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È il carcere delle stragi e della tortura e l’«hub» strategico della guerra. Una «Guantanamo afghana». Sulla pelle dei detenuti della base militare si gioca da molto tempo un duro braccio di ferro tra Kabul e Washington

Giuliano Battiston

Sabato 11 Gennaio 2014

A una qua­ran­tina di chi­lo­me­tri da Kabul, lungo l’arteria prin­ci­pale che col­lega la capi­tale afghana al nord del paese, i viag­gia­tori non pos­sono non notare, pro­tetta dal filo spi­nato, sor­ve­gliata dagli «occhi digi­tali» della sor­ve­glianza panot­tica e suf­fi­cien­te­mente lon­tana dalla strada, Bagram. Fon­data negli anni Cin­quanta, ria­dat­tata alle neces­sità delle nuove guerre, è la più grande base mili­tare dell’Afghanistan. Sede di un vasto con­tin­gente di sol­dati inter­na­zio­nali (soprat­tutto ame­ri­cani), oggi è un hub stra­te­gico del con­flitto afghano. Non è un caso che l’Accordo di sicu­rezza bila­te­rale tra Afgha­ni­stan e Stati Uniti pre­veda che gli ame­ri­cani godano dell’uso esclu­sivo di Bagram, una volta e se quell’Accordo verrà fir­mato, dal pre­si­dente Kar­zai o dal suc­ces­sore (che verrà eletto con le pre­si­den­ziali del 5 aprile). Per qual­cuno il suo destino riflette quello dell’intero paese: finire nelle mani dei sol­dati a stelle e stri­sce nel caso che l’Accordo venga fir­mato o tor­nare final­mente sotto la piena sovra­nità del governo afghano, nel caso venga respinto.

Quale che ne sia il futuro, il pas­sato recente di Bagram testi­mo­nia molti degli avve­ni­menti più impor­tanti dell’Afghanistan post-talebano. È qui, per esem­pio, che il pre­si­dente degli Stati Uniti, Barack Obama, è atter­rato a sor­presa il 1 mag­gio 2012, per poi tenere uno «sto­rico» discorso alla nazione ame­ri­cana con cui ha cele­brato l’Accordo di par­te­na­riato appena fir­mato con l’omologo Hamid Kar­zai, un accordo pre­li­mi­nare a quello di cui si discute ani­ma­ta­mente ora. Quel giorno, attin­gendo a piene mani dal ser­ba­toio della reto­rica ame­ri­cana del nuovo ini­zio, Obama ha con­trap­po­sto la «scura nube della guerra» alla «luce di un nuovo giorno all’orizzonte» che si annun­cia «nel buio prima dell’alba». Era il primo anni­ver­sa­rio dell’uccisione dello sceicco del ter­rore, Osama bin Laden, e l’ottavo del discorso con cui il 1 mag­gio 2003 l’allora pre­si­dente George W. Bush dichia­rava «mis­sione con­clusa» in Iraq dalla por­tae­rei Abra­ham Lin­coln. Oggi la città ira­chena di Fal­luja è nelle mani degli epi­goni di Bin Laden, l’Afghanistan è ancora sotto la pesante, «scura nube della guerra», men­tre l’ottimismo di Obama viene quo­ti­dia­na­mente con­trad­detto dai fun­zio­nari del Dipar­ti­mento di Stato e per­fino dai gene­rali del Pen­ta­gono, i quali temono che Kar­zai possa svin­co­lare l’Afghanistan dall’abbraccio ame­ri­cano e atlan­tico, rinun­ciando all’Accordo bila­te­rale di sicu­rezza e ricol­lo­cando il paese nel suo alveo natu­rale, l’Asia.

Bagram incarna le con­trad­di­zioni afghane, di un paese debole e sfian­cato, che riven­dica sovra­nità ma che rimane sotto occu­pa­zione e sotto ricatto. E che spesso vede negli stra­nieri solo degli occu­panti, estra­nei, minac­ciosi, insen­si­bili. Pro­prio qui, nel feb­braio 2012, alcuni lavo­ra­tori afghani hanno tro­vato le copie del Corano bru­ciate, inne­scando una serie di pro­te­ste che hanno infiam­mato il paese per diversi giorni, ali­men­tando l’ostilità verso gli stra­nieri. E pro­prio den­tro la base di Bagram, nel Par­wan Deten­tion Cen­ter, la pri­gione gestita fino al marzo scorso dagli ame­ri­cani, si sono veri­fi­cati diversi casi di tor­tura. A cer­ti­fi­carlo, le inchie­ste gior­na­li­sti­che, i rap­porti della Croce Rossa, dell’Afghanistan Inde­pen­dent Human Rights Com­mis­sion, della Open Society Foun­da­tion, così come il rap­porto del dicem­bre 2011/gennaio 2012 della Com­mis­sione indi­pen­dente afghana per l’attuazione della costi­tu­zione, che ha accu­sato i fun­zio­nari sta­tu­ni­tensi di tor­tu­rare alcuni degli allora 3000 dete­nuti del carcere.

Sulla pelle dei dete­nuti della «Guan­ta­namo afghana» si gioca da molto tempo un duro brac­cio di ferro tra Kabul e Washing­ton. Kar­zai ha comin­ciato a riven­di­care la «sovra­nità» sui dete­nuti di Bagram almeno dalla fine del 2011. Gli Stati Uniti hanno a lungo rispo­sto pic­che, dicendo di non fidarsi del modo in cui le auto­rità afghane gesti­scono le car­ceri. Il 9 marzo 2012 è final­mente arri­vato l’accordo che pre­ve­deva il pas­sag­gio della respon­sa­bi­lità della pri­gione dagli ame­ri­cani agli afghani entro il 9 set­tem­bre 2012. Il pas­sag­gio è però avve­nuto con molto ritardo e rilut­tanza. Gli Stati Uniti hanno infatti con­ti­nuato a man­te­nere il con­trollo sui pri­gio­nieri, e c’è stato biso­gno di un secondo Memo­ran­dum di intesa per san­cire il defi­ni­tivo pas­sag­gio di con­se­gne, il 25 marzo 2013. In quell’occasione, le due parti hanno con­ve­nuto che dall’Afghan Natio­nal Deten­tion Faci­lity (il nuovo nome della pri­gione) non sarebbe uscito nes­sun dete­nuto con­si­de­rato peri­co­loso dagli Stati Uniti. Pochi giorni fa Abdul Sha­kur Adras, a capo dell’Afghan Review Board che ha il com­pito di esa­mi­nare le pra­ti­che dei dete­nuti di Bagram, ha annun­ciato l’imminente rila­scio di 88 dete­nuti, per­ché «i docu­menti che abbiamo con­sul­tato non for­ni­scono alcuna indi­ca­zione della loro col­pe­vo­lezza». Gli ame­ri­cani pen­sano il con­tra­rio: per loro, quei dete­nuti sono respon­sa­bili dell’uccisione di almeno 35 sol­dati ame­ri­cani e di 70 afghani, secondo quanto riporta un accu­rato rap­porto dell’Afghanistan Ana­lysts Net­work di Kabul. A ini­zio gen­naio Obama ha inviato a Kabul i sena­tori John McCain e Lind­say Gra­ham per con­vin­cere Kar­zai a desi­stere, e ha inten­si­fi­cato la pres­sione con minac­ciose dichia­ra­zioni. In gioco, sosten­gono a Washing­ton, oltre alla sicu­rezza dei sol­dati ame­ri­cani in ter­ri­to­rio afghano, c’è il futuro delle rela­zioni tra Afgha­ni­stan e Stati Uniti. Se Kar­zai non ci ripensa – è il mes­sag­gio por­tato dai sena­tori ame­ri­cani – si rischia «un danno irri­me­dia­bile» nel già dif­fi­cile rap­porto tra i due paesi. Per ora Kar­zai sem­bra deciso a far libe­rare almeno 72 di que­gli 88 dete­nuti (quelli per i quali le prove di col­pe­vo­lezza non sono con­vin­centi). Il suo por­ta­voce Aimal Faizi ha dichia­rato alla Reu­ters di non poter «con­sen­tire che dei cit­ta­dini afghani inno­centi siano dete­nuti per mesi e anni senza un pro­cesso e per nes­suna ragione. Sap­piamo che ciò sfor­tu­na­ta­mente è avve­nuto a Bagram – ha pro­se­guito Faizi — ma è qual­cosa di ille­gale e una vio­la­zione della sovra­nità afghana, non pos­siamo più permetterlo».

Per gli idea­li­sti, die­tro alla pole­mica sul rila­scio dei dete­nuti di Bagram si nascon­de­rebbe una que­stione di diritto: a coman­dare in Afgha­ni­stan è il governo Kar­zai, che nomi­nal­mente ha la respon­sa­bi­lità di quei dete­nuti, o gli ame­ri­cani, che con­ti­nuano a eser­ci­tare la loro sovra­nità in modo ille­git­timo? Per i rea­li­sti, tutto dipende invece da una que­stione di forza poli­tica, legata all’uscita di scena di Kar­zai: Kar­zai sa che sta per esau­rirsi il suo ciclo, che dal pros­simo aprile non sarà più pre­si­dente, e sta­rebbe cer­cando di chiu­dere la par­tita sia inter­na­mente che ester­na­mente. Ester­na­mente, vuol dimo­strare agli ame­ri­cani di poter gio­care diverse carte – com­presa quella di Bagram – nella par­tita sull’Accordo bila­te­rale di sicu­rezza. Inter­na­mente, spera di poter usare la carta dei dete­nuti libe­rati per ammor­bi­dire i Tale­bani, con­vin­cen­doli a rico­no­scere il suo governo come un legit­timo inter­lo­cu­tore per il pro­cesso di pace. Un piano rischioso, dagli esiti incerti.

anche sul manifesto di sabato 11 gennaio



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