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AFGHANISTAN 2014. DIARIO ELETTORALE (2)

Da venerdì 21 marzo, con il nostro Giuliano Battiston seguiamo la campagna elettorale afghana, il voto per il nuovo presidente e, nei giorni successivi, i risultati e le reazioni.

Giuliano Battiston

Domenica 23 Marzo 2014

Kabul, domenica 23 marzo.

Solo oggi, domenica, il bazar è tornato a macinare affari a pieno regime, le macchine a intasare le strade e Kabul a essere la città chiassosa e inquinata di sempre. Venerdì e sabato erano ancora giorni di festa. Giorni in cui stare in famiglia o con gli amici, per festeggiare il Nowroz, il nuovo anno. “Ma qui a Kabul non si festeggia più come prima. Una volta si ballava di più, si faceva musica. Ora è tutto cambiato”.

A rimpiangere i bei tempi andati è un distinto signore cinquantenne. Abita a qualche centinaio di metri da Chicken Street – la via prediletta dai freakettoni negli anni Settanta -, a qualche edificio di distanza dall'ambasciata dell'India, più volte presa di mira dai barbuti, a due passi dalla sede dell'Unione europea. E' un uomo che può rivendicare nobili discendenze. Veste un abito cucito su misura, porta un foulard al collo, i capelli accompagnati all'indietro con il gel. Venerdì ero suo ospite per cena. In una casa retrò, costruita negli anni Sessanta, sopravvissuta alla furia edilizia dei nuovi arricchiti, arredata con cura dall'anziana madre e amministrata da una governante dallo sguardo bonario.

Le foto appese alle pareti raccontavano degli avi, dei legami di sangue, della storia passata del paese. Quella attuale non piace molto a quest'uomo che vive molti mesi in Belgio e che rientra in Afghanistan solo per stare con la madre e curare i propri affari. Per lui, la parentesi del governo talebano, anche se breve, ha interrotto molte tradizioni afghane. “Per fortuna, non quelle culinarie”, aggiunge prima che vengano portate in tavola delle coppe di frutta secca: “deve mangiarle, è tradizione qui da noi”, dice.”E poi le abbiamo fatte in casa”.

Chi non ha tempo o voglia, ricorre alle tante pasticcerie e ai forni di Kabul. Quelli a ridosso del bazar principale, sotto al Pashtunistan hotel, sono affollate di gente. Appena entrato, ogni cliente ritira la sua scatola di cartone per riempirla dei biscotti poggiati sugli scaffali. Si entra a mani vuote e si esce con le buste piene. Prima di tornare a casa, c'è chi si ferma in gelateria, per una coppia di gelato o un succo di melograno. Le tv trasmettono video musicali. I talk show politici vengono perlopiù ignorati. “Io non ci vado mica a votare”, dice un signore corpulento mentre aspetta il suo gelato. “Hai visto chi sono i candidati? Tutta gente che pensa alle proprie tasche, mica alla povera gente”. Gli 11 (ora ridotti a 9) candidati alle presidenziali del 5 aprile stanno girando da settimane in lungo e in largo per aggiudicarsi i voti degli elettori. Molti di questi – quelli che vivono nelle aree più remote, o in quelle più “turbolente” - non potranno votare. Perché minacciati dai Talebani. O perché talmente sperduti da essere dimenticati anche dalla Commissione elettorale. Al contrario gli elettori di Kabul – come quelli di tutte le grandi città – potranno votare senza correre grandi rischi. Ma molti si dichiarano scettici. “Non vale la pena. Tanto non cambia niente”, dice l'uomo accanto a me prima di gustarsi una coppa di gelato.


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