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Le aziende farmaceutiche europee non vendono piu' i medicinali per le iniezioni letali. Cosi' l'America torna ai vecchi sistemi

Gianna Pontecorboli

Venerdi' 30 Maggio 2014
A vederla, nelle foto pubblicate qualche giorno fa, sembra solo un macabro ricordo del passato, destinato a finire nell'angolo in qualche museo di storia americana. Invece, la sedia elettrica che le guardie carcerarie del Tennessee hanno tirato fuori dai magazzini e puntigliosamente spolverato potrebbe tornare in uso molto presto, forse gia’ in ottobre. Venerdi scorso, infatti, il governatore dello stato, Bill Haslam, ha firmato una nuova legge approvata a larga maggioranza dalle due camere del parlamento statale e che prevede che la sedia elettrica possa essere di nuovo utilizzata se verranno a mancare i prodotti chimici necessari per le iniezioni letali.
La decisione ha la sua origine in una storia che ben pochi fino ad ora hanno notato . Usata per la prima volta a New York nel 1890, la sedia elettrica doveva, nelle intenzioni, sostituire la fucilazione e l’impiccagione come metodo ‘’piu’ umano’’ e ‘’ meno doloroso’’ per l’esecuzione dei condannati. Con gli anni, pero’, gli incidenti si sono moltiplicati e a poco a poco quasi tutti gli stati stati hanno cominciato a sostituirla con le iniezioni letali. Adesso, solo sette dei 32 stati che ancora prevedono la pena di morte ne consentono l’uso, con varie modalita’ e soltanto per scelta del condannato.
Il fatto e’ che i prodotti chimici da iniettare in vena per provocare prima lo stordimento e poi la morte sono fabbricati in gran parte da aziende farmaceutiche europee. Cosi’, nell’ambito della campagna di pressione internazionale per convincere l’unico paese occidentale che ancora accetta la pena di morte a rinunciare, le aziende si rifiutano di venderli per le esecuzioni. Trovare il necessario sul mercato e’ diventato sempre piu’ difficile. Solo poche settimane fa, in Oklahoma, un composto sostitutivo ha provocato per il condannato Clayton Lockett un’ agonia atroce seguita, seguita da un infarto
Adesso, il Tennessee ha deciso di correre ai ripari. “Questa legge ci da’ un’altra opzione. Abbiamo avuto tanti problemi con le iniezioni letali’’, ha spiegato il rappresentante statale Dennis Powers, che e’ stato il promotore del provvedimento.
Negli Stati Uniti, dove la discussione sulla pena capitale e' tornata in gran parte in sordina dopo le polemiche degli anni '80, l’incidente dellOklahoma e poi la nuova legge sono serviti a riaccendere un dibattito che sembrava sepolto nell’indifferenza..
‘’Quello che il Tennessee sta facendo e’ un ulteriore sintomo che il sistema della pena di morte e’ in crisi’’, ha spiegato Austin Sarat, insegnante di scienze politiche alla Amherst University , ‘’Dopo tutto, la legittimita’ della pena di morte negli Stati Uniti e’ dipesa nell’ultimo secolo dalle promesse del progresso scientifico di trovare un metodo di esecuzione sicuro, affidabile e umano. Tornare indietro discreditera’ l’intero sistema ’’.
Anche per chi vede in quella rigida sedia con i cavi elettrici attaccati un orrore da dimenticare, tuttavia, la battaglia da combattere sara’ probabilmente ancora lunga. Qualche passo avanti ovviamente , e’ stato fatto, e le esecuzioni sono diventate piu’ rare. Secondo un sondaggio realizzato dalla Gallup nel 2013, il supporto dell’opinione pubblica e’ al suo punto piu’ basso negli ultimi quarant’anni. Ad aprire uno spiraglio di speranza, accanto agli oppositori tradizionali, sono ora alcuni gruppi di conservatori come il CCDP (Conservatives Concerned about Death Penalty). Guidata da Mark Hyden, 30 anni, l’organizzazione ha iniziato un’energica campagna per convincere i membri piu’ influenti del partito repubblicano che la pena di morte e’ un’intrusione nella vita private dei cittadini, costa troppo ai bilanci pubblici, serve a poco come deterrente e e’ quindi contraria ai principi della destra.
Sempre secondo la Gallup, pero’, i sostenitori sfiorano ancora il 60 per cento dell’elettorato e tra di loro ci sono non soltanto l’80 per cento dei repubblicani, ma anche il 47 per cento dei democratici.

anche sul Corriere del Ticino



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