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I Casino' hanno arricchito molte tribu', ma le hanno anche messe l'una contro l' altra

Gianna Pontecorboli

Giovedi' 24 Aprile 2014
Tribu’ contro tribu’, nei tribunali, nei palazzi del potere degli stati, o magari con i referendum popolari. Con l'aiuto, quando serve, di generosi contributi elettorali. Proprio pochi giorni fa, il sindaco appena eletto di Glendale, in Arizona, ha deciso di aprire una trattativa formale con la tribu' indiana dei Tohono O'odham per discutere l'apertura di un nuovo casino' nella cittadina. I primi ad opporsi, con l'aiuto del vecchio sindaco, sono stati pero' i membri di un'altra ''nazione'', la Gila River Indian Community, che gia' gestisce una casa da gioco a poche miglia di distanza e che da anni cerca di bloccare il progetto in corte. In California, i Chuckhansi e i loro finanziatori, una societa' di investimenti di Wall Street, hanno gia' speso 2 milioni di dollari per fermare il referendum popolare sul nuovo casino' che i Mono Indians vorrebbero costruire giusto alle spalle della loro riserva .In Wisconsin, nella speranza di evitare la costruzione di nuova casa da gioco vicino a Milwaukee una tribu' ha donato 50 mila dollari all'Associazione dei Governatori Repubblicani.
Negli ultimi mesi, episodi simili si sono ripetuti in tutti gli Stati Uniti. E hanno fatto sempre piu' temere che quella che doveva essere una ricetta per far uscire gli indiani d’America dalla poverta’ si stia trasformando in una fonte di liti feroci .
La storia dell’enorme espansione delle case da gioco indiane negli Stati Uniti e’ cominciata negli anni '80, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che gli stati non solo non hanno l’autorita’ di tassare gli indiani ma non possono neppure regolare le attivita’ dei suoi membri all'interno delle riserve.
Nel 1988, con una legge firmata da Ronald Reagan, il governo americano ha creato la Indian Gaming Commission e in pratica garantito alle tribu’ il diritto di costruire e gestire casino’ sulle loro terre , con il solo limite di osservare le norme federali che regolano il gioco d’azzardo e versare una percentuale degli incassi agli stati che li ospitano. Per i Seminole della Florida e per diverse altre tribu’ che da anni cercavano di ampliare le modeste case da gioco che avevano cominciato a creare a partire dalla fine degli anni ‘60, la sentenza e’ stata un segnale. Le gare di Bingo, una sorta di tombola tradizionalmente usata anche delle parrocchie, sono presto diventate quotidiane, poi al poco rischioso bingo si sono aggiunte le slot machine, il poker e il black jack.
Da quel momento, e' cominciato un vero e proprio boom, che ha lasciato fuori dalla porta il crimine organizzato che aveva sempre gestito il gioco d'azzardo a Las Vegas o Atlantic City e ha offerto posti di lavoro e opportunita' di investimento a una popolazione fino a quel momento poverissima e isolata.
Nel 1988, il reddito del gioco d'azzardo nei casino' di proprieta' indiana era di 100 milioni di dollari all'anno, ma nel 1006 era balzato a piu' di 16 miliardi. Nel 2011, esistevano sul territorio degli Stati Uniti ben 460 case da gioco di proprieta' di 240 diverse tribu' e con un reddito complessivo di oltre 27 miliardi di dollari. In Connecticut, il Foxwood Resort Casino allinea 7,200 slot machines e 380 tavoli da gioco e rende di piu' di tutti i casino' tradizionali di Las Vegas.
Da un bengodi che non sembrava avere fine, pero', qualcuno e' rimasto fuori. Isolate tra i boschi, lontane dalla grandi strade di comunicazione e dalle citta' turistiche, alcune tribu' hanno finito per sentirsi dimenticate e hanno reagito. La soluzione, nella maggioranza dei casi, e' stata quella di acquistare un terreno in un'area piu' accessibile, possibilmente ai confini di una grande citta' o di un complesso turistico o sportivo e di farlo dichiarare parte della riserva. Un ''reservation shopping'' che non e' piaciuto ai vicini e nei cui confronti la legge e' confusa. Cosi', quando la crisi economica ha cominciato a incidere sugli incassi, la solidarieta' che aveva fino a quel momento legato le tribu' si e' dissolta. E e' cominciata una battaglia di cui non si vede la fine.
Gianna Pontecorboli



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