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La controversa legge russa che punisce la promozione dell’omosessualità nei confronti dei minori, se da un lato ha fatto impennare drammaticamente omofobia e violenza contro le persone lgbt, dall’altro ha avuto l’effetto paradossale di “sdoganare” per la prima volta nella storia il tema gay presso il pubblico russo, a dispetto della campagna "moralizzatrice" in difesa dei valori della famiglia lanciata da Putin per compiacere la Chiesa. Da tabù a quasi-moda, dal cinema ai talk show, dalla musica al teatro: se ne parla più che mai, nel bene e (più) nel male, tra mille ipocrisie.

Lucia Sgueglia

Lunedi' 3 Febbraio 2014
MOSCA

Mosca, 1961. Il giovane Sasha, Sancho per gli amici, aspirante stilista dall’aria dandy, sogna di sfondare a Mosfilm, la Hollywood sovietica. Ottiene un lavoretto nella sezione costumi, ma la sua carriera si spezza quando, un giorno al parco, tenta di baciare un amico attore ricevendo in cambio calci e insulti (“Invertito!”). Arrestato dalla polizia, rischia 8 anni di galera e il marchio dell’infamia per la sua famiglia. A salvarlo è l’amica Luisia, di lui segretamente innamorata: in una scena drammatica in lacrime convince i carcerieri di essere l’amante del ragazzo. Il disgelo dell’era Krusciov in Unione Sovietica aveva portato una ventata di libertà anche nel sesso, lasciando però intatto il famigerato articolo 121 del codice penale, voluto da Stalin, che puniva l’omosessualità maschile con fino a 5 anni di prigione e lavori forzati. Un’arma contro i dissidenti. A dicembre 1962 lo stesso Nikita Krusciov scatena un putiferio alla mostra di artisti astratti (non allineati col realsocialismo) nel Maneggio di Mosca, bollandoli come “pederasti” (pideros). Sasha medita di fuggire, sulle orme di Rudolf Nureyev, la leggenda del balletto sovietico, omosessuale, che proprio nel 1961 defezionò in Occidente.
“Disgelo” (Ottepel) è la fiction tv dell’anno in Russia, diretta da un figlio d’arte, Valery Todorovsky, già campione d’incassi al cinema col musical Stlyagi. Trasmessa in prima serata sul Primo Canale statale, il più filogovernativo. Un successo di critica e spettatori per le 12 puntate, tanto che già si pensa a un sequel. Protagonista è Vitaly Khrustaliov, talentuoso operatore e cinico sciupafemmine, ma negli ultimi episodi proprio Sancha (Evgeny Volotsky) diventa il fulcro della storia: la sua sorte è discussa senza veli dai colleghi, tra accuse di essere un “nemico del popolo” e solidarietà. Il pubblico è spinto a simpatizzare con lui. “Ogni atto onesto ha un messaggio politico. Un uomo dovrebbe essere libero sempre e ovunque, per salvare la faccia”, ha detto Todorovsky alla tv d’opposizione Dozhd, negando di aver subito censure.
Una metafora della Russia di oggi, concordano i critici. Dove la controversa legge che punisce la promozione dell’omosessualità nei confronti dei minori, se da un lato ha fatto impennare drammaticamente omofobia e violenza contro le persone lgbt, dall’altro ha avuto l’effetto paradossale di “sdoganare” per la prima volta nella storia il tema gay presso il pubblico russo, a dispetto della campagna "moralizzatrice" in difesa dei valori della famiglia lanciata da Putin per compiacere la Chiesa. Da tabù a quasi-moda, dal cinema ai talk show, dalla musica al teatro: se ne parla più che mai, nel bene e (più) nel male, tra mille ipocrisie.
Sul grande schermo, uno dei film-debutto più elogiati della stagione, Intimnye Mesta (“Parti Intime”), racconta in veste noir la solitudine della metropoli tra relazioni sballate, lesbismo, frustrazioni sessuali e psicanalisi. Un ricco professionista impotente, tradito dalla moglie, sogna di andare a letto con l’amante di lei e fare sesso a tre. Due ragazze deluse dagli uomini avviano una relazione travolgente. Una donna membro di un Comitato pubblico per la moralità che propone di censurare le scene erotiche al cinema, ogni sera si intrattiene con un vibratore. Somiglia incredibilmente a Yelena Mizulina, deputata della Duma tra gli iniziatori della “legge anti-gay”, alfiere del nuovo bigottismo di stato.
A novembre scorso al teatro Chekhov di Mosca, un gruppo di attivisti religiosi ortodossi ha fatto irruzione sul palco durante una provocatoria messa in scena del Marito Ideale di Oscar Wilde, firmata da Kostantin Bogomolov - un vortice di politici corrotti, prostitute, preti gay e nudità - per denunciarne la “blasfemia”. Nei talk show spesso vince l'omofobia più becera, ma tra gli invitati in studio ora compaiono esponenti lgbt dichiarati.

E mentre il nazionalista Zhirinovsky chiede di cacciare tutti i gay dai posti di potere, le più rinomate popstar del paese, amatissime da casalinghe e pensionati, come Filip Kirkorov (ex marito di Alla Pugaciova, la Mina russa, padre di una figlia concepita da una madre surrogata americana), Sergei Zverev, Boris Moiseev o Valeri Leontiev, adottano un’esplicito stile queer da travestiti, ai limiti del trash tra make up esagerato, parrucche, tute di pelle, gonne e lustrini, o effeminato come Dima Bilan, vincitore di Eurovision 2008. Onnipresenti nei media, si esibiscono anche in recital nel palazzo del Cremlino. Il duo Tatu e la band Ruki Verkh si fingono gay per vendere più album, il trio femminile Viagra nei videoclip mima Victor Victoria. Ben attenti però a non fare mai coming-out pubblico: don’t ask, don’t tell è la regola, la loro inclinazione sessuale un “segreto di pulcinella”.
Contraddizioni solo apparenti per la società russa. Che dagli Zar ai Soviet, ha sempre oscillato tra condanna, accettazione e tolleranza dell’omosessualità. Il primo a punirla fu Pietro il Grande, ma solo per i militari. Dal 1832 i gay rischiano l’esilio in Siberia, ma la legge è raramente applicata. Il marxismo predica la liberazione della sfera intima, e Lenin con la Rivoluzione del 1917 libera anche i gay. Ma Stalin, in lotta contro l’Occidente e i suoi valori borghesi e decadenti, costringe tutti gli uomini di partito a prender moglie, compreso il cineasta Sergei Eisenstein, che in privato conduceva una doppia vita intrattenendo relazioni con uomini. Quasi mille persone l’anno finirono vittime di raid e arresti ai sensi dell’art. 121, tra cui il regista armeno Sergei Paradzhanov e il poeta Gennadi Trifonov, autore di versi a tema gay mai pubblicati nell’Urss. Gorbaciov apre alle minoranze sessuali, Eltsin nel 1993 depenalizza le relazioni gay, dal 1999 l’omosessualità non è più malattia mentale. Ma ancora oggi solo il 16% dei russi ritiene che i gay dovrebbero essere accettati dalla società.

Pubblicato su La Stampa di Torino



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