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Intervista a Anna Alvazzi del Frate, direttrice della ricerca a Small Arms Survey

Gianna Pontecorboli

Martedi' 24 Giugno 2014

Torinese d’origine , laureata in psicologia e specializzata in sociologia e metodologia della ricerca all’Universita di Bologna, Anna Alvazzi del Frate ha lavorato a lungo all’Onu come ricercatrice sui problemi del crimine e della droga. Da alcuni anni, e’ la direttrice della ricerca allo Small Arms Survey a Ginevra. Il Corriere del Ticino le ha fatto alcune domande



D) Perche' avete deciso, quest’anno, di concentrare l’attenzione sulle donne?



R) Abbiamo appositamente scelto le donne perche' volevamo essere precisi e non fermarci all'aspetto della mascolinita' e del rapporto con le armi. Volevamo cercare di enfatizzare il fatto che le donne non sono solo vittime, ma anche protagoniste attive dell'agenda per il controllo delle armi.

Questa esigenza ci e’ apparsa chiara quando sono stati introdotti nella risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza su donne , pace e sicurezza due nuovi paragrafi. Nel primo si enfatizza di fare attenzione al controllo delle armi per quanto riguarda la violenza contro le donne . Non dimentichiamo che un'arma in casa aumenta di cinque volte la possibilita' che una disputa in famiglia finisca in una tragedia.Nel secondo paragrafo si incoraggiano gli stati a facilitare una partecipazione attiva delle donne all'agenda di pace e di sicurezza per il controllo delle armi.

E’ stato interessante perche’ finalmente e’ cominciato un dialogo parallelo tra chi si occupa delle armi e chi si occupa di donne, pace e sicurezza. Nella risoluzione si parla di controllo del numero di armi in circolazione, ma non c'e' nessuna agenzia dell'Onu che si sia occupata di fare questo lavoro,. Noi ce ne occupiamo e lo facciamo raccogliendo informazioni ufficiali e anche dati dalle nostre ricerche , in particolare ricerche sul territorio e sulla popolazione , da cui stimiamo la percentuale della popolazione che e' in possesso di armi. Questa e' una cosa importante da conoscere in modo generale, ma e' anche importante rapportarla alla violenza contro le donne e al ruolo delle donne nelle decisioni che riguardano questo argomento .



D) Chi sono le donne che usano armi, perche’ lo fanno e che problemi particolari hanno?

R) Abbiamo fatto una rapida carrellata e realizzato che aumenta la partecipazione in diverse attivita’ come le gare di tiro alle Olimpiadi, e soprattutto la partecipazione in professioni che erano tipicamente maschili come la polizia o il servizio militare . A volte questo succede con degli aspetti culturali interessanti e non ovvii, in quanto non sono tutti nella stessa direzioni,. Per esempio tra le donne che sono ribelli combattenti o quelle che fanno parte di gruppi criminali si puo’ notare una miriade di differenze. Ci sono pochissime gruppi di tutte donne, e' una cosa molto rara, invece c'e' la partecipazione di donne in gruppi di guerriglia, con funzioni che possono essere dall'appoggio logistico al ruolo di staffetta, che e' molto frequente. E l'unico tipo di ruoli in cui si registra un aumento degli arresti di donne e' per il trasporto delle armi per gruppi criminali. In genere le donne non hanno ruoli preminenti nelle gangs ma c'e’ quasi sempre la’’ bella del boss’’, che e’ stereotipo femminile antico che pero' e' rimasto . Sono interessanti poi i movimenti che vediamo, per esempio in Siria, dove ci sono dei gruppi di ribelli che hanno una grande partecipazione femminile. Oppure i gruppi maoisti in Nepal, dove la partecipazione a questi gruppi offriva l'opportunita' di uscire dagli schemi culturali .

Quando il conflitto finisce, pero', e' difficilissimo per queste donne rientrare negli schemi e li’ si presentano veramente le difficolta' perche’ il processo di pace e' interamente gestito da uomini che non prendono in considerazione la necessita' di reintegrazione delle donne. ,Cosi' e’ successo che molte donne sono state rifiutate dale loro famiglie senza avere, se non molto raramente, la possibilita' di essere riassorbite come military, visto che avavano combattuto. Molte hanno dovuto addirittura emigrare perche' non era possibile per loro rientrare in una societa' che le vedeva come aliene.





D) Il vostro e’ un lavoro importante, anche perche’ molti stati si rivolgono a voi per avere un supporto nella formulazione delle nuove leggi nazionali necessarie dopo la ratifica dell ‘Arms Trade Treaty. La Svizzera e’ sempre stata impegnata su questo fronte. Che aiuto vi da’ ?

R) La Svizzera contribuisce per piu' del 50 per cento al nostro finanziamento e lavoriamo molto con loro , sono un partner previlegiato. Il lavoro che fanno per fare di Ginevra un centro per la pace e la sicurezza e' certamente molto efficace. Oltre a noi, la Svizzera sostiene diverse altre organizzazioni e ci impegnamo tutti insieme . Adesso ci hanno anche dato un grosso aiuto con la creazione della Maison de la Paix in cui ci trasferiremo tutti quanti appena sara’ pronta per lavorare fianco a fianco . E un principio a cui tengono molto e a cui volentieri partecipiamo. Adesso abbiamo in programma un impegno comune sul piano della formazione. Per esempio un'iniziativa e' sul monitoraggio dei risultati, su come valutare il successo delle iniziative. Il fatto e’ che noi continuiamo a fare, dare e spendere, pero' dobbiamo anche lavorare sugli indicatori e sulla progettazione in modo che quello che facciamo abbia un impatto, che produca effettivamente un cambiamento. Facciamo un corso insieme, e' al quarto anno e abbiamo partecipanti provenienti da tutto il mondo. Si parla di armi, di violenza armata ,di mine e di peacekeeping.

anche sul Corriere del Ticino



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