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GIPI RACCONTA LA SUA ULTIMA GRAPHIC NOVEL, UNASTORIA

In quest'intervista, il disegnatore Gipi racconta le ragioni del suo ritorno al disegno, dopo l'esperienza da regista e una crisi professionale dovuta al successo.

Giuliano Battiston

Sabato 9 Novembre 2013

“La storia di un uomo che invecchia e trova raccapricciante e doloroso il fatto che il corpo non sia più quello di un tempo”, ma anche la storia “di una natura tanto amorevole da non permetterci di ricordare, oggi, come eravamo veramente a vent’anni” né di sapere come saremo a cinquanta.

E’ così che Gianni Pacinotti, in arte Gipi, presenta a l’Unità la sua ultima graphic novel, unastoria (Coconino Press - Fandango, pp. 128, euro 18), nelle librerie dal 4 novembre, con cui torna al disegno dopo l’esperienza da regista de L’ultimo terrestre. Un ritorno tormentato, quello di Gipi, perché “nonostante uno faccia muro, il successo ti dà alla testa. Io per esempio non riuscivo più a scrivere una parola. Mi sembrava tutto finto. Per riprendermi ci ho messo tre anni e mezzo, ho dovuto mollare Parigi (dove facevo la vita ‘stilosa’), la fidanzata, tornare a Navacchio, qui a Pisa. Solo dopo aver capito che rimanevo uno scemo, un giorno il disegno è tornato e mi ha detto: ‘forza, dai, si riparte’. E’ così che mi son messo a fare una storia nuova”, racconta l’autore di Appunti per una storia di guerra, Gli innocenti, LMVDM.

Come tutti i precedenti lavori dell’artista pisano - che usa le storie “per capire le cose storte della mia vita” -, anche quest’ultimo è in parte autobiografico. Nelle vicende di un uomo che rischia di andare in pezzi, di perdersi e non trovarsi più, di cedere agli interrogativi senza risposta o di rincorrere ossessivamente i ricordi del passato, c’è anche la storia di Gianni Pacinotti. Un fumettista divenuto autore di culto, stimato in patria, osannato all’estero, inghiottito dal successo, rimasto “afono” per molti anni prima di tornare a parlare con voce autentica e a farci interrogare sulle nostre fragilità, su ciò che ci lega al passato, sul futuro al quale vorremmo tornare. Lo abbiamo incontrato per chiedergli conto del suo mestiere di narratore per immagini.

Insieme alla storia – perfino più intensa delle precedenti -, in questa tua ultima graphic novel a colpire sono i bellissimi paesaggi in acquerello, una delle diverse tecniche da te adottate nel corso del tempo. Che rapporto c’è la tecnica che scegli e la storia che racconti? Una volta hai detto che sono le storie ad esigere una certa tecnica piuttosto che un’altra…

Ci sono due condizioni ben distinte nel mio lavoro: la prima è quella che attraverso mentre lavoro a un libro. Ho una storia da raccontare, dei disegni da fare e, anche se con blocchi e crisi di terrore, le cose vanno avanti in modo abbastanza lineare. Insomma, c’è una storia, ci sono dei personaggi, dei dialoghi e si tratta di metterli su carta, scena dopo scena. La seconda condizione comprende invece il tempo che passa tra il lavoro su un libro e l’altro. E’ una fase spesso spaventosa, dove ho l’impressione, solitamente, di essere finito, senza idee, senza nessuna capacità tecnica, senza stile. In questa condizione faccio esperimenti di tecnica: cambio penne, tipo di colori, formato delle pagine e delle vignette. Faccio esperimenti per trovare una tecnica. Ho la casa piena di “studi” fatti durante questa fase, aspettando in realtà che una nuova storia arrivi e prenda il controllo. Quando la storia arriva, infatti, tutti i tentativi e gli esperimenti condotti risultano inutili. Il tipo di disegno, la giusta penna, il taglio delle scene, si generano, da sole, al momento del primo, vero disegno della storia. Fuori dagli esperimenti, ma nella narrazione, le cose hanno una loro forma già definita. Una forma che però non riesco neppure a intravedere prima dell’inizio del lavoro sul racconto. E’ come se le storie, in effetti, esistessero in un pacchetto comprendente anche la tecnica da usare.


Raccontando gli anni della tua formazione, l’incontro con Andrea Pazienza, i corsi in Spagna, l’apprendistato da ‘solitario’, hai detto di essere stato pervaso per anni “da una specie di febbre infantile: volevo imparare ogni tecnica. Volevo diventare ‘bravo’ e imparare a dominare ogni forma, ritrarre ed immaginare la figura umana in ogni prospettiva… Poi qualcosa è cambiato e ho cominciato a vedere le cose intorno a me”. Quando ti sei accorto che la tecnica era solo uno strumento, non un fine?

Il rapporto con il disegno e la rappresentazione sono una questione esistenziale. Insomma, cosa dovrei disegnare? E perché? Sembra una domanda stupida, ma è un problema che mi sono posto più volte. In passato disegnavo scene fantasy: draghi, guerrieri e via dicendo. Rimpiango quel periodo e insieme lo disprezzo. Stavo via dal mondo, non mi interessava la realtà, anzi, ne sarei fuggito volentieri. Soprattutto, essendo un figlio della televisione e dell’immaginario statunitense, non pensavo che ci fosse un solo metro quadro della scialba realtà intorno a me o un solo tratto somatico di qualche mio conoscente insignificante e senza superpoteri che valesse la pena di essere rappresentato. Poi le cose sono cambiate. Ho cominciato a invecchiare. Ho iniziato a studiare disegno dal vero e per alcuni anni ho passato tantissimo tempo disegnando all’aperto. E’ stato un processo di scoperta di bellezza e di grazia. Per fortuna, quella grazia riuscivo a vederla anche nelle ciminiere, o nei capannoni di lamiera, nelle strade lungo i fossi. Poi ho provato a guardare con lo stesso sguardo la vita delle persone vicino a me e infine i loro tratti e i loro corpi. In pratica ho fatto quella cosa che per me identifica il passaggio all’età adulta di un disegnatore: ho smesso di guardarmi solo “dentro” (attività che adesso reputo non solo inutile ma pure dannosa) e ho cominciato a guardare fuori di me. Senza opinione, senza atteggiamento di giudizio o di artista che interpreta. Volevo essere solo un paio di occhi. Due buchi, dai quali fare entrare la luce.


Hai abbandonato la satira politica perché, hai spiegato,“era un semplice esercizio di cinismo”, ma non hai mai veramente rinunciato all’idea della risata come piccola rivoluzione (anche se in unastoria non se ne trova traccia). Nel libro S. (Coconino Press), per esempio, parlando di tuo padre scrivi: “Vorrei pensare che ridere e far ridere, anche per lui, sia la cosa più preziosa. L’attività più importante del mondo”. E’ veramente così per te?

E’ la mia formazione, fare lo scemo e ridere delle cose, anche serie. Credo che dipenda dall’ambiente in cui sono cresciuto, dal modo che aveva mio padre di affrontare le cose. E poi, da quello sviluppato con i miei amici, i ragazzi con cui sono cresciuto. Non prendevamo sul serio niente e allo stesso tempo facevamo tutto, anche scherzare, con grande serietà. Guardare a una questione, dimenticando che possa contenere un lato drammatico e uno comico mi sembra un errore di partenza. Gli uomini sono buffi, la loro esistenza lo è. E al contempo sono terribilmente grevi, queste esistenze, spaventose, a volte. Eppure c’è un mondo intorno che non si ferma, e che respira. Forse il prendere le cose con questo approccio buffo è solo il ricordare che questo mondo comunque esiste, scorre l’aria e scorre il tempo e niente di quello che facciamo rimane. Eppure ci dibattiamo come se le nostre gesta dovessero essere raffigurate in imperiture statue di marmo. Siamo quasi sempre ridicoli: il marmo, se si sa aspettare abbastanza, diventa polvere.

Nel tuo film L’ultimo terrestre (così come nel corto da cui hai preso l’idea, Vaffanculo del terzo tipo) gli alieni atterrano in un paese, l’Italia, profondamente sfiduciato, disilluso, cinico, pieno di rabbia, di indignazione, incapace di distinguere il bene dal male. Un po’ di tempo fa hai detto che per diventare costruttiva quest’indignazione - spesso “a gettone” e momentanea -, deve essere incanalata. Ti sembra che l’indignazione dei ‘grillini’ – con cui anche recentemente hai polemizzato - vada nella giusta direzione?

No. Questa indignazione ha origini televisive. E’ quella dello spettatore e ha come risultato il desiderio di ricevere risposte semplificate. Credo invece che in questo momento ci sia un gran bisogno di risposte complesse, perché le domande sono complesse. L’offerta di risposte che viene dal m5s è semplificata ed infantile. Questo non mi sorprende, non è che si può avere un pensiero complesso se sei cresciuto con tutto il mondo intorno che ti diceva che non era necessario e con una spinta continua a rispondere ‘sì’ o ‘no’ a questione che richiederebbero invece analisi e sfumature.
E poi c’è una certa deriva mistica, un richiamo all’onestà, alla purezza, che spingono anche queste in brutte direzioni. Una persona (e forse un popolo) diviene migliore quando fa i conti con le proprie qualità e i propri difetti. Dire “noi siamo quelli buoni” è già un disastro in partenza. Inoltre, la spinta dei leader del m5s è verso la contrapposizione noi/loro, già vista: ha sempre portato sfaceli. Per quanto riguarda Grillo poi, è l’ennesimo ricco che gioca a stare dalla parte dei poveri. Vorrei un povero, per una volta, a guidare i suoi simili. Ma credo che sarà un desiderio che non si realizzerà mai.


anche su l'Unità di sabato 9 novembre



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