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Oggi il tribunale di Murmansk, Russia, si pronuncerà sul fermo dell'attivista italiano di Greenpeace per il tentato assalto alla piattaforma Gazprom del gruppo di militanti internazionali a fine settembre. Ma in Russia l'ecologia non è di moda, soprattutto nell'era Putin...

Lucia Sgueglia

Martedi' 15 Ottobre 2013
MOSCA – In Russia l’ecologia non è mai stata troppo di moda, meno che mai nell’era Putin. Nel clamore mondiale sull’incarceramento degli attivisti Greenpeace per l’assalto alla piattaforma Gazprom nell’Artico, i primi a vedersi confermare l’arresto dal tribunale di Murmansk fino al 24 novembre, la scorsa settimana, sono stati proprio i 3 russi della spedizione: il fotografo Denis Sinjakov, il portavoce di Greenpeace Russia Andrei Allakhverdov e il medico di bordo Kathrin Zaspa. Lunedi tocca a D’Alessandro. Ma in patria la sorte dei connazionali commuove pochi: secondo un sondaggio il 66% dei russi supporta i “metodi duri” delle autorità contro l’equipaggio della Arctic Sunrise, visti come “agenti stranieri”. E se Vladimir Putin ostenta clemenza mettendo in dubbio il reato di pirateria loro contestato, il suo fedelissimo Igor Sechin presidente del gigante petrolifero Rosneft, li accusa di perseguire interessi commerciali: "Guardate chi li paga, chi è il loro sponsor”.
Non c’è da stupirsi, nella Russia post-2000 che ha fatto dello sfruttamento delle risorse naturali e dei proventi derivati dal loro export un asse fondamentale della propria politica e crescita economica. A colpi di petrodollari. Eppure i movimenti ambientalisti, benché minoritari, hanno una storia importante nello sviluppo democratico del paese: nati alla fine degli anni 80 con la perestroika dopo il disastro di Chernobyl da scienziati nucleari dissidenti, dopo la fine dell’Urss riuscirono a portare le proprie istanze fino alla Duma. Ma non si creò mai un vero partito verde, se non quelli foglia-di-fico del Cremlino. Poi l’oblio. Oggi a occuparsi d’ambiente sono rimasti piccoli attivisti a livello locale, significativamente schierati all’opposizione: dagli anarco-ecologisti che ogni anno campeggiano sul lago Baikal per ricordarne il drammatico inquinamento da scarichi industriali, alla lotta di Khimki, sobborgo alle porte di Mosca, per salvare il proprio bosco dalle ruspe, spina dorsale della nuova opposizione russa nata a Bolotnaya. Problemi prioritari, ereditati dall’Urss: il degrado dei fiumi, lo smaltimento di scorie nucleari che la Russia ora propone di “importare” anche dall’estero, le trivellazioni selvagge in Siberia che hanno espropriato le tribù indigene devastando l’ecosistema locale. E ora Sochi, con l’approssimarsi delle Olimpiadi 2014: Suren Ghazaryan, leader di una ong che denunciava la mega speculazione edilizia ai danni del Parco nazionale nel Caucaso Occidentale (riserva Unesco), sta scontando 5 anni in cella.
Ma la nuova frontiera è proprio l’Artico, che oggi con lo scioglimento dei ghiacci attira le brame delle maggiori compagnie mondiali e stati rivieraschi. La Russia è attualmente l’unico paese al mondo ad avervi lanciato la produzione di petrolio (in partnership con Exxon sull’estrazione, l’olandese Shell vorrebbe unirsi in fase esplorativa), che dovrebbe partire tra un anno. Impresa troppo pericolosa, secondo Greenpeace Russia, che accusa Gazprom di voler speculare sulle perforazioni nell’Artico: il 30 settembre il governo ha adottato una risoluzione speciale che regalerebbe alla compagnia (e a Rosneft) sgravi fiscali per 50 miliardi di rubli; senza i quali il progetto sarebbe costosissimo e dunque non redditizio. E ha lanciato una campagna per fermare la legge: "Se lo Stato approva questi benefici, il paese perderà più di 20 mld di dollari all'anno - il 5% di tutte le entrate federali", si legge sul sito web. Pronte 1 milione di firme per chiedere all’Onu di fare dell’Artico una riserva globale, sottratta alle giurisdizioni nazionali, come l’Antartide. La piattaforma inoltre violerebbe la legge russa poiché si trova nella zona del Parco Nazionale Artico.
Gazprom assicura che il rischio non c’è ed è ben preparata. Ma “Se la fuoriuscita di petrolio nel Golfo del Messico ha avuto effetti che si faranno sentire per decenni, nell'Artico le conseguenze si farebbero sentire per un secolo. Poiché non esiste a oggi nessun metodo per raccogliere il petrolio versato su ghiaccio”, avverte alla tv d’opposizione Dozhd Alexei Yablokov, consigliere dell’Accademia delle Scienze, capo della fazione Verdi nel partito liberale Yabloko ed ex fondatore di Greenpeace Urss (1987). Notando che il primo decreto da presidente di Putin, nel 2000, fu l’abolizione dell’Agenzia indipendente statale per la Protezione della Natura.
Nel frattempo, l’ex capitano della Arctic Sunrise lancia l’allarme: il rompighiaccio, lasciato in abbandono dopo il blitz, rischia di affondare rovesciando nella Baia di Kola più di 200 tonnellate di gasolio. Venerdi a Murmansk, coi primi due attivisti stranieri alla sbarra (britannici), il dibattito tra accusa e difesa ha assunto toni filosofici: la piattaforma, “galleggiante, va considerata come una nave, cioè proprietà danneggiabile?” Oppure, “ancorata al suolo saldamente da pilastri di cemento, è un'isola, e dunque inaffondabile?” Nella risposta sta il futuro dei 30 militanti.

Uscito ieri sulla Stampa di Torino



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