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AFGHANISTAN 2014. DIARIO ELETTORALE (4)

Da venerdì 21 marzo, con il nostro Giuliano Battiston seguiamo la campagna elettorale afghana, il voto per il nuovo presidente e, nei giorni successivi, i risultati e le reazioni.

Giuliano Battiston

Giovedi' 27 Marzo 2014
MAZAR-E-SHARIF/KUNDUZ

Giovedì 27 marzo

1 Toyota corolla, 5 passeggeri, 300 km, 4 ore di percorso, tre posti di blocco, due soste per pisciare e 700 afghanì da pagare. E’ il bilancio del viaggio di oggi da Mazar-e-Sharif a Kunduz (passando per Pul-e-Khumri).

Mazar è la principale città della provincia di Balkh, il centro culturale del nord-Afghanistan, dove ha sede l’università più prestigiosa e più ambita di questa parte del paese e dove la gente viene per lavorare o cercare lavoro. Qui l’economia tira. Grazie ai traffici transfrontalieri con l’Uzbekistan, favoriti dall’unico tratto di ferrovia dell’intero Afghanistan. E grazie alla gestione autoritaria ma convincente del governatore Mohammad Atta. Ha convinto gli imprenditori locali e stranieri che Mazar può davvero diventare un hub commerciale dell’Asia centrale. Sono arrivati soldi e coperture politiche. Lo scorso giugno è stato inaugurato il nuovo aeroporto internazionale. Pagato dai tedeschi e dagli arabi degli Emirati, è un gioiello di efficienza, a paragone degli altri scali afghani, Kabul compresa.

Atta rivendica di aver fatto bene. E’ un pezzo grosso della politica nazionale. Non è in corsa per le presidenziali del 5 aprile ma sta usando bene il suo peso politico per assicurarsi un ruolo di primo piano. Quello di governatore o, se vincesse Abdullah Abdullah, di ministro. Ora che è morto il maresciallo Fahim, il vice-presidente sostituito da Qanooni, i margini di manovra per Atta sono ancora più ampi. Staremo a vedere.

Anche Kunduz, capoluogo dell’omonima provincia, cerca di crescere grazie ai legami con il nord, in questo caso con il Tajikistan. Ma le cose non vanno come dovrebbero. Rispetto a qualche anno fa l’intera provincia è molto più sicura, ma ogni tanto arriva qualche “scossa”.E’ successo un paio di giorni fa, quando un kamikaze si è fatto esplodere tra la folla che seguiva una partita di buskashi. Venti i morti, molti i feriti. La notizia è stata poco raccontata, fuori dall’Afghanistan. Perché Kunduz non è Kabul. E perché nel frattempo, proprio a Kabul, i turbanti neri mettevano a segno un colpaccio: l’attacco alla sede della Commissione elettorale indipendente, l’organismo che ha il compito di organizzare le elezioni.
Gli scontri tra i Talebani e le forze di sicurezza sono andati avanti per ore, catturando l’attenzione dei media. Il contraccolpo psicologico è stato forte: prima l’attacco al Serena Hotel di Kabul, destinato a impressionare gli osservatori internazionali, che lì alloggiavano. Poi quello agli osservatori nazionali. Due su due. Un successo per la propaganda dei se guaci del mullah Omar, che hanno minacciato e ribadito di voler colpire i seggi elettorali e chiunque sia legato alla “farsa delle elezioni”.

Girando per le vie del centro di Kunduz, molto animate in questo giovedì prefestivo, il ricordo dell’attentato di pochi giorni fa sembra già svanito. Me lo conferma Saberi, giovane lettore alla facoltà di Legge e scienze politiche dell’università privata Salam, l’unica in città. “La gente teme le frodi, non gli attentati. In più, è molto disillusa. Anni fa aveva molte aspettative, oggi disilluse”. Più che dai Taleb, aggiunge Saberi, la partecipazione al voto potrebbe essere scoraggiata dal disincanto. Eppure erano in migliaia ad assistere - il giorno dopo l’attacco - al comizio di Abdullah Abdullah, che qui macina consenso.

Tra loro c’era anche uno dei ragazzi dello staff del Kunduz hotel. Albergo statale gestito in modo svogliato ma simpatico, ha il fascino dei vecchi edifici dalla bellezza trasandata. Di giorno, quando è illuminato dal sole, sembra ammiccare al perduto splendore. Di notte, quando la città si svuota e le luci si spengono, diventa spettrale. Con gli ampi corridoi deserti. E la moquette in camera che trattiene i passi dell’unico ospite, rendendoli silenziosi.

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