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LE DONNE CON LA PISTOLA

Presentato all'ONU il nuovo rapporto di ''Small Arms Survey'' che esamina la presenza femminile nel mondo delle armi

Gianna Pontecorboli

Martedi' 24 Giugno 2014
Sulla copertina di ''Small Arms Survey 2014'', il volume presentato al Palazzo di Vetro pochi giorni fa dal rappresentante permanente della Svizzera all'Onu , Olivier Zehnder, appare un ragazza con l'aria grintosa, con un fucile in mano, intenta a prendere la mira contro un bersaglio misterioso al di la' di una fessura. Pochi giorni prima dell'uscita del fascicolo, a maggio, quella giovane combattente curda e' stata uccisa durante un bombardamento aereo.

La storia racconta meglio di ogni altra la complessita' del rapporto tra le piccole armi, fucili e pistole, e le donne, un rapporto che vede '' l'altra meta' del cielo'' insieme vittima e protagonista, alla ricerca di una voce autonoma all'interno di un mondo internazionale che soltanto ora sta cominciando a capirne le esigenze.

Nato nel 1999 con il supporto del governo svizzero, lo Small Arms Survey e' un centro di ricerca indipendente del Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra e ha l'obbiettivo di offrire agli studiosi, agli stati e alle organizzazioni internazionali uno stumento di informazione e di consultazione su tutti gli aspetti della produzione e del commercio internazionale delle piccole armi e sulla violenza che deriva dal loro uso.

I suoi rapporti hanno esaminato, anno dopo anno, vari aspetti del problema, dalla proprieta' delle piccole armi da parte dei privati alla crescita dei servizi di sicurezza privati.

Quest'anno i ricercatori, guidati da Anna Alvazzi del Frate, non si sono limitati a un'analisi dettagliata degli ultimi sviluppi nel commercio internazionale di armi e munizioni, ma, nell'intera prima parte dello studio, hanno puntato l'attenzione sul mondo delle donne. E lo hanno fatto con un'ottica del tutto nuova .

Della violenza di chi ha una pistola in mano , si sa, le donne sono certamente le prime vittime. Ogni anno, almeno 66.000 sono uccise da un'arma da fuoco. Al di la' di questo, pero' vi sono poche certezze e i dati sulle armi usate sono pieni di lacune. In base alle statistiche disponibili, la percentuale dei femminicidi e' piu' elevata nei paesi in cui il clima di violenza e' pervasivo , le armi sono facilmente disponibili o la giustizia e' debole contro questo tipo di crimini. Due diversi studi fatti in 25 paesi industralizzati , per esempio, hanno dimostrato che negli Stati Uniti, dove la proprieta' di armi da parte dei civili e' garantita dalla costituzione, la probabilita' di essere uccisa da una pallottola sparata da un compagno, da un marito o da un comune criminale e' 12 volte superiore a quella degli altri 24 paesi messi insieme. Spesso, dimostra anche il rapporto esaminando i casi del Nepal e della Liberia, la diffusione delle armi lasciata da anni di guerra si e' aggiunta a antiche discriminazioni e ha reso le donne sempre piu' indifese contro la violenza sessuale.

In un mondo che sta in parte cambiando molto velocemente, e in parte resta ancorato a tradizioni e abitudini del passato, tuttavia, il rapporto delle donne con le pistole non si limita al ruolo della vittima.

''Le donne'', racconta infatti il rapporto,''sono anche proprietarie e utilizzatrici di armi, sono poliziotte e combattenti. E sempre piu' spesso sono coinvolte nei processi di pace e di disarmo e nella elaborazione e nella messa in atto delle politiche nazionali per il controllo delle armi''.

Proprio in questo settore, lo ''Small Arms Survey 2014'' e' particolarmente ambizioso e innovativo. E le testimonianze che i ricercatori hanno raccolto sono spesso illuminanti.

Anche se sono piu' caute nell'utilizzazione, ha osservato il rapporto, un numero sempre maggiore di donne si ritrova oggi con una pistola o un fucile in mano. Qualcuna, in paesi come gli Stati Uniti, lo fa magari per obbedire al messaggio pubblicitario dei produttori di armi, che a partire dal 1980 hanno cominciato ad offrire prodotti destinati espressamente al mercato femminile, qualcun' altra soltanto per poter partecipare alle gare di tirassegno alle Olimpiadi o per proteggersi dai pericoli dell'ambiente circostante.

Soprattutto, pero', e' aumentata la partecipazione femminile nelle forze di polizia , negli eserciti, tra i movimenti di guerriglia di tutto il mondo. Le poliziotte con la pistola al fianco sono ormai presenti in molti paesi, ma il modo in cui svolgono il lavoro e' diverso da quello dei colleghi maschi, sono meno pronte a usare la forza e raramente coinvolte in casi di maltrattamenti e brutalita' .

''Non avevo soldi per studiare , cosi' ho scelto di arruolarmi,'' ha raccontato una poliziotta sudafricana che ora presta servizio nel carcere di massima sicurezza di Pollsmore e viene spesso utilizzata quando ci sono dei disordini o delle liti tra bande rivali ,''...Molte donne non vogliono farlo perche' non si sentono sicure con una pistola. Io la porto tutti i giorni, mi serve per intimidire ma non sparo. La pistola me la porto a casa perche possono chiamarmi e posso averne bisogno. Amo il mio lavoro e non lo cambierei per nessuna ragione, ma a volte mi sento sola perche' tanti, perfino mia figlia, non capiscono''.

Nell'esercito di molti paesi, le soldatesse sono ormai una realta', quello uruguayano, quello ceco o quello sloveno hanno una partecipazione femminile che sfiora il 15 per cento, in Norvegia il servizio militare e' diventato obbligatorio per entrambe i sessi e giusto lo scorso anno gli Stati Uniti hanno cancellato il divieto di impiegare le donne in combattimento.

Anche essere una donna in divisa, tuttavia, non e' sempre facile. Rischi e discriminazioni legate al sesso sono dietro l'angolo. ''In una delle basi'mi hanno detto :'' Se vai in bagno di notte, portati la pistola per proteggerti dai colleghi'','', ha ricordato una soldatessa olandese che ha prestato servizio per due volte in Afganistan. ''Sono stata nell'esercito per 12 anni,'' ha poi aggiunto,''e c'e' una grossa differenza da quando ho comiciato a ora. Uomini e donne sono piu' uguali nella societa', cosi' ci sono piu' donne soldato e in posizioni piu' alte''.

Discriminazioni e pregiudizi, d'altra parte, non risparmiano neppure chi ha imbraccato un fucile per unirsi a una guerriglia e lo ha fatto con impegno e disciplina. '' Pensano che ci siamo unite per sfuggire alla violenza domestica o a un matrimonio forzato, o per amore di un soldato'', si e' lamentata una guerrigliera colombiana,'' La rappresentazione tradizionale vuole le donne meno inclini alla violenza e quindi, visto che abbiamo combattuto come gli uomini e portato delle armi, ci vedono come dei mostri''.

In questo insieme eterogeneo, c'e' posto per tutte, per le criminali delle gang e per le partecipanti alle missioni di pace dell'Onu. L'unica cosa che ancora manca, e' in fondo il messaggio degli studiosi, e' una voce comune per imporre un nuovo rapporto con le armi e a favore della pace. Chi decide,nelle missioni di pace internazionali come tra i guerriglieri, e' troppo spesso ancora maschio.

anche sul Corriere del Ticino












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