dei casi l'equivalente di due mesi di rimesse degli emigranti).

Non solo, il concessionario potrà introdurre quanti progetti collaterali riterrà opportuno (porti, aeroporti, strade, ferrovie, aree commerciali e turistiche ecc: ne sono già stati annunciati 15) senza che lo Stato possa esercitare alcun controllo. Il tutto coperto dall'incredibile “clausola di riservatezza eterna” contenuto nella concessione, secondo cui “tutti i documenti tenici, commerciali o di altra natura compresa l'identità degli azionisti, dei rappresentanti e dei consulenti” saranno perennemente coperti da segreto. Lo scopo evidente e manifesto è certamente quello di tutelare il concessionario da ogni possibile rischio e difficoltà. A scapito però di sacrosanti interessi nazionali garantiti dalla Costituzione, come quello della tutela delle risorse naturali.

É evidente la totale cessione di sovranità che l'accordo di concessione realizza a favore di un investitore privato. Ciò non avvenne neppure col trattato leonino imposto dagli USA al Nicaragua giusto un secolo fa (il famoso trattato Bryan-Chamorro) dato che la concessione allora fu fatta a uno Stato straniero e non a un privato. Paradossalmente gli eredi, o presunti tali, di una rivoluzione, quella sandinista degli anni '80, che innalzò la bandiera dell'indipendenza e della sovranità nazionale, ora concedono a un'impresa privata straniera la titolarità esclusiva delle risorse naturali, terre, isole, fiumi, coste, acque interne e territoriali, piattaforme continentali e tutto quanto sarà necessario utilizzare per la realizzazione dell'opera e dei suoi annessi. Compreso il diritto di espropriare direttamente le proprietà, con indennizzazioni basate sul bassissimo valore catastale, siano esse private, pubbliche o di comunità indigene, lungo tutto il percorso del canale senza nessun dovere di provvedere ad alcuna sistemazione delle popolazioni, valutate attualmente attorno alle 130.000 persone, che dovranno essere sfollate.

A diversi osservaotri la cosa appare inconcepibile in un Paese che seppur povero e dipendente ha una lunga tradizione di lotte per il diritto alla terra. Infatti sono iniziate manifestazioni e proteste sia nelle aree interessate (Rivas, Puerto Brito, San Carlos, Nueva Guinea) che nella capitale Managua e i primi tentativi da parte di tecnici di HKND di procedere alla misurazione delle terre da espropriare sono stati respinti al grido di “via i cinesi” e “Ortega traditore” dalle comunità locali che si dichiarano pronte a forme estreme di lotta. A questa situazione il governo sta rispondendo con un sempre più pesante ricorso alla intimidazione e alla repressione sia per mezzo di esercito e polizia che delle organizzazioni legate al partito sandinista al potere. Ed è già iniziato a scorrere il sangue, con l'uccisione nei giorni scorsi di due manifestanti ad opera delle Brigate antisommossa della polizia. Per completare il quadro è necessario notare che a tutt'oggi, come denunciano associazioni indipendenti come il Centro Humboldt e la Fundaciòn del Rio non è stato presentato nessuno studio di fattibilità, né economico, né finanziario né tantomeno sociale e ambientale, il protocollo di intesa tra lo Stato nicaraguense e l'investitore cinese non è stato reso pubblico e le reiterate richieste provenienti da numerose organizzazioni e varie personalità dei movimenti ambientalisti, delle comunità indigene e della società civile, che hanno presentato numerosi ricorsi di incostituzionalità, sono state semplicemente ignorate.

Perché tutto ciò? Certo gli interessi del gruppo di potere creatosi attorno a Ortega e alla sua famiglia, nato col saccheggio dei beni dello Stato al termine della rivoluzione degli '80 gioca un ruolo importante. Ma la faccenda è molto più grossa. Molti analisti fanno notare la valenza strategica, ancor prima che economica e commerciale della partita. Ortega non ha mai cessato di essere considerato da Washington un nemico con cui i conti non si sono mai chiusi e lui non ha esitato a richiedere la partecipazione degli avversari strategici degli Usa, Cina e Russia in primo luogo. Lo stesso Wang, imprenditore di origini e performances misteriose potrebbe essere nient'altro che una “testa di ferro” di Pechino, come testimonierebbe anche la vendita di 10.000 azioni di HKND alla Bejing Dayan New River Investment, una società con base proprio a Pechino che si occupa della costruzione di un porto di acque profonde in Crimea.

Vero o immaginario che sia, non è certo senza fondamento pensare che se il nuovo Canale, destinato a captare in pochi anni il 5% del commercio mondiale, fosse controllato da un'impresa cinese o addirittura direttamente o indirettamente dal governo del colosso asiatico, cambierebbero profondamente gli equilibri strategici. Potrebbe addirittura determinarsi la fine della predominanza politica ed economica degli Stati Uniti sull'America Latina e non manca chi parla di accordi segreti del vecchio leader sandinista per permettere la costruzione di strutture idonee all'operatività di navi e aerei militari russi e cinesi. Una vera e propria “bomba geostrategica” come è stata definita l'impresa del Canale da parte di vari osservatori.

Per il momento gli Stati Uniti tacciono e non manca neppure chi ritiene che sia in corso una trattativa, anch'essa segreta naturalmente, tra Washington e Pechino. Ciò che è sicuro è che il piccolo Nicaragua e la sua gente, con il miraggio di giungere alla terra promessa dello sviluppo e del benessere sta per essere trascinato senza esserne né informato né consapevole in una pericolosa avventura molto più grande di lui.








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