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CINA,CHIUSO IL PROCESSO DEL SECOLO CONTRO BO XILAI 27/8/12

L'ex stella della politica cinese ha respinto i capi di imputazione. Il processo è stato presentato come una prova di trasparenza nella gestione della giustizia nella Repubblica popolare. Ma le ombre del più grande scandalo politico in decenni rimangono.

Andrea Pira

Martedi' 27 Agosto 2013
Due giorni, come si diceva alla vigilia, non potevano bastare per chiudere il processo del secolo in Cina e che vede imputato per corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere il deposto leader comunista Bo Xilai. Ieri, nel quinto giorno di dibattimento, c'è stata l'arringa finale. I reati di cui è accusato sono “gravi”, in teoria comportano la pena di morte. L'accusa chiede una condanna severa. Tra gli osservatori di vicende cinesi c'è chi ritiene che sarà a 15, forse a 20 anni di carcere.

SCANDALO POLITICO Nell'aula del Tribunale intermedio di Jinan, nella provincia orientale dello Shandong, si sta chiudendo uno dei più grandi scandali politici della storia recente cinese, che nell'ultimo anno e mezzo ha decretato la caduta di uno dei principali esponenti del gotha politico del Dragone e portato scompiglio nel processo di transizione che lo scorso novembre culminò con il passaggio alla leadership cui spetterà guidare il Paese per i prossimi dieci anni. Il 64enne ex numero uno del Partito nella megalopoli di Chongqing è riemerso giovedì da diciotto mesi di detenzione. Le prime immagini lo ritraevano stretto tra due agenti che superavano il suo quasi un metro e novanta di altezza. Uno stratagemma, si è pensato, per mostrarlo indifeso e debole.

La difesa di Bo è stata invece definita “energetica” dalla stampa internazionale che ha seguito il dibattimento attraverso le informazioni pubblicate dal tribunale sul proprio canale Weibo, l'equivalente cinese di Twitter. Un'apertura alla trasparenza, nonostante nel corso dei lavori non siano mancati i sospetti su sforbiciate subite dalle trascrizioni fornite di volta in volta per non esaltarlo e i giornalisti cinesi si siano dovuti attenere all'agenzia ufficiale Xinhua nel coprire l'appuntamento.

I SOSTENITORI Insolite sono state anche le manifestazioni fuori dal tribunale di sparuti gruppi di sostenitori di Bo Xilai, segno che la popolarità acquistata durante gli anni al potere a Chongqing continua, forse addirittura tra le file del Pcc. Una popolarità costruita con richiami al maoismo e politiche che enfatizzavano l'intervento statale in economia e la redistribuzione della ricchezza.

La linea difensiva di Bo è stata negare tutte, o quasi, le accuse che gli sono state rivolte. Ha ritrattato la confessione rilasciata durante la detenzione. Sette mesi in mano alla Commissione disciplinare del Pcc, prima di essere affidato alla magistratura, durante il quale ha detto di essere stato trattato civilmente, ma di aver anche subito una «impropria pressione psicologica». Ha ribattuto alle dichiarazioni di due uomini d'affari che lo accusano di aver ricevuto mazzette per un valore di 3,3 milioni di euro, cifra se si vuole bassa rispetto ad altri casi contro funzionari cinesi. Ha infine smentito le testimonianze dei suoi due principali accusatori: la moglie Gu Kailai, della quale ha messo in dubbio la stabilità psicologica, e il suo braccio destro ai tempi del potere a Chongqing, Wang Lijun, «un bugiardo».

LA VILLA Le parti più attese dei lavori in aula sono state proprio la video testimonianza della moglie e il faccia a faccia con l'ex capo della polizia nella megalopoli sul fiume Yangtze, la cui fuga nel consolato Usa di Chengdu e il tentativo di chiedere asilo politico furono a febbraio dell'anno scorso l'innesco di tutta la vicenda. Una trama degna di un noir, trasformatasi in una saga familiare che ha svelato la vita e le connessioni di uno degli esponenti dell'aristocrazia rossa cinese. Il punto di partenza sono gli anni in cui Bo era sindaco di Dalian, città nel nordest della Cina. Lì si sarebbe cementata la relazione con Xu Ming, uno degli imprenditori che accusa l'ex ministro del Commercio. Xu ammette di aver elargito tangenti e regali alla famiglia Bo, in particolare a Gu Kailai e al figlio della coppia, Bo Guagua. Si parla di studi e viaggi pagati, ma soprattutto di una villa a Cannes.

IL FACCENDIERE Quest'ultima proprietà è alla radice dei dissapori tra la donna e Neil Heywood, il faccendiere britannico il cui cadavere fu ritrovato in un albergo di Chongqing a novembre del 2011 e per il cui omicidio Gu Kailai è stata condannata a morte, con sospensione della pena, in pratica quindi all'ergastolo. La villa, è emerso durante il procedimento, fu gestita tramite una società di comodo a metà tra Gu e un architetto francese.

Quando a Bo fu affidato l'incarico a Chongqing, Gu temette che la proprietà all'estero venisse a galla e usò Heywood come prestanome. Dissapori finanziari fecero precipitare la situazione. Pare che l'uomo abbia minacciato il giovane Guagua. Credendo il figlio in pericolo, Gu decise di uccidere Heywood. Wang Lijun, allora super-poliziotto a Chongqing e braccio armato nella campagna contro le triadi, mise al corrente il suo capo dei sospetti sulla moglie. A sua volta Gu rassicurò il marito fornendo un certificato che attestava la morte per cause naturali di Heywood. Ci fu poi un diverbio tra Bo e Wang e la fuga di quest'ultimo verso il consolato di Chengdu, perché a suoi dire si sentiva in pericolo. Tutti i poliziotti che si erano interessati al caso erano infatti scomparsi e anche lui si sentì minacciato. Per Bo, dietro tutto ci fu il segreto amore di Wang per Gu.

CARISMA Bo Xilai ha tenuto fede all'immagine di leader carismatico che lo ha contraddistinto quando era al potere. Le uniche ammissioni di responsabilità riguardano questioni minori: il non aver prestato attenzione a come 600mila euro siano finiti nelle casse di famiglia e gli errori nella gestione della fuga di Wang, poi condannato a 15 anni di carcere per corruzione e diserzione.

UN COPIONE La dinamica degli eventi ricalca le indiscrezioni trapelate in questi mesi. In molti ritengono che anche la difesa battagliera di Bo sia il risultato di un copione prestabilito e che dietro tutto il procedimento ci sia in realtà un accordo. D'altra parte l'imputato è pur sempre un “principino rosso”, figlio di Bo Yibo, uno dei rivoluzionari che assieme a Mao Zedong contribuì a fondare la Repubblica popolare. La propaganda ha voluto enfatizzare il caso come un esempio della volontà del Pcc di colpire i funzionari corrotti, chiunque essi siano, e del rispetto dello Stato di diritto. Quelle garanzie di cui, dicono i critici, le vittime della campagna contro la criminalità organizzata lanciata a Chongqing non hanno goduto.

Scritto per l'Unione Sarda



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