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Quel che si sa di certo è che lo spettacolo, nello scenario magico dello stadio Fisht disteso sul Mar Nero, sarà un tributo alla storia russa. Quella di cui Mosca ancora oggi va orgogliosa, comprese le pagine più discusse. (foto: prova generale della cerimonia d'apertura, dal Twitter del blogger russo Rustem Adagamov)

Lucia Sgueglia

Giovedi' 6 Febbraio 2014
SOCHI
Sarà un gran ballo nella storia russa, tra fiabe tradizionali, imperialismo zarista e conquiste dell’“uomo nuovo” sovietico, la Russia che Putin mostrerà al mondo venerdi 7 febbraio, giorno di apertura delle Olimpiadi di Sochi. Stalin incluso, anche se il “Piccolo Padre” non apparirà in persona, ma solo nell'arte e nell'architettura dell'epoca. Cominciano a “colare” sempre più indiscrezioni sulla cerimonia di inaugurazione, dopo le foto “rubate” pubblicate sui social network russi da chi è riuscito a intrufolarsi alle prove generali.
Quel che si sa di certo è che lo spettacolo, nello scenario magico dello stadio Fisht disteso sul Mar Nero, sarà un tributo alla storia russa. Quella di cui Mosca ancora oggi va orgogliosa, comprese le pagine più discusse. Dalla Troika delle Anime Morte di Nikolai Gogol (1842), dove lo scrittore paragona la Russia a una “rapida” troika furiosa che vola ''irraggiungibile'' in una terra ''che si distende su mezzo mondo'' mentre ''le cedono il passo gli altri popoli e le altre nazioni'', una metafora che certamente piace al presidente russo. Alle navi di Pietro il Grande, lo zar appassionato di mare che creò la prima flotta da guerra russa, fondò San Pietroburgo (città natale di Putin), ed europeizzò la Russia, imponendo taglio delle barbe e abiti occidentali ai litigiosi boiari (gli oligarchi dell’epoca), arruolando i migliori tecnici nordeuropei per modernizzare il paese.
Poi la storia sovietica, sintetizzata nella falce e martello comunista, come nei grattacieli staliniani, le famose “sette sorelle” che volevano sfidare New York, simbolo del Verticalismo del potere del Partito, e della Mosca moderna. E le avanguardie nella statua della scultrice Vera Mukhina, “L’operaio e la Kolkoziana” (1937), gigantesco monumento simbolo del realsocialismo, ma che segna anche il culmine del Grande Terrore. Infine, un omaggio spettacolare alle diverse discipline olimpiche, tra atleti “volanti” e giochi di luce.
Non dovrebbero mancare le fiabe tradizionali russe, come i tre Bogatyri, guerrieri eroici del medioevo slavo: impersonano le migliori virtù del popolo russo, ma vivevano a Kiev, in Ucraina. E a far sognare il Fisht, la pista stando ai presenti si accenderà col celebre “ballo di Natasha”, scena clou in Guerra e Pace di Tolstoy. Gran finale con fuochi d’artificio, e concerto del duo pseudo-lesbico Tatu.
Non sarà Putin, l’ultimo zar russo, il Prometeo di Sochi, ma resta il mistero sull’ultimo tedoforo che accenderà la fiamma olimpica mentre è stato svelato il portabandiera: Alexandre Zubkov, 39, membro della squadra di bob, argento a Torino 2006 e bronzo a Vancouver 2010, sei medaglie mondiali, un oro nel 2011.
Intanto il clima ai Villaggi si scalda: la fiamma olimpica è arrivata a Sochi, e oggi Putin ha incitato gli atleti mentre il Patriarca ortodosso Kirill suo alleato nella “moralizzazione” del paese, anche in senso anti-gay, lo ha raggiunto al villaggio olimpico, divenendo testimonial inedito dei Giochi. Nella cattedrale inaugurata una settimana fa giusto accanto, che sembra una copia in miniatura del Duomo di Mosca dove le Pussy Riot peccarono di blasfemia, ha benedetto gli atleti della nazionale russa, pregando per la loro vittoria ma anche per quella dei “fratelli slavi” di Ucraina, Bielorussia e Moldavia. Alla “sua” squadra ha regalato un’icona del Cristo Salvatore: “La forza dello spirito è più importante della tecnica e degli allenamenti”, ha detto, in queste Olimpiadi che per la prima volta hanno ben sei cappelle di culto, un record, anche se per ora deserte. Dà forfait alla cerimonia invece Billie Jean King, icona del movimento gay americano scelta da Obama nella delegazione Usa per punzecchiare Vladimir Vladimirovich sui diritti umani, per gravi motivi familiari.

Pubblicato sulLa Stampa il 6/2/14



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