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KUNDUZ, STRAGE SENZA COLPEVOLI 14/12/13

Il tribunale ha respinto l'istanza degli afgani che chiedevano un risarcimento sostenendo che non c'è alcuna prova che il colonnello tedesco che chiese il sostegno aereo abbia violato le sue regole d'ingaggio. Più di cento morti ma nessuno è responsabile

Emanuele Giordana

Sabato 14 Dicembre 2013

Come nella leggenda omerica di Polifemo anche questa volta il nome del colpevole è “nessuno”. Ma la sentenza che tre giorni fa a Bonn ha respinto la domanda di risarcimento di decine di famiglie afgane non è una leggenda. E' una storia vera relativa a fatti del 2009, quando aerei della Nato, chiamati in soccorso da un colonnello tedesco, bombardarono nella provincia afgana di Kunduz centinaia di persone che stavano tentando di spillare gasolio da due autobotti, poco prima sequestrate dalla guerriglia. La strage di Kunduz è uno dei tanti episodi orribili di una guerra non ancora finita e che, in quel caso come in pochi altri, rende più evidente che mai la beffa tragica degli “effetti collaterali”.

Il tribunale ha respinto l'istanza degli afgani sostenendo che non c'è alcuna prova che il colonnello tedesco che chiese il sostegno aereo per colpire i dirottatori talebani delle due autobotti di gasolio (poi promosso generale), abbia violato le sue regole d'ingaggio. Secondo l'accusa, incarnata daI LEGALI Peter Derleder e Karim Popal, quest'ultimo avvocato afgano-tedesco che rappresentava le famiglie di 79 vittime (di 137 - secondo l'avvocato - che patirono una strage premeditata), invece la colpa è manifesta e i parenti chiedono legittimamente i danni alla Germania che, al momento, ha compensato le famiglie – e nemmeno tutte – solo con 5mila euro ciascuna. Famiglie che chiedono invece un riconoscimento dignitoso e dunque oltre tre milioni e che inoltre contestano quel versamento di buona volontà: «I soldi furono dati a un'assemblea di uomini in cui si intrufolò gente che non c'entrava nulla. Nessun indennizzo a vedove e orfani – ha detto Popal in un'intervista a Euronews – e nemmeno tutti coloro che rappresento hanno ricevuto quell'indennizzo». Di “buona volontà” appunto.

I giudici però hanno dato ragione al ministero della Difesa tedesco per il quale il colonnello Georg Klein, che chiese il sostegno aereo, rispondeva a ordini impartiti nell'ambito della missione Nato in Afghanistan e non agiva dunque esclusivamente per conto di Berlino. Insomma la Germania si gira dall'altra parte e sottoscrive la parola “nessuno” per i tedeschi. Infine, per tutto il resto e cioè la Nato, è possibile trincerarsi dietro un conflitto di competenze: il tribunale di Bonn non potrebbe affrontare un tema che tira in ballo leggi internazionali. Non lo riguarda e passa la palla. Gli afgani non si fermeranno e faranno ricorso a un tribunale più elevato, poi alla Corte europea.

La strage avviene nella notte tra mercoledi 3 e giovedi 4 settembre 2009 alla una e 49. La zona è quella di Kunduz, nel Nord dell'Afghanistan, presidio dei militari tedeschi. La ricostruzione dei fatti dice che un gruppo guerrigliero (la zona è controllata dall'Hezb-e-islami di Gulbuddin Hekmatyar) sequestra due autobotti dirette a rifornire magazzini Nato. Uno degli autisti sopravvissuto racconta che i guerriglieri (o banditi?) si impantanano con un mezzo sulla riva di un fiume. I guerriglieri allora fanno sapere alla gente del vicino villaggio di Omar Khail, dove forse erano diretti, che possono venire a prendersi il gasolio. E' una vecchia storia che si ripete e l'attacco alle autocisterne ha almeno un precedente noto, l'anno prima a Gazni: con vittime e decine di ustionati.

Sul posto intanto arrivano due F-15 chiamati dai tedeschi. Aspettano l'ultimo segnale che arriva inesorabile, nonostante le perplessità di uno dei piloti americani. I caccia sganciano due bombe da 230 chili l'una, nome in codice Gbu-38. I due camion cisterna vanno a fuoco e con loro decine di poveracci accorsi a spillare il combustibile. Quanti morti? Quanti erano guerriglieri, quanti civili? All'inizio le vittime sono novanta. Poi il bilancio oscilla, assieme ai vari distinguo, tra 60 e 150. Abdul Wahid Omarkhel, allora governatore del distretto settentrionale di Chardarah, sostiene che sarebbero 130 le vittime del raid mentre testimoni oculari raccontano all'agenzia Pajhwok che, sul luogo dell'attacco, non si trovavano guerriglieri ma solo la folla chiamata a dividersi il bottino. Secondo altre fonti invece, gli uomini armati vicino alle autobotti erano una quarantina. Difficile desumerlo dai resti carbonizzati.

Per Javier Solana, allora capo delle diplomazia Ue, è un «episodio terribile». Il segretario generale della Nato dell'epoca, Andres Rasmussen, promette «piena luce». La Gran Bretagna sollecita un'inchiesta e, dopo qualche mese, in Germania scoppia un piccolo terremoto: in novembre arrivano le dimissioni del capo dello stato maggiore dell’esercito, generale Wolfgang Schneiderhan, e del sottosegretario alla difesa, Peter Wichert. Poi è la volta del ministro del Lavoro tedesco, Franz Josef Jung, titolare della Difesa all'epoca dei fatti. Li accusa un video pubblicato da Bild dove chiaramente si vede la folla attorno ai camion. Tutti sapevano dunque. Ma “nessuno” è responsabile.


Questo articolo è uscito oggi su il manifesto. Commentalo su Great Game il blog di Emanuele Giordana



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