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Lucia Sgueglia

Lunedi' 24 Febbraio 2014
Sport e politica: l’Operazione Sochi, come la chiamano al Cremlino, è riuscita. Tutti concordi, una vittoria d’immagine per Vladimir Putin: i giochi sono una sua creatura, e anche la sua eredità politica. Contro le previsioni della vigilia che sembravano condannare al fallimento le Olimpiadi russe prima ancora di cominciare: dal timore di attentati, alle critiche su diritti umani e gay, alle polemiche su costi, corruzione ed ecologia. Per sventarle, il leader russo si è messo in gioco in prima persona, per due settimane nel villaggio olimpico non ha solo assistito a partite di hockey e volteggi di pattinaggio, ma ha organizzato una campagna diplomatica incontrando leader internazionali e delegazioni sportive straniere, dispensando sorrisi e strette di mani anche ai rivali americani, tra foto ricordo, the, boccali di birra e calici di vino: ammiccante come non mai, lui che di solito non bada affatto alle pubbliche relazioni.
Elogi e ringraziamenti dal CIO, un successo non solo di medaglie. Le tante attese proteste, sono state quasi del tutto assenti, persino gli atleti omosessuali vi hanno rinunciato. E zar Vladimir col passare dei giorni e delle medaglie russe, ha sconfitto anche il dissenso interno, congelato in attesa del dopo Olimpiadi. Giochi sterilizzati, dice qualcuno, come le speranze di liberalizzazione politica in Russia.
L’Ucraina insegna. Sulla neve bianca di Sochi si allunga infatti ora l’ombra nera di Kiev, un incubo per Putin che non ha ancora commentato gli eventi drammatici a Maidàn, non vuole rovinare l’idillio dei cinque cerchi. Ma quell’immagine della villa di Yanukovich, il presidente ucraino destituito, che un tempo fu suo alleato, invasa dagli oppositori, deve togliergli il sonno.

Contributo realizzato e andato in onda domenica 23 febbraio per il Radiogiornale della RadioTelevisione Svizzera Italiana (RSI)




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