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AFGHANISTAN 2014. DIARIO ELETTORALE (3)

Da venerdì 21 marzo, con il nostro Giuliano Battiston seguiamo la campagna elettorale afghana, il voto per il nuovo presidente e, nei giorni successivi, i risultati e le reazioni.

Giuliano Battiston

Lunedi' 24 Marzo 2014
Kabul - lunedì 24 marzo

8 milioni di dollari e qualche spiccio. Qui a Kabul c’è chi pretende di sapere la cifra intascata in questi anni da Karzai con il suo “sistema mafioso”, fatto di politica e affari. Il posticipo della firma sul trattato bilaterale di sicurezza con gli Usa? Una mossa per prendere tempo mentre negozia la buona uscita e mette al riparo il patrimonio accumulato dalle brutte sorprese. Il futuro quando lascerà l’Arg, il palazzo presidenziale? Anche se non dovesse vincere il suo candidato - Zalmai Rassoul - continuerebbe a influenzare il quadro politico. Nessuno dei candidati è poi così autonomo. Neanche lo storico rivale, Abdullah Abdullah.

A Kabul si parla di politica. Della transizione dal sistema di potere Karzai a un nuovo sistema, che dovrà convivere con il precedente, chiunque vinca il 5 aprile. Zalmai Rassoul, già ministro degli Esteri dal 2010 al 2013, è il candidato di Karzai. Ma è debole. Privo di carisma. Senza sostanza. Così dicono in molti, temendo però che Karzai gli metta a disposizione le risorse – economiche e non solo – dello Stato. Mobilitando o facendo comparire voti essenziali. Un aiuto per sostenere una candidatura sbiadita.

Abdullah Abdullah – anche lui già ministro degli Esteri dal primo governo a interim fino al 2005 e leader dell’Alleanza del nord - gira in lungo e in largo il paese. In ogni comizio ripete il mantra preventivo e accusatorio delle frodi. Nel 2009 rinunciò al ballottaggio, accusando Karzai di aver rubato. Oggi ammonisce dal “commettere errori”. Ma secondo alcuni si starebbe già annusando col presidente uscente, per evitare che l’eventuale ballottaggio diventi infuocato e veda entrambe le cordate perdenti.

Abdullah Abdullah non è il solo a insistere sulle frodi. Ogni tanto un leader politico si affaccia in tv o alla radio e minaccia peste e corna in caso di brogli. L’accusa è rivolta a tutti. Tutti frodano, pare. Degli 11 candidati nella lista iniziale solo due non avrebbero falsificato le 100.000 firme necessarie per la candidatura. Per tutti gli altri, la Commissione elettorale indipendente avrebbe dovuto fare buon viso a cattivo gioco. L’ultimo in ordine di tempo a invocare trasparenza è stato il potente governatore di Balkh, Mohammad Atta. Non è candidato ma sta facendo valere tutto il suo peso politico.

Chi sembra acquistare peso politico è il terzo grande favorito, Ashraf Ghani, il tecnocrate colto a cui Karzai aveva affidato il coordinamento del processo di transizione. Nel 2009 guadagnò un misero 2.9% di voti. Oggi è forte. Rischia di vincere. Anche grazie a una piccola, grande rivoluzione: l’aver rotto la tradizionale formula del ticket presidenziale. Quello che rispetta il peso demografico delle etnie politiche: il candidato presidente pashtun, il primo vice tajiko, il secondo hazara.

Ghani - che da mesi sfoggia un bel turbantone da pashtun - come secondo ha scelto invece Dostum, leader della comunità uzbeca. Senza di lui l’ex rettore dell’università di Kabul e funzionario della Banca mondiale sarebbe un cavallo spompato. Con il secondo vice Sarwar Danish (già misnitro della giustizia), punta ai voti degli hazara delle province centrali. Con Dostum farà il pieno di voti in alcune province settentrionali. Ghani ha mandato giù il curriculum insanguinato del generale Dostum, pur di averlo con sé. Ma a condizione che il leader del Jumbesh-e-Milli facesse mea culpa sui crimini passati: Dostum ha farfugliato qualcosa sulle proprie colpe, “simili a quelle di tanti”.

E Ghani – dipinto come un uomo metodico e supponente votato al potere - ha incassato il suo appoggio. Potrebbe essere quello fondamentale per entrare dalla porta principale dell’Arg.


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