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L'asseblema plenaria del diciottesimo comitato centrale del Partito comunista è iniziata a Pechino nell'attesa di conoscere le riforme "senza precedenti" di cui ha parlato la dirigenza cinese. Ma per sapere se il conclave rosso sarà alla pari per importanza storica con altri terzi plenum, come nel 1978 o nel 1993, bisognerà attendere la fine tra quattro giorni.

Andrea Pira

Sabato 9 Novembre 2013

Parlare di terzo plenum in relazione alla politica cinese rimanda alla memoria svolte e passaggi che hanno segnato l'adattamento del Partito comunista, e quindi della Repubblica popolare, alla realtà in mutazione. Per questo la terza assemblea plenaria del diciottesimo comitato permanente che si è aperta oggi a Pechino ha suscitato le attese di quanti vogliono capire in che direzione andrà la Cina di Xi Jinping, al vertice da un anno. Per sapere se saranno rispettate bisognerà con molta probabilità attendere la conclusione del conclave cui partecipano 376 membri, quando con un comunicato saranno rese pubbliche le decisioni prese.

Almeno su un punto è già stato fugato ogni dubbio: non ci saranno riforme politiche. Ma di questo erano in pochi a dubitarne, sebbene continuino a esserci fraintendimenti sul significato che i cinesi e l'Occidente danno al termine riforma. Come rimarcato da un documento pubblicato dal Quotidiano del Popolo, voce ufficiale del Pcc, la Cina può continuare a prosperare soltanto sotto la guida del partito che “manterrà salda la propria leadership” in risposta a quanti “chiedono una copia indiscriminata del sistema occidentale”.

Nei giorni che hanno preceduto l'assise è stata però sottolineata la portata “senza precedenti” di quanto sarà deciso da oggi fino a martedì. Perciò i paragoni e confronti con altri terzi plenum. Su tutti quello del 1978 che segnò l'apertura della Cina dopo il periodo maoista e l'inizio delle riforme economiche dell'era Deng Xiaoping. Nel 1993 fu invece introdotto il concetto di economia socialista di mercato. Anche questa volta si parlerà di economia e di riforma del modello di sviluppo che ha contraddistinto la Cina negli ultimi trent'anni e che oggi inizia a dare segni di logoramento. Occorre preferire la qualità alla quantità, come sottolineato dai richiami al non fare drammi per tassi di crescita al 7,5 per cento, inferiori ai numeri del passato decennio. Si dovrà passare da un modello di crescita basato sul manifatturiero e sulle esportazioni a uno che incentivi i consumi interni.

Uno degli obiettivi è evitare di cadere nella trappola del ceto medio, ossia in quella situazione in cui quando un paese in via di sviluppo, come molti continuano ancora a vedere la Cina, raggiunge un reddito medio soddisfacente per la maggior parte del cittadini, allora la crescita si ferma. La road map delle riforme ha delineato il cosiddetto “piano 383”. Nel gioco di formule che piace alla politica cinese i numeri indicano i tre concetti chiave, le otto aree di riforma, e le tre riforme che dovranno essere fatte. Per grandi temi, l'agenda dei lavori comprende le riforme economiche e finanziarie; la riforma della terra e interventi sul sistema dell'hukou, ossia del certificato di residenza che lega servizi e diritti al luogo di nascita; il welfare.

Per le prime si parla dell'internazionalizzazione dello yuan, della regolamentazione del sistema bancario ombra cui si rivolgono quanti sono tagliati fuori dai finanziamenti dei grandi istituti di Stato, di liberalizzazioni e lotta ai monopoli per depotenziare le grandi aziende di Stato. La riforma della terra punta invece a rendere i governi locali meno dipendenti dalla vendita dei terreni, così da circoscrivere una delle principali cause di corruzione e abusi contro la popolazione. Mettere mano ai certificati di residenza favorirebbe l'urbanizzazione, in particolare delle città medio piccole e così la domanda e i consumi. Con un occhio a questo obiettivo la Cina guarda al sistema sanitario e pensionistico per liberare i cittadini da questi oneri.

Secondo alcuni osservatori il plenum avrà inoltre il compito di ricucire il rapporto tra partito e cittadini. Nelle due settimane che hanno preceduto l'appuntamento si sono verificati altrettanti attentati. Lo scorso 28 ottobre un suv lanciato sulla folla si è schiantato in piazza Tian'anmen facendo cinque morti (i tre passeggeri, di etnia uigura, popolazione turcofona e musulmana dello Xinjiang, e due turisti). Giovedì sette ordigni artigianali sono esplosi davanti agli uffici del Pcc a Taiyuan, nella Cina settentrionale, facendo un morto.



Scritto per l'Unione Sarda



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