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La nuova guerra afgana

Surge americano

STRAGE AL FUNERALE

Kabul, strage senza fine

KABUL IL GIORNO DOPO

2001-2013 BILANCIO DI DODICI ANNI DI GUERRA AFGANA 17/7/13

Cosa resta in Afghanistan dopo oltre trent'anni di conflitto un terzo dei quali combattuto sotto la bandiera della Nato. La sudditanza della politica e la scelta di privilegiare l'opzione militare. Il ruolo giocato dall'Italia. Cosa ci si può aspettare dal futuro

Questa analisi è uscita sul numero di maggio della rivista di storia contemporanea "I sentieri della ricerca", diretta da Angelo Del Boca

A sn, due stampe antiche britanniche

Emanuele Giordana

Mercoledi' 17 Luglio 2013

Il “maggio” afgano del 2006

Verso la fine di maggio del 2006, a cinque anni dalla fuga dei talebani e mentre si va stabilizzando l'occupazione militare dell'Afghanistan, suona a Kabul un campanello d'allarme. Non riguarda il ritorno in scena della guerriglia in turbante o qualche attentato di Al Qaeda, il mantra su cui si concentra l'attenzione occidentale, ma la popolazione della capitale. Una scintilla provoca una vera e propria sommossa popolare che si scatena, improvvisamente e imprevedibilmente, prendendo di mira tutto quel che trova sul suo percorso. All'origine di una rivolta di massa spontanea e assolutamente non organizzata, di cui fanno le spese tutti gli obiettivi riconducibili all'Occidente o al governo di Karzai, c'è un “banale” incidente stradale tra mezzi militari americani, che allora usavano scorrazzare in città ad alta velocità, e una dozzina di auto di residenti della capitale. Nell'incidente ci sono almeno cinque morti e un conseguente sussulto d'orgoglio che si trasforma in protesta diffusa. Il 30 maggio il bilancio ufficiale supera la dozzina di vittime, tra cui un poliziotto, e più di 130 feriti. Paradossalmente alcuni giornali puntano l'indice su balordi di periferia e gang criminali1 anche se gli stessi soldati americani fanno almeno una parziale ammenda. Benché qualche più avveduto notista2 commenti quella vicenda fornendo ben altri elementi, il fatto passa abbastanza inosservato. In un certo senso invece, proprio quell'episodio segna la prima vera occasione per comprendere che, giusta o sbagliata che si ritenesse quell'invasione da Occidente, giustificata o meno che si considerasse l'occupazione dell'Afghanistan, qualcosa stava andando storto.
Il maggio del 2006 segnò forse il punto di non ritorno: la dimostrazione che l'armata dei liberatori, come effettivamente la truppa straniera era stata accolta dopo l'uscita di scena dell'odioso regime talebano, si stava inevitabilmente trasformando in una truppa d'occupazione. Distante e arrogante come tutte le truppe d'occupazione e incapace, per sua stessa natura, di costruire un rapporto con gli afgani che mirasse davvero alla ricostruzione del Paese. Qualsiasi militare di buon senso ammetterebbe del resto che il suo mestiere è la guerra, non la pace. Le cartucciere, non le matite da disegno. Le caserme, non le scuole3.
Uno dei problemi maggiori di quel conflitto sta proprio nel fatto che, per oltre dieci anni, si è cercato di dimostrare il contrario: che eravamo lì per ricostruire una nuova democratica nazione e che, per farlo, bisognava però puntare sull'elemento militare cui è stato sacrificato il 90% del budget impiegato dai Paesi della coalizione nel Paese dell'Hindukush. Se ne vedono ora i risultati. Che a ben vedere erano già visibili nel maggio del 2006.

Il mantra della sicurezza

Durante tutta la prima fase della permanenza della Nato e delle truppe americane (anch'esse poi passate in larga maggioranza sotto il comando unificato di Bruxelles che però diventa presto monopolio di comandanti solo americani4) la sicurezza è la prima se non l'unica preoccupazione. Tutto il resto (governance, giustizia, diritti, ricostruzione) passa sensibilmente in secondo piano e resta comunque condizionato dall'aspetto militare (Usaid, l'agenzia di cooperazione statunitense è arrivata ad accettare che sui progetti umanitari fosse giustifica una spesa del 40% legata alla security). L'aspetto militare è prioritario, oscura la politica, fa passare in secondo piano la ricostruzione democratica e civile del Paese, obiettivo dichiarato dell'invasione. Lo stesso concetto di sicurezza ne esce stravolto: quest'ultima, anziché essere declinata come “sicurezza umana” (degli individui e in senso lato della società afgana attraverso l'erogazione dei servizi essenziali) diventa in realtà una sorta di ossessione, una rincorsa che privilegia soprattutto la sicurezza degli occupanti. Lo svolgersi dei diversi summit che si susseguono lo conferma. Tra il 2008 e il 2010, il vocabolario della Nato e della diplomazia internazionale introduce i termini di “afganizzazione” e “transizione”, quest'ultimo teorizzato nella Conferenza di Kabul del luglio 2010, in sostanza il passaggio di consegne della gestione della guerra all'esercito nazionale afgano, passaggio da completarsi entro il 2014, anno che dovrebbe segnare l'uscita di scena dal Paese delle truppe internazionali5 . Ma tutte le conferenza internazionali6 che avevano l'obiettivo di definire l'aspetto “civile” del conflitto e fare il punto sulla ricostruzione vengono sempre e inevitabilmente accompagnate – o precedute - da conferenze dei Paesi Nato che definiscono il quadro militare, contraltare dunque ineludibile e di riferimento, l'aspetto principale dell'avventura afgana. Sarà sufficiente ricordare che fu il summit Nato di Chicago del 2011, che seguiva a quello di Lisbona del 2010 dove si era definitivamente affacciato il termine “transizione”, quello in cui i Paesi convenuti decretarono ufficialmente l'uscita di scena delle truppe, segno evidente che i politici sceglievano l'ambito militare per dettare l'agenda. In quell'occasione inoltre, i membri dell'Isaf/Nato accettarono di finanziare l'esercito afgano rendendo note le cifre da allocare (l'Italia si è impegnata a fornire 120 milioni di euro all’anno nel triennio 2015-2017), esattamente all'opposto di quanto, qualche mese dopo, avveniva nel vertice “civile” di Tokyo7, la Conferenza dei donatori che avrebbe dovuto determinare (dopo quello militare) il futuro della democrazia afgana. Del resto, la spesa militare ha sempre fatto la parte del leone. Se già i 28 Paesi membri della Nato spendono correntemente per il mantenimento della struttura oltre 1000 miliardi l'anno (circa due terzi della spesa militare mondiale), il costo per Paese della missione in Afghanistan è stato elevatissimo. Difficile calcolarlo esattamente ma i dati, seppur approssimativi, sono impressionanti, soprattutto per gli americani8. Quanto all'Italia, il costo della guerra in Afghanistan è lievitato a oltre 700 milioni di euro l'anno.

Spesa civile e spesa militare

«Per il 2012 – scrive Giuliano Battiston - la partecipazione del contingente italiano alla missione Isaf-Nato e, in misura molto ridotta, a quella della forza europea Eupol, vale quasi 748 milioni di euro, a cui si aggiungono poco più di 3 milioni per le attività della Guardia di finanza»9. Nel 2007, l'impegno finanziario (votato allora semestralmente) era di circa 320 milioni di euro l'anno con una truppa di poco inferiore alle 2000 unita10. Sostanzialmente si passava, nell'arco di un quinquennio, a un raddoppio del contingente e della cifra. Da uno a due milioni al giorno. Sul piano civile? La cooperazione civile diminuiva costantemente: fino al 2007 l'Italia aveva speso circa 300 milioni di euro (230 effettivamente erogati sino a quel momento), cifra che è andata decrescendo. Nel 2012 per la cooperazione allo sviluppo, venivano stanziati poco più di 34 milioni di euro, da distribuire tra le attività in Afghanistan, in Pakistan e in altre aree di crisi, in sostanza circa il 5% della spesa totale militare (inferiore cioè al rapporto 1 a 9 che comunemente viene indicato come la percentuale della spesa civile rispetto a quella militare)11.
Con queste premesse, difficile aspettarsi grandi risultati come già l'episodio del maggio 2006, quando comunque il livello di investimento civile era più alto, stava cercando di dimostrare. I sondaggi, commissionati dalla Nato e, più raramente, da istituzioni indipendenti, mostrano per altro, nell'ultimo quinquennio, un'inequivocabile crescita dello scontento che riguarda sia la presenza degli stranieri (accusati di badare in sostanza più alla propria sicurezza che non a quella degli afgani) sia verso il governo di Hamid Karzai (rieletto nel 2009 al suo terzo mandato – se si conta anche il primo interim – in elezioni fortemente funestate da accuse di brogli e compravendita di voti12) ritenuto troppo acquiescente con gli stranieri. I sondaggi riconoscono che nel solo campo dell'istruzione gli afgani percepiscono passi avanti: ed effettivamente, i risultati sono evidentissimi. . Secondo i dati contenuti in una ricerca della Ong britannica Oxfam del 201113, dal 2001 al 2010 la comunità internazionale aveva investito in questo settore poco meno di due miliari di dollari: tra il 2007 e il 2008 risultava che circa il 60% dei bambini afgani e il 42% delle bambine andava alla scuola primaria con un balzo evidente rispetto al solo 2005 ( rispettivamente 43% e 29%). Più in generale, se all'epoca dell'emirato talebano solo 900mila bambini andavano a lezione, nel 2009 erano 6,7 milioni. Nel caso delle bambine, si va da una stima di 5mila durante l'emirato a 2,4 milioni! Ma compiaciuti del salto nel settore dell'istruzione, gli afgani restano sostanzialmente insoddisfatti sul piano dei servizi (sanità, acqua, luce etc) e sulle prospettive di lavoro, uno degli elementi più interessanti su cui vale la pena soffermarsi e che non sembra essere rientrato nelle preoccupazioni della comunità internazionale.

Il futuro del lavoro

Per quanto, soprattutto a Kabul ma anche in altre città dell'Afghanistan, l'occhio dell'osservatore venga costantemente colpito dalla quantità di lavoro nel settore dell'edilizia - verificabile nella crescita esponenziale delle nuove aree edificabili, nell'enorme quantità di nuove lottizzazioni e nel rifacimento di interi quartieri - la condizione di chi lavora resta in Afghanistan precaria anche nel fiorente settore dell'edilizia che sembra sfruttare una bolla speculativa infinita. Lo stesso si può dire del sistema bancario e finanziario che, a parte il grande scandalo della Kabul Bank14, sembra godere di un boom senza precedenti, con l'apertura continua di nuovi sportelli e l'arrivo dei primi bancomat. Ma sotto l'apparente scintillio del trend urbano, in gran parte legato alla presenza militare occidentale, agli aiuti allo sviluppo e alla assai meno visibile produzione e lavorazione di stupefacenti, gli interrogativi non mancano. Se è più difficile verificare con quali proventi si nutra l'investimento in edilizia soprattutto residenziale, più facile è forse determinare a cosa sia dovuto il rafforzamento dell'afghanis, la moneta della Repubblica, il cui stato di cambio col dollaro è rimasto a lungo invariato (50 per un dollaro) fino ad apprezzarsi di quasi il 5% sulla moneta americana e sull'euro negli ultimi due anni. In effetti la sola massa di circolante in valuta estera dovuta alla spesa militare, gran parte della quale in contanti, sembra aver autorizzato un rafforzamento artificioso della divisa locale con un effetto perverso. D'altro canto, l'aiuto esterno allo Stato afgano è stato nel periodo 2010/11 di oltre 15 miliardi di dollari, ossia quasi quanto l'intero Pnl (circa 17,2 mld di dollari nel periodo 2010-11, che non tiene però conto del denaro prodotto con traffici illeciti, come quello ad esempio di oppio ed eroina)15.
Uno studio commissionato dall'Ilo16 ricorda che gran parte della ricchezza nazionale proviene del settore economico informale-tradizionale, largamente dominato da un'agricoltura in affanno (che occupa il 59% degli afgani) cui si è aggiunto un dinamico settore di nuovi servizi (che occupano il 24,6% degli afgani conto il 12,5% del settore manifatturiero) che rischia però di contrarsi - essendo legato alla presenza straniera - una volta completato il ritiro dei contingenti militari nel 2014.
Con un ingresso nel mercato del lavoro di circa 400mila giovani ogni anno, la maggior parte del lavoro che il Paese è in grado di offrire è dunque nel settore informale, quello cioè che non fornisce garanzie di futuro e protezioni assicurative. Se dunque il tasso di disoccupazione è relativamente basso (7,1%, ossia circa 823mila persone sopra i 15 anni su una stima di una massa di forza lavoro nel 2012 di 11,5 milioni di afgani) la gran parte dei lavoratori è sotto-impiegata o impiegata in lavori precari e saltuari. Il 60% della forza lavoro, che si trova nel settore primario, lavora in condizioni di mera sussistenza. E, mentre la forza lavoro del settore manifatturiero è stimata a solo mezzo milione di afgani, tutte le altre occasioni di occupazione, concentrate nelle aree urbane, dipendono sia dall'offerta di lavori precari o stagionali (come avviene nell'edilizia) o da servizi di vario tipo molti dei quali, quelli che garantiscono un miglior salario, legati alla presenza straniera e alle diverse forme di aiuto che verranno progressivamente meno con la riduzione dell'impegno militare e, presumibilmente, della cooperazione internazionale.
Nel contempo, come si diceva, la moneta si è rafforzata su dollaro ed euro in un quadro regionale che seguiva il trend opposto: il rial iraniano, la rupia pachistana, la divisa tagica, si sono deprezzate sulle valute forti mediamente della metà del loro valore mentre l'afghanis si apprezzava di oltre il 4%. Ne consegue che a fronte di una capacità di esportazione già molto bassa, agli stessi afgani conviene importare, dai manufatti alla verdura, dai Paesi vicini. In un certo senso, far eseguire un cancello da un artigiano di Peshawar in Pakistan, è più conveniente per un abitante di Kabul che farlo saldare nella sua città!
Un aspetto molto importante dell'economia del futuro (e un'altra ombra sulla ricchezza di domani del Paese) riguarda invece lo sfruttamento dei minerali di cui l'Afghanistan è molto ricco, anche se al momento la legislazione a riguardo (per ottenere permessi di sfruttamento e garantire royalties) resta opaca e gravida più di promesse che di effetti positivi possibili a breve e medio termine17.

Il futuro militare

Tornando all'aspetto militare, i circa 140mila soldati presenti in Afghanistan a fine 2011 vanno man mano riducendosi di numero. Gli Stati uniti hanno completato nel 2012 il rientro a casa dei 33mila soldati inviati in Afghanistan da Obama nel dicembre 2008, mentre la Francia ha annunciato il completamento del ritiro del suo contingente entro il 2013. Gli altri Paesi che hanno aderito all'Isaf dovrebbero completarlo nel 2014 lasciando, probabilmente con un nuovo mandato Nato, un limitato contingente di forze non combattenti per l'addestramento dell'esercito nazionale. La posizione americana resta abbastanza ambigua come ambiguo resta lo status delle basi e delle forze statunitensi che se ne dovranno prendere cura, come garantisce l'accordo siglato, dopo un lungo negoziato, tra Washington e Kabul nell'aprile 2012. Quanto all'Italia, la posizione è alquanto fumosa, almeno per ciò che riguarda i tempi del ritiro, comunque da compiere entro il 2014. Sino ad oggi, ci sono state soltanto mezze frasi, qualche ammissione, pochi numeri. Ma quel che è forse più inquietante è l'acquiescenza con cui il parlamento italiano, salvo debite eccezioni, ha sorvolato sulla notizia uscita nell'estate del 2012 riguardante l'uso dei bombardieri italiani in Afghanistan da parte delle nostre forze armate18. Il 2 agosto il sottosegretario di Stato per la difesa, Filippo Milone rispondeva a un'interpellanza urgente dell'onorevole Di Stanislao (Idv) e altri in cui si chiedeva chiarezza al ministro Di Paola sulla luce verde data all'impiego dei nostri caccia Amx nell'operazione congiunta Shrimp Net, se cioè «vengono impiegati con sgancio di bombe per queste attività o per azioni preventive: ad esempio, le bombe a guida laser...» e «se e quali decisioni siano state adottate in relazione agli indirizzi espressi dal Parlamento che non consentivano di effettuare bombardamenti e se non ritenga di dover riferire circa le operazioni nelle quali i contingenti italiani sono impegnati nell’utilizzo degli Amx con sgancio di bombe». Nel rispondere, Milone ricorda «...l'audizione del Ministro degli affari esteri e del Ministro della difesa presso le Commissioni riunite e congiunte esteri e difesa di Camera e Senato, nel corso della quale è stato illustrato al Parlamento il quadro complessivo della situazione e delle prospettive delle principali missioni internazionali per il corrente anno. In quella occasione il Ministro Di Paola si è ampiamente soffermato sulla necessità di garantire il massimo livello possibile di sicurezza e protezione, in primis, per i nostri militari, ma anche per i contingenti alleati e per le forze di sicurezza afghane....Di conseguenza il Ministro ha fatto presente la necessità di poter far ricorso a tutti i nostri mezzi schierati in teatro, compresi gli aerei per il supporto tattico ravvicinato, gli AMX, al meglio delle relative capacità operative...In caso di attacco è indispensabile, proprio per tutelare le vite dei nostri militari, poter contare su tutte le capacità potenzialmente disponibili (il corsivo è nostro ndr) per ingaggiare direttamente - reagendo nel minor tempo possibile, con precisione ed efficacia - le sorgenti di fuoco e indirettamente - ma con effetti altrettanto determinati - i supporti operativi per le comunicazioni e le informazioni degli insurgents. Si tratta di interventi puntiformi. È questa la tipologia di impiego dei nostri assetti aerei, come chiaramente illustrato dal Ministro....(tali azioni) sono vincolate ai principi del diritto internazionale, pattizio e convenzionale, con particolare riguardo al diritto umanitario e sono appositamente studiate per prevenire al massimo il rischio di danni collaterali. Questa è esattamente la linea del Governo che il Ministro Di Paola ha doverosamente portato all'attenzione del Parlamento». In sostanza la Difesa ammetteva i bombardamenti, li trovava del tutto compatibili con un'attività militare ordinaria e si sentiva di aver rispettato il Parlamento avendo doverosamente portato alla sua attenzione uno stato di fatto già in essere e mai discusso in sede parlamentare. L'iniziativa di Di Stanislao19 non ha echi, né sulla stampa né in Parlamento, come se effettivamente l'uso dei bombardieri (ad ora non si sa con quante azioni e con quali effetti collaterali20) rientrasse nella più totale normalità. Una normalità che anche su un altro capitolo, il “pilastro giustizia”21, la cui responsabilità era stata assunta dall'Italia in sede internazionale, vede una totale assenza di dibattito nelle aule parlamentari che non si sentono in dovere di affrontare la fallimentare esperienza, poi lentamente abbandonata, della riforma del sistema penitenziario e del codice di procedura penale. Ombra (ombre) su cui nemmeno i commentatori e gli osservatori di cose afgane si interrogano se si esclude un pregevole dossier curato nel 2007 dal CeSPI22 per il ministero degli Esteri le cui indicazioni però non sembrano mai essere state seriamente valutate.

Il futuro politico e il negoziato di pace

Da una maggior chiarezza sul fronte dell'impegno militare dovrebbe derivare una maggior chiarezza sul futuro politico del Paese e sul negoziato di pace, al momento più una vocazione che una realtà. Il futuro prossimo è gravato dunque perlomeno da tre grossi interrogativi:
1) La permanenza di truppe e basi statunitensi in territorio afgano e l'effettiva autonomia da Washington dell'Ana, l'esercito nazionale afgano, visto che, a parte il sostegno economico per pagare gli stipendi, e quello nel settore della formazione, ancora non è chiaro quale ruolo dovrebbero svolgere le truppe di stanza sul territorio afgano (mero controllo della basi? Intervento di sostegno all'Ana in caso di necessità? Monitoraggio per prevenire atti contro la sicurezza nazionale degli Usa? Spionaggio e/o appoggio logistico per i droni da usare in Pakistan?)
2) Il futuro politico di Karzai (che non può costituzionalmente ripresentarsi alle elezioni) e della sua compagine governativa che non hanno ancora indicato un delfino23. E la nebulosa sugli equilibri nel parlamento e nelle stanze dei bottoni e dunque l'atteggiamento verso il negoziato con i talebani, visti, da talune formazioni che privilegiano una spartizione etnica del potere nazionale, anche come un possibile ritorno dell'egemonia pashtun
3) Il possibile negoziato di pace: con quali mediatori e con quali attori? Con quali meccanismi per coinvolgere (neutralizzandone dunque il potere “sommerso”) i Paesi confinanti, in particolare Pakistan e Iran? Col rafforzamento di altre iniziative diplomatiche (come il cosiddetto processo di Istanbul ad esempio) che accompagnino il processo di transizione dalla guerra alla pace? Con quali iniziative infine (diplomatiche, di investimento e cooperazione nel settore civile, di rafforzamento della società civile e dei diritti delle donne etc) sostenere la riconciliazione nazionale cui non è estraneo il concetto di giustizia e di impunità rispetto al passato?
Al momento sono interrogativi senza risposta e sono direttamente collegati alla trascuratezza con cui l'elemento politico e civile è sempre passato in secondo piano rispetto al problema militare. All'interno di una logica che né la politica, né i media, né l'opinione pubblica sembrano per ora ancora in grado di ribaltare.


Note

1 New York Times, 30 maggio 2012, After Riots End, Kabul's Residents Begin to Point Fingers
2 Si veda il sito www.historycommons.org Context of 'May 29, 2006: Kabul Riots Suggest Discontent over Development and Governance'. Interessante la ricostruzione, da testimone oculare, che ne fa Pietro De Carli nel suo recente Afghanistan nella tempesta (Albatros, 2012)
3 La confusione dei ruoli tra militari e umanitari è stata oggetto di un grande dibattito esteso anche al ruolo dei Prt (Provincial Reconstruction Team). Si veda, per citarne uno soltanto tra l'altro già del 2006: L. Olson, Fighting for humanitarian space: Ngos in Afghanistan, Journal of Military and Strategic Studies, Fall 2006, Vol. 9, Issue 1
4 Dal febbraio del 2007, la Isaf/Nato è stata sempre a comando americano: col generale Dan K. McNeill, sostituito nel giugno 2008 dal generale David D. McKiernan. Dal maggio 2009 il comando passa al generale Stanley A. McChrystal; nel giugno 2010 tocca al generale Deavid Petraeus e, dal 18 luglio 2011, al generale dei marine John Allen
5 Secondo dati Nato (8 ottobre 2012) vi sono attualmente in Afghanistan 104, 905 soldati da 50 nazioni. Gli Usa hanno 68mila soldati, la Gran Bretagna 9.500, la Germania 4.737, l'Italia 4mila, la Francia (che ha annunciato il ritiro entro il 2013) 2418. (www.nato.int/isaf/docu/epub/pdf/placemat.pdf)
6 La prima è stata la Conferenza di Bonn del 2001 seguita da quella di Berlino del 2004. In seguito: Londra 2006, Roma (sul ruolo della giustizia) 2007, Parigi 2008, Mosca 2009, L'Aja 2009, Londra 2010- Kabul2010, Bonn 2011, Tokyo 2011. Quest'ultima è stata definita l'”ultima grande conferenza sull'Afghanistan”. Era concentrata sull'aiuto al comparto civile e si è chiusa con una promessa di 16 miliardi in quattro anni sino al 2015
7 L'Italia ad esempio, a Tokyo non ha quantificato esattamente il suo impegno finanziario per la ricostruzione mentre a Chicago la cifra venne ufficializzata. A Tokyo fu solo la determinazione dei giapponesi a far si, vincendo non poche resistenze, che alla fine venisse stabilita almeno la cifra complessiva da fornire agli afgani
8 Reuters 29 giugno 2001: Cost of war at least $3.7 trillion and counting. L'articolo integra la cifra di un trilione di dollari fatta da Obama rispetto alle guerre in Iraq, Afghanistan e Pakistan con le valutazioni- tra 3,7 e 4,4 trilioni – del progetto "Costs of War" del Watson Institute for International Studies della Brown University
9 Monti rifinanzia la guerra , il manifesto, 1 febbraio 2012
10 Giordana E., Afghanistan, Editori riuniti, 2007, pp 82-83
11 Si vedano ad esempio i lavori della Ong italiana Intersos sul rapporto tra spesa civile e spesa militare tra cui: Missioni militari e cooperazione allo sviluppo. Finanziamenti 2006-2009 - raffronto e considerazioni, Intersos, Link 2007 (http://www.cosv.org/public/download/Link2007Raffrontocoopmil.pdf)
12 Giunchi E. Giordana E, Afghanistan delusione elettorale e nuova opzione militare, in Asia Maior, Guerini, 2009
13 Si veda il dossier di Oxfam Girl's education in Afghanistan, Febbraio 2011. L'Italia è tra i finanziatori più bassi (pp.8)
14 Shakeela Ahbrimkhil, Karzai Holds Special Kabul Bank Tribunal, 31 ottobre 2012 (www.tolonews.com)
15 Ahmed Rashid e Barnett Rubin, nel loro articolo per Foreign Affairs del dicembre 2008, From Great Game to grand bargain, sostenevano che la coltivazione dell'oppio, ormai un elemento portante dell'economia illegale e sommersa, poteva produrre un introito in denaro pari a metà dei proventi derivati dell’export legale afghano e, secondo il New York Times, contribuiva al 60% del Pil.
16 Ilo Afghanistan Office (commissionato da), Afghanistan: Time to move to Sustainable Jobs, maggio 2012
17 Secondo il governo di Kabul, le miniere contribuiranno al Pnl per il 25% dal 2016 e per il 50% dal 2024. La stima dei geologi americani è che l'Afghanistan alberghi minerali per oltre un triliardo di dollari. I sovietici avevano già scoperto questo tesoro rinunciando però a sfruttarlo per questioni legati alla logistica e alla capacità estrattiva. I cinesi sono attualmente i più attivi nel settore.
18 Si vedano gli articoli di A. Gaiani, Bombe italiane contro i talebani, Il Sole24Ore, 7 luglio 2012 e quelli di G. Battiston ed E. Giordana su Il manifesto del 15 luglio 2012 che apriva il giornale col titolo “Bombe d'estate”. Ancora su Lettera22 (www.lettera22.it) G. Battiston, Missili e aiuti la schizofrenia italiana in Afghanistan, 18 luglio 2012. Il primo a dare notizia della svolta è G. Cadalanu, L'Italia mette le bombe sui caccia. Potranno colpire obiettivi a terra, La Repubblica, 27 gennaio 2012
19 Di Stanislao presentava il 30 ottobre del 2012 anche un'interrogazione sulla controversa uccisione nella provincia di Herat della piccola Benafshah, uccisa da soldati italiani nel maggio 2009 la cui ricostruzione è stata fatta da G. Battiston su il manifesto (si veda http://www.lettera22.it/showart.php?id=12324&rubrica=64) e da V. Pellizzari nel suo In battaglia quando l'uva è matura, uscito per Laterza nel 2012
20 l dibattito sui “danni collaterali” riconduce al problema delle vittime civili della guerra. Si veda E. Giordana, La congiura del silenzio sulle vittime afgane, 31 ottobre 2012 (www.lettera22.it) o il capitolo dedicato dal già citato saggio di V. Pellizzari
21 In proposito si veda il bel saggio di A. De Lauri, Afghanistan. Ricostruzione, ingiustizia, diritti umani, Mondadori 2012
22 Si veda la sintesi del curatore G.Rufini, Afghanistan sette mosse per uscire dallo stallo. Un piano proposto dal CeSPI, Il Riformista, 28 marzo 2007
23 Le elezioni presidenziali sono state fissate per aprile 2014



N.B.
L'edizione originale è stata pubblicata nel n 16 della rivista della Edizioni Centro studi "P. Gnocchi" e può essere richiesta direttamente all'qui


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