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FARE POESIA SULLA DURAND LINE

A Jalalabad, a due passi dal confine con il Pakistan, un gruppo di poeti si riunisce ogni venerdì per recuperare il meglio della tradizione letteraria in lingua pashto e battere la guerra con la poesia.

Giuliano Battiston

Martedi' 24 Dicembre 2013

Jalalabad - “I nemici dell’Afghanistan, gli ‘insorti’ finanziati dai paesi stranieri, danno ai nostri ragazzi le armi e le munizioni e li mandano a combattere, a uccidere, a fare la guerra. Noi, semplicemente, diamo loro la penna e i libri”. Volto largo, pelle scura, un cappello pakul schiacciato sui capelli neri, occhi profondi e scuri, Ziauddin Himat Mal è il direttore del Khatiz Adabì Baheer, il Movimento letterario dell’Afghanistan orientale, fondato nel 2011 “per far crescere culturalmente la nostra gente, dargli strumenti di conoscenza, farli interessare alla nostra tradizione letteraria e poetica”.

Lo incontro a Jalalabad, il capoluogo della provincia di Nangarhar, a qualche manciata di chilometri dal confine con il Pakistan. Terra di pashtun, di uomini con la barba lunga, lo sguardo fiero e le spalle avvolte in una coperta, di traffici transfrontalieri leciti e illeciti, Jalalabad è una città rivolta verso il subcontinente indiano, un altro mondo rispetto alle città dell’Afghanistan settentrionale che guardano invece a nord, all’Asia centrale delle steppe. Nelle botteghe del bazar centrale di questa città caotica e tropicale dove il melograno va mangiato con il sale e gli uomini si tengono per mano, la valuta di Islamabad è più diffusa degli afghanis di Kabul; ogni giorno, fagotto sulla spalla, soldi nascosti e pakul in testa, sono circa 60.000 gli afghani che varcano il confine di Torkham; centinaia di migliaia sono i visti multipli rilasciati svogliatamente dai consolati pakistani in Afghanistan, ogni anno.

“Le risorse naturali, geografiche, la storia, la cultura, le tradizioni dei pashtun qui e sull’altro lato del confine sono le stesse. I pathan che vivono in Pakistan sono nostri fratelli. La linea di confine è artificiale, perché taglia in due una comunità, uno stesso popolo. Per noi, non ha alcun valore”, spiega Ziauddin Himat Mal riferendosi alla Durand Line, la linea di demarcazione tracciata a tavolino nel 1893 da Henry Mortimer Durand (1850-1924), il segretario degli Esteri dell’India britannica che negoziò i confini tra il Raj britannico, di cui faceva allora parte anche l’attuale Pakistan, e l’Afghanistan, allora governato dall’emiro Abdur Rahman Khan.

Molti afghani hanno storie e famiglie su entrambi i lati del confine. Tra questi c’è Baz Mohammad Abid, giornalista di Radio Mashaal, una costola di Radio Free Europe che trasmette nell’area. E’ un ometto piccolo e mingherlino, sempre di corsa, con la pelle cotta dal sole e un ciuffetto di capelli di traverso. Autore di reportage radiofonici sulla cultura popolare e letteraria delle aree pashtun su entrambi i lati della Durand Line, passa tre settimane a Jalalabad e una a Peshawar, in Pakistan, “per stare con la mia famiglia”. E’ uno dei membri più attivi del movimento, in cui crede molto: “La prima causa della guerra è la mancanza di istruzione e di educazione, specie nelle aree pashtun, dove non ci lasciano educare i nostri figli. Altrove è più facile, ma nelle nostre aree ci sono perfino attentati suicidi contro le scuole. L’obiettivo è lasciare la gente nell’ignoranza, così che i nemici dell’Afghanistan possano avere mano libera”.

Combattere l’ignoranza con la poesia. E’ proprio questo l’obiettivo principale del Khatiz Adabì Baheer secondo Emal Marwan, che del movimento è il segretario, insieme al giovanissimo Siamuddin Pesarlay. Emal Marwan ha poco meno di trent’anni, qualche chilo di troppo, indossa una giacca blu su un completo tradizionale marrone e inforca gli occhialetti per nascondere lo strabismo. E’ nato “in una famiglia di poeti”, lavora per Nai, un’associazione che protegge e assiste i giornalisti afghani, fa il giornalista a sua volta per Rta, la radiotelevisione governativa e dirige un giornale sportivo. Ma dedica ogni venerdì (giorno di festa) alle attività del Movimento. Lo fa perché crede che sia “importante introdurre nella società dei cambiamenti positivi, ricordare ai giovani che abbiamo una storia culturale alle nostre spalle, anche se la guerra l’ha sepolta a lungo”.

Marwan sottolinea come i trentacinque anni della guerra afghana abbiano profondamente cambiato la società, e quindi anche la cultura, la letteratura, la poesia. “In primo luogo per una ragione semplice: i poeti, i letterati, gli uomini di cultura, hanno lasciato il paese, se ne sono andati, sono finiti come rifugiati in Pakistan o in Iran. Inoltre, per molto tempo, direttamente o indirettamente, la libertà di parola è stata limitata. La gente era preoccupata per la propria incolumità, pensava a sopravvivere, quando ci riusciva. Non c’erano scambi, i meccanismi di comunicazione erano interrotti, distrutti. Ma per la poesia, per la cultura, lo scambio è tutto. Non c’è poesia senza scambio, ecco perché oggi siamo qui, per riprendere il percorso interrotto”, conclude Marwan allungando lo sguardo sul pubblico che partecipa all’incontro di questo venerdì.

La sede è, come spesso accade, quella di Mediothek Afghanistan, un’associazione che promuove il pluralismo dei media e i percorsi di pace. “A volte ci incontriamo per recitare le nostre poesie, per discuterle insieme, per migliorarci come poeti, per esercitare l’arte della critica, altre volte invece invitiamo un ospite speciale, come in questo caso, dedicandogli l’intera mattinata”, spiega Siamuddin Persarlay, che oltre a essere il segretario del Movimento è anche un membro attivo di Mediothek Afghanistan e uno dei promotori del gruppo Positive Change, che coinvolge i giovani di Jalalabad.

L’ospite di oggi è il poeta e cantante Amjad Shahzad. Autore di decine di libri di poesia e di canzoni ascoltate nei bazar e nelle case, negli uffici e negli ostelli universitari in Afghanistan e Pakistan, indossa una candida coperta di lana sopra un elegante vestito chiaro. I capelli, ricci e impomatati, sono nascosti dal cappello. E’ arrivato appositamente da Peshawar, e siede in un angolo, insieme ad altri cinque uomini - gli ospiti speciali della giornata -, accanto al piccolo “palchetto” su cui si alterna chi, tra il pubblico, si è prenotato per parlare. A fare da cerimoniere è Bakhtiar Sahil, a cui spetta anche il compito di scegliere le poesie da declamare: “le scelgo sentendo gli umori del pubblico”, spiega questo ragazzo dal naso appuntito e dagli occhi stanchi, “sento ciò che può piacergli, di volta in volta. In genere le seleziono dai nostri autori classici, oggi invece le ho tratte dall’ultimo libro di Ustad (maestro, ndr) Amjad Shahzad”, spiega. Prende il libro, mi mostra la copertina e ne traduce il titolo: Non uccidete le canzoni. Un messaggio esplicito, rivolto ai Talebani e a chi alimenta la guerra. Su entrambi i lati della Durand Line.

anche su L'Unità del 24 dicembre



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