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Un mondo fatto di gate, barriere di ferro, metal detector e telecamere. Dentro ci vivono e si muovono atleti, delegazioni, membri del Cio e dell’organizzazione, giornalisti, addetti. Ciascuno in una diversa “isola”, chiusa al mondo esterno e connessa alle altre da strade costruite ad hoc, cinte da una rete metallica alta due metri e mezzo.

Lucia Sgueglia

Venerdi' 2 Maggio 2014
SOCHI – All’arrivo in aeroporto, potresti pensare di esser capitato nel posto sbagliato. Il benvenuto agli ospiti lo danno i volontari, sorridenti, anglofoni, con le divise blu e arcobaleno che consegnano i pass rettangolari e ti accompagnano quasi per mano, gentili fino all’eccesso. Fuori, pochi poliziotti e qualche cosacco che si mette in posa per le foto-ricordo. Non te ne accorgi, ma sei già entrato nella “bolla”.
Con quel rettangolo al collo, vieni caricato su un bus speciale e spedito nella “Zona”. Un mondo fatto di gate, barriere di ferro, metal detector e telecamere. Dentro ci vivono e si muovono atleti, delegazioni, membri del Cio e dell’organizzazione, giornalisti, addetti. Ciascuno in una diversa “isola”, chiusa al mondo esterno e connessa alle altre da strade costruite ad hoc, cinte da una rete metallica alta due metri e mezzo. Le percorrono decine di autobus bianchi col logo olimpico, e rare auto private, munite di un permesso speciale concesso solo ai residenti: per tutti gli altri, sbarcare a Sochi con macchina propria è impossibile.
A qualcuno ricorda la Cisgiordania. Ad altri una prigione. Tutto nuovo di pacca. Già, perché le Olimpiadi non sono a Sochi, città che ha un glorioso passato di meta balneare sovietica, ma ad Adler, 30 chilometri più a sud, in un agglomerato sparso costruito da zero. Nelle mappe distribuite dagli organizzatori è il “security perimeter”. Rete, tornelli e check point abbracciano anche il dormitorio dei giornalisti, atmosfera tra un campus giovanile e una periferia sovietica, dove a pochi giorni dall’inaugurazione gli operai sono ancora al lavoro tra trapani, calcinacci, palme da spacchettare, wi fi che non funziona e fa smadonnare i reporter.
Vista da dentro, la Fortezza Sochi sembra inattaccabile. Le Olimpiadi “più sicure al mondo”, secondo le autorità russe. E quei 40mila uomini della sicurezza tra polizia e forze armate che la custodiscono sono una presenza discreta e non opprimente. La maggioranza non indossa la divisa, ma si camuffa in tute da sci uguali a quelle dei volontari, solo di colore viola, scusandosi a volte per i disagi. Marziani, se si pensa alla pessima fama della polizia russa. “Hanno mandato i migliori, i più gentili” nota la gente del posto.
L’isola principale è il Parco Olimpico adagiato sul Mar Nero, dove si disputano le gare indoor e vivono gli sportivi. Ha quattro ingressi, enormi gate che sembrano confini tra stati, e qui il pass non basta: controllo capillare da aeroporto, palpeggiamenti inclusi. Gli atleti neanche li vedono: “Non ci fanno uscire nemmeno per sbaglio”, ammette l’italiana Francesca Lollobrigida. Nel mezzo del Villaggio c’è il “castello di Putin”, enorme palazzo a metà tra stile Sissi e chalet svizzero dove il presidente russo fa base. Lo stadio Fisht scintillante al sole è a pochi passi dalla riva, ma a dividerlo dalla spiaggia c’è ancora quella rete di ferro che corre per chilometri, non se ne vede la fine. All’orizzonte si staglia la sagoma delle navi militari. Sul lastricato posato di fresco passeggiano solo volontari, giovani del posto e poliziotti. Agganciati ai lampioni pendono palle d’acciaio: le telecamere a circuito chiuso della polizia, il loro occhio di vetro gira a 360 gradi.
Fuori, c’è la Russia vera. Per sentirne il profumo, devi rinunciare alle navette e scarpinare per ore nel nulla. Schiacciato tra le “isole” c’è il Sovkoz Rossia, fondato da Stalin: aria di campagna, tavole calde a gestione familiare, vecchie dacie in legno su un viale alberato nascoste dietro un’alta palizzata scura. “Serve a non far vedere il brutto”, dice Irina, nata qui, mentre porta a passeggio il cane. Più oltre, accanto alle baracche degli operai, villette a due piani tutte identiche fresche di vernice, ci vivono quelli trasferiti dalla zona rossa: “La mia casa era laggiù, tra il Fisht e il Radisson” indica Olya. “C’era un parco nazionale con un lago, serre e campi di pomodori, rane, tritoni e uccelli rari”.
Ma il pericolo è altrove. Alla fermata del treno costato una fortuna che dalle piste in altura di Krasnaya Polyana porta a Sochi, il “popolo viola” diventa una folla: almeno 6 guardie per ciascun metal detector, affiancate dai servizi (Fsb) in borghese. Lassù, i binari salgono verso gole e picchi tra il filo spinato. Nell’aria galleggiano i dirigibili che pattugliano i passi di montagna. Più in alto, c’è la dacia di Putin.
Lungo la ferrovia a valle, tra palme, cipressi e pini marittimi, si scorgono poliziotti piazzati sotto ponti, viadotti e cavalcavia, come fiori solitari. Alla stazione di Sochi le guardie sono una folla, troppi, per alcuni esperti: “difficile coordinarli”. Elena, studentessa di Kuban, attende il suo treno: “Non ho paura, ma sono contenta di tutti questi controlli, con quel che succede in giro, le esplosioni…”. “Qui hanno sempre vissuto diverse etnie insieme, non abbiamo mai avuto paura e non ne avremo”, conferma Igor. Ma per tutto il periodo dei Giochi, rivela, “i trasporti sono stati ridotti, perché ci sia meno movimento”: sospese le linee di bus e minibus che portano a Vladikavkaz, Rostov, Krasnodar, Stavropol, Piatigorsk, Mineralnie Vody e altre città più “calde” del Caucaso settentrionale, dove si annida la minaccia della jihad islamista. Blindate le Olimpiadi, chiuso il valico di frontiera con l’Abkhazia, con check point fino 100 km fuori città, ora la paura è che è che i terroristi colpiscano obiettivi più vulnerabili nella regione circostante, rimasta sguarnita di uomini e mezzi. Oppure che entrino in azione “cellule dormienti”, giunte a Sochi mesi, forse anni fa. Anche se tutti gli estranei senza documenti in regola sono stati cacciati un mese fa: “Alcuni li hanno deportati” racconta Tenghiz, 55, georgiano. Sicurezza? “In qualsiasi Olimpiade non dovrebbero esserci sbirri in giro, turisti scortati da kalashnikov. Il Cremlino ha paura perché ha la coscienza sporca. Molti qui pensano che da noi non può succedere, che questo governo ci difenderà bene. Ma io non mi fido. E comunque non gli interessa se moriamo, loro proteggono gli stranieri”.

Pubblicato su la Stampa del 5/2/14



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