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PARTAW NADERI, UN POETA A KABUL

Autore di numerose raccolte di poesie tradotte in molte lingue, poeta, scrittore e attivista sociale, Naderi racconta la storia recente dell'Afghanistan

Giuliano Battiston

Domenica 15 Settembre 2013

Kabul -
Quella di Partaw Naderi, un sessantenne dai modi pacati, i baffi brizzolati, lo sguardo dolce e riflessivo, è una storia afghana come molte altre. La storia di un uomo nato in un villaggio del Badakhshan, nella parte più bella e periferica dell’Afghanistan del nord, cresciuto in un ambiente incontaminato, in una comunità piccola e solidale, trasferitosi a Kabul per studiare Scienze naturali all’università e poi finito nel vortice burrascoso della storia. Quella che rimane nei libri di scuola. Che travolge le vite, le inghiotte e poi le risputa violentemente fuori in forma diversa, spesso irriconoscibile. Se oggi Partaw Naderi riesce ancora a riconoscere la forma della propria vita, se è capace di rintracciarne una linea di continuità, è grazie alla poesia. E’ questo a rendere la sua storia speciale. Oggi, infatti, Partaw Naderi è acclamato come il più importante poeta del suo paese in lingua dari (una variante del persiano).

“Ho cominciato a scrivere soltanto quando ero al terzo anno all’università di Kabul, partecipando a un concorso che, quasi senza accorgermene, ho vinto. E’ allora che ho capito che potevo esprimermi con la scrittura”, racconta Naderi, già primo presidente dell’Afghan Pen association, autore di molte raccolte di poesie tradotte in diverse lingue. Ma l’iniziazione all’universo poetico era avvenuta anni prima: “Mio nonno era un uomo religioso, un mullah, gli unici a quel tempo a disporre di libri nei villaggi come il mio. Tra questi, oltre ai testi religiosi nella libreria teneva una copia del Masnavi”, il libro considerato la pietra miliare della letteratura in lingua persiana, scritto dal poeta e mistico Sufi del tredicesimo secolo Rumi. “E’ grazie alle letture di mio nonno che ho cominciato a interessarmi alla poesia”, spiega.

Che ciò sia avvenuto attraverso un mullah non deve sorprendere: storicamente allergico alle interpretazioni ortodosse, aperto e tollerante, l’Islam afghano è sempre stato attraversato da una corrente di misticismo e spiritualità, di cui l’integralismo talebano non è che una breve, volgare parentesi (per quanto lungi dall’esaurirsi presto). Quelle storie recitate da un vecchio mullah in un villaggio sperduto dell’Afghanistan settentrionale avrebbero convinto un bambino di soli otto anni a coltivare la passione per la poesia e la letteratura per tutta la vita. Anche nei periodi più difficili. Come nei tre anni trascorsi in prigione, quando il regime filo-sovietico accusò Partaw Naderi, insieme a molti altri innocenti, di attività cospirative, sbattendolo a Pul-e-Charkhi, il famigerato carcere alla periferia di Kabul, fatto costruire negli anni Settanta dall’allora presidente Daoud Khan, e nelle cui celle si svolsero in seguito alcune delle torture più atroci inflitte agli oppositori (o presunti tali) durante il regime comunista.

Naderi ne sarebbe uscito in tempo per vedere l’ultimo soldato russo lasciare l’Afghanistan, nel 1989; per assistere, incredulo e impotente, alla progressiva affermazione del movimento talebano, nei primi anni Novanta; per imparare a conoscerne le atrocità e, ormai rassegnato, decidere di lasciare l’Afghanistan, nel 1997: “Dalla presa di Kabul da parte dei Talebani, ho resistito soltanto un anno. Poi abbiamo deciso di trasferirci in Pakistan, dove per molti anni ho lavorato per i programmi in lingua dari della Bbc, occupandomi dei servizi culturali e non solo”, racconta Naderi. Lasciare l’Afghanistan non è stato facile, spiega, “ma la situazione era diventata insostenibile. Sia dal punto di vista psicologico che fisico io e mia moglie ci sentivamo costantemente minacciati. Passeggiando per strada, dovevamo stare attenti. I ‘barbuti’ ce ne chiedevano conto. Poi hanno cominciato a perseguitare gli intellettuali e a distruggere il nostro patrimonio culturale, una ferita non ancora rimarginata”.

Di fronte all’ottusa aggressività dei seguaci del mullah Omar, Naderi ha capito che con quegli studenti coranici che promettevano sicurezza al costo della perdita di ogni libertà non c’era da scherzare: “A quel tempo facevo parte dell’Afghan Writers Association. Ricordo ancora quando presero molti dei nostri libri e li bruciarono. Non è stato l’unico episodio. I libri, anche i più preziosi, venivano usati per alimentare le stufe o per il fuoco da cucina. L’intero patrimonio architettonico, soprattutto quello buddhista, già compromesso dagli anni della guerra civile e dagli scavi illegali, veniva distrutto senza pietà, per sempre”. Per cinque, lunghi anni Naderi avrebbe assistito da lontano alla limitazione di ogni spazio di espressione artistico-culturale, “all’isolamento del paese, alla chiusura delle scuole e delle università”, alla sottile ma sistematica distruzione di un “patrimonio culturale che non ha eguali in tutta l’Asia centrale”, di cui le statue dei Buddha fatte esplodere dai Talebani nel 2001 nella valle di Bamiyan non sono che un esempio.

Tornato a Kabul nel 2002 con grandi aspettative, fiducioso nella rinascita culturale di un paese piegato dalla guerra ma “profondamente legato alla poesia e alla letteratura”, Naderi oggi sembra più deluso e amareggiato che fiducioso o soddisfatto: “Mi aspettavo qualcosa di diverso, è innegabile, e come me molti altri afghani. La comunità internazionale rivendica il successo nel settore dell’educazione. E’ vero, alcuni miglioramenti ci sono stati, ma temo che la quantità prevalga sulla qualità. La qualità degli insegnanti è molto bassa, e la tendenza generale, anche al livello universitario, è quella di dimenticare discipline fondamentali come la storia e la letteratura a favore di nozioni di base nel campo dell’Information Technology. Un passaggio troppo veloce e troppo poco consapevole. Come se un paese potesse sopravvivere e progredire senza conoscere da dove viene”, sostiene Naderi con un pizzico di risentimento.

Per lui, “i giovani studenti non conoscono più nulla del nostro paese, non ne conoscono la storia, non ne conoscono le radici. Basti un esempio: non sanno chi è Rumi, uno dei più importanti poeti di tutti i tempi, non sanno che è nato a Balkh, nell’attuale Afghanistan del nord, non sanno che è morto a Konya, oggi in Turchia. Soprattutto, pensano che le sue poesie non abbiano più niente da insegnarci. E’ questo il vero pericolo: dimenticarci del nostro patrimonio culturale. Sarebbe un tragico errore”, conclude sconsolato Naderi, che spiega di affiancare alle poesie anche la prosa e il linguaggio giornalistico per occuparsi “più direttamente delle questioni sociali che mi stanno a cuore”. Anche per questo, collabora con l’Afghanistan Civil Society Forum, una delle reti più estese e solide della società civile afghana, di cui dirige Zhwandoon, una rivista periodica dedicata all’attivismo sociale. E insegna storytelling a ragazzini di tredici anni per Plain Ink, un’associazione fondata dall’italiana Selene Biffi. “Insegno loro chi è Rumi: un poeta nato in Afghanistan ma che, come tutti i veri poeti, ha scritto opere dal valore universale, come il sole che sorge e che tramonta. Ogni giorno, dappertutto”.



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