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Tutto è pronto per l’inaugurazione, e dopo le polemiche su clima, diritti gay, calcinacci, costi, corruzione e terrorismo, forse la parola passerà allo sport. Finora i 12mila giornalisti accreditati si sono dedicati a tutt’altro, pronti a cogliere in fallo l’Orso alla sua prova del nove, con un’aria da primi della classe. Specie gli americani.

Barbara Yukos

Venerdi' 7 Febbraio 2014
SOCHI
A guardare quel gruppo di donne col fazzoletto alla kolcosiana annodato in testa, chine sulle scope di saggina a ramazzare i gradoni di Casa Italia nel Villaggio Olimpico costiero, si direbbe che in Russia nulla sia cambiato da decenni. Eppure, stasera nello stadio Fisht che ancora sembra addormentato sulla spiaggia del Mar Nero, il paese di Putin si gioca la reputazione, 34 anni dopo Mosca ‘80. Tutto è pronto per l’inaugurazione, e forse finalmente, dopo le polemiche sulle “Olimpiadi Invernali subtropicali”, i diritti gay, i calcinacci ancora in giro, i costi esorbitanti, corruzione e rischio terrorismo, da domani la parola passerà allo sport. Finora gli oltre 10mila giornalisti accreditati si sono dedicati a tutt’altro, con un record di corrispondenti politici presenti rispetto agli esperti sportivi, come mai prima forse. Molti, specie gli occidentali, pronti a cogliere in fallo l’Orso alla sua prova del nove, con un’aria da primi della classe. Specie gli americani, che hanno inondato Twitter di commenti sarcastici sulle “Olimpiadi del terzo mondo” a partire dall’acqua gialla “pericolosa” dei bagni negli alberghi non terminati. Rosiconi, complesso di superiorità? Il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha una sua teoria: “Non sempre chi è forte, di successo, ricco e sano è amato. E ora noi siamo così”. Secondo lui, i media occidentali “smetteranno di criticare la Russia quando scioglierà il proprio esercito, e cederà le proprie risorse”‪. Piccato anche il ministro degli esteri Lavrov, ieri tedoforo insieme a Ban Ki Moon: “E’ stupido contare quanti leader stranieri parteciperanno alle Olimpiadi”, e sui boicottaggi, ricorda, non è il paese ospitante ma il CIO a fare gli inviti: “Ci congratuliamo con i politici mondiali ed europei che hanno un’opinione tanto alta di sé da aver rifiutato”.
Intanto atleti e addetti vivono segregati nella “fortezza olimpica” che Putin ha fatto costruire per allontanare ogni ombra di terrorismo: tra barriere di ferro, gate, metal detector e 40mila uomini della sicurezza camuffati in leggiadre divise olimpiche viola. Ma al contrario dei media promuovono la Russia, elogiando organizzatori, stadi e infrastrutture “splendide”, quello scenario tra mare e monti che ricorda il Libano. “Sono stupita dalla cortesia dei russi”, dice Amy del Comitato Olimpico Usa. Nella Cittadella olimpica, i nomi di strade e piazze copiano quelli del centro di Mosca (Alexandrovski Sad, Triumfalnaya Ploshad, Via dei Giornalisti). Qualcuno l’ha chiamata Putingrad. Il “castello fatato” dell’ultimo zar, tra Disneyland e Dracula, con banderuole segnavento e due torrette (dove dormirà Vladimiro? si chiedono tutti), sta proprio nel mezzo: il presidente russo vi farà base durante i Giochi, ma riceverà gli ospiti internazionali nell’ex sanatorio sovietico Lenin, lontano da qui. Martedi il capo del Cremlino è sbarcato nel Villaggio scaldando l’atmosfera, per convincere tutti che le sue Olimpiadi sono buone e giuste: ha parlato in inglese, sorriso moltissimo, domato una belva rara, si è lasciato fotografare con due ganze atlete americane, e ha giurato di voler proteggere la natura. “Rosiconi” anche gli ecologisti che lo accusano di aver devastato l’ecosistema della zona per far posto al suo sogno megalomane? Pare che Vladimir abbia anche ricevuto una cassa di birra “pro-gay” dalla Scozia: l’avrà bevuta?
Giusto di fronte al suo maniero c’è il quartier generale azzurro. Alla sfilata di oggi, il nostro paese farà una scelta di rigore, annuncia il presidente del Coni Malagò: “Sfileremo soltanto con atleti e tecnici”. E la sera, spaghettata con Letta, che ha promesso di pronunciarsi sui diritti umani e contro la legge anti-gay russa. Intanto al media center è record di presenti di “orientamento sessuale non tradizionali”, come direbbe la Duma.
I 25mila giovani volontari venuti da tutta la Russia si affannano per parare le falle dell’organizzazione, gentilissimi continuano a scusarsi in inglese per i disagi: “Non ci aspettavamo venisse tanta gente”, confessano i gestori di uno dei pub-tendone alla Casa Russia, il “ghetto dei giornalisti”, cinto da una rete di ferro ma dove ai check point i poliziotti non controllano più e ti salutano amichevoli, allibiti davanti alle torme di canadesi, norvegesi, tedeschi e inglesi che si azzannano per una birra. Beata ingenuità. E se l’acqua gialla è una rarità, qualcuno per dormire ha tranciato di netto i cavi elettrici di una lampada senza interruttore in camera, “come quelle per gli interrogatori del Kgb”.
Poi c’è la Sochi “vera”: la città che dà il nome ai Giochi sta a 30 km. Alla stazione ferroviaria, davanti a un metal detector vegliato da 10 poliziotti, all’ennesimo controllo una vecchietta curva sul bastone da passeggio sbotta: “Dicono che chi sale a Krasnaya Polyana (sede delle gare in alta quota oudoor, ndr) non può portare cibo e bevande. E come pensano che sopravvivo?”. Finalmente è caduta la neve su a Rosa Khutor. Sofia, venditrice di souvenir, aspetta il gran giorno sperando che arrivino i turisti, anche se lo 0% dei russi sarebbe interessato: “Ora la città è cambiata, bellissima, ma quante ne abbiamo passate, mesi di cantieri, sporco ovunque, luce a intermittenza”. Blindata l’Olimpiade, la paura è che la jihad islamista colpisca obiettivi più facili e “morbidi”, la rete di trasporti e le città della regione circostante del Nord Caucaso. In cielo dirigibili bianchi pattugliano passi di montagna e spiagge, poi navi militari e gli occhi spioni delle Cctv della polizia onnipresenti. Ma dentro il Villaggio, la tenaglia della sicurezza è quasi invisibile, anche se gli atleti ammettono: “Non ci fanno uscire neanche per scherzo”.
Il sogno dei russi è la finale di hockey. Per vincere, il Cremlino si affida alla fede: il Patriarca Kirill ha benedetto gli atleti russi pregando per la loro vittoria, e gli ha regalato una grande icona, come se andassero in guerra. Rischio attentati? “Noi russi siamo abituati fin dal 20° a guerre e minacce continue. Serve una resistenza spirituale e civile”, ci dice l’arciprete Vsevolod Chaplin, cappellano della nazionale di casa. “Questa Olimpiade ha sei chiese per altrettante fedi: è un fatto raro, di solito i Giochi ne ospitano una”. Ma finora gli atleti di Mosca non vi avrebbero messo piede. Confidano in qualcos’altro.

Uscito oggi sul Fatto Quotidiano nelle Pagine Esteri



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