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SUL BUS DEGLI AFGHANI, STORIE DI VITA IN MOVIMENTO

Da Kabul a Mazar-e-Sharif ci vogliono 8-9 ore di pulman, puntando al nord, attraverso il passo Salang fino al confine con l'Uzbekistan. Storie di vita in movimento

Giuliano Battiston

Giovedi' 10 Ottobre 2013

Mazar-e-Sharif

É un viaggio lungo, un po’ scomodo, ma molto istruttivo, quello che porta da Kabul su su fino a Mazar-e-Sharif, capoluogo della provincia settentrionale di Balkh, a due passi dal confine con l’Uzbekistan. Tra la capitale afghana e la città principale del nord del paese c’è almeno un comodo e sicuro volo giornaliero. Ma viaggiare per strada insegna molte cose. E fa conoscere molte persone. Soprattutto se si scelgono gli autobus, invece delle più veloci “toyota corolla”. In genere sono pulman tedeschi, “regalo” della cooperazione.

Partono da Saray-e-Shomali, un’affollata piazza al nord di Kabul. Al centro della piazza c’è un giardinetto spelacchiato, chiuso da inferriate. Tutto intorno, la mattina si sistemano gli imbianchini in cerca di lavoro, con gli strumenti del mestiere in bella mostra. Aspettano silenziosi. Dall’altro lato della strada, gli autisti dei taxi collettivi urlano le loro destinazioni: “Charikar, Charikar!!”, “Dehmazang, Dehmazang”… Un biglietto per il bus Kabul/Mazar-e-Sharif costa 600 afghani (8 euro). Dà diritto a un posto a sedere, almeno 8 ore di viaggio (in questo caso 9), l’attraversamento dell’accidentato passo Salang e una buona compagnia.

Specchio del mosaico afghano: accanto a me c’è Mohammad Omar, un “electronic engineer” dagli occhi dolci e la voce bassa. Quando parla sembra che chieda scusa. Ha studiato al Politecnico di Kabul, dice, dove ha imparato un po’ di russo. Deve lavorare qualche giorno a Mazar, e il bus “è il mezzo più economico che c’è per arrivarci”. Sulla fila a sinistra c’è Bahman Ali, 34 anni, pelle scura, occhi stretti e sottili, i denti candidi, sempre pronti a modularsi in un sorriso contagioso. La sua famiglia è originaria della provincia di Bamiyan, ma lui vive in Pakistan, nel Belucistan, a Quetta, “una città dove è difficile trovare lavoro”. Conosce la differenza tra cattolici protestanti e ortodossi, a sentire il mio nome dice “come Julian Assange”, evoca la storia dell’Afghanistan, chiede conto di quella italiana.


Resterà a Mazar poco tempo. Poi gli toccherà tornare a casa. Da Mazar a Kabul, da Kabul a Kandahar, da Kandahar al confine di Spin Boldak, per poi entrare in Pakistan, avventurandosi nel turbolento Belucistan. “Una strada che non è adatta a uno straniero come te”, sostiene ridendo.

Davanti a lui c’è Wahidullah. Studente universitario, l’unico a indossare abiti “occidentali”, ha una camicia corta, i bicipiti bene in vista, un orologio pacchiano e un grosso anello all’anulare. “Faccio box da quando avevo 10 anni, racconta. Mi alleno ogni mattino. Quando non lo faccio, mi ammalo”. Vive tra Mazar-e-Sharif, dove abita il padre, e Kabul, dove c’è il fratello. Studia economia all’università di Balkh, ma vorrebbe passare un po’ di tempo all’estero. “Ho provato con la Turchia ma niente. Proverò con l’India, lì l’insegnamento è migliore che da noi”, spiega. Un amico del padre gli aveva proposto la Germania, per proseguire gli studi, “ma è troppo lontano. Mio padre è rimasto solo, e qui da noi non funziona come da voi: quando si compiono 18 anni, da voi si esce di casa. Qui, invece, è il momento in cui ci si deve prendere cura dei genitori”. Che vada all’estero o meno, Wahidullah vuole studiare: “il problema di questo paese è l’ignoranza. Voglio studiare e diventare importante, così da aiutare la povera gente”.

Davanti a me c’è un altro ragazzo. Scende quando arriviamo a 25 km da Mazar, all’incrocio con la strada per Hairatan, l’ultima città afghana prima dell’Uzbekistan. É lì che comincia il suo lavoro: “con il camion trasposto la benzina da Hairatan a Kandahar”, racconta. La strada è lunga: “se non ci si ferma mai, guidando giorno e notte, ci vuole un giorno e mezzo/due, altrimenti tre”. Ma è soprattutto pericolosa: “da Kabul in giù siamo scortati dalla polizia. I posti più pericolosi sono subito dopo Ghazni e, soprattutto, Qalat, prima di arrivare a Kandahar. Capita spesso che ci attacchino i Talebani. In quel caso, la polizia risponde al fuoco. Noi dobbiamo continuare diritti”.

Ashraf Ghani, uno dei candidati alle presidenziali del prossimo 5 aprile, annunciando la sua candidatura sul Wall Street Journal ha detto di voler “essere un ponte con la generazione più giovane, a cui spetta di ricostruire il paese”. Tecnocrate, per anni alla Banca Mondiale, già ministro delle Finanze nel primo governo a interim di Karzai, rettore dell’università di Kabul e, fino a pochi giorni fa, responsabile della “transizione”, Ghani sa di dover scontare i molti anni passati all’estero. Nell’intervista ha detto di aver fatto migliaia di viaggi, negli ultimi tempi. Di conoscere bene il paese, le persone, i loro problemi. Alle precedenti elezioni ha preso il 2,9%: piaceva agli occidentali, ma non agli afghani. Anche questa volta sarà difficile che conquisti i voti di gente come Mohammad Omar, Wahidullah, Bahman Ali e il camionista diretto nel cuore della guerriglia talebana.
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anche su L'Unità di giovedì 10 ottobre



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