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AFGHANISTAN: PACE SOCIALE PRIMA CHE POLITICA 1/7/2013

I rappresentanti della società civile afghana suggeriscono un doppio approccio al processo di pace: quello politico-diplomatico, che spetta alle istituzioni ma deve coinvolgere la popolazione, e quello sociale, tra comunità. Per ricostruire la "fabbrica sociale" del paese

Giuliano Battiston

Lunedi' 1 Luglio 2013

Kabul - “Sulla pace, perlomeno nei prossimi mesi, non mi faccio illusioni. Quel che mi auguro invece è un cessate il fuoco, che riguardi tutto il paese. Quello sì che sarebbe un segnale importante”. Aziz Rafiee, direttore dell’Afghan Civil Society Forum Organization - uno dei network più importanti della società civile afghana - sembra avere le idee chiare. Non si aspetta risultati immediati dalla recente apertura dell’ufficio politico dei Talebani in Qatar. Sa bene che i nodi irrisolti del conflitto sono ancora tanti. Soprattutto, è convinto che una pace politica, frutto di negoziazioni diplomatiche, sia una condizione necessaria ma non sufficiente per stabilizzare il paese. “Quel che è veramente importante – spiega – è la pace sociale, la ricostruzione della ‘fabbrica sociale’ del paese, andata distrutta in tanti anni di guerra, il recupero della nostra identità condivisa. Ogni non ci si fida più gli uni degli altri. Se non sapremo recuperare la fiducia reciproca, ogni accordo politico sarà un semplice pezzo di carta”.

Aziz Rafiee non è l’unico, in Afghanistan, a pensare che al processo politico negoziale vada affiancato un più lungo e complesso processo di ricostruzione dei legami sociali tra le varie comunità. Anzi, a giudicare dalle voci che ho raccolto nel corso di cinque mesi di ricerca sul campo in 7 diverse province per conto della rete italiana Afgana (www.afgana.org), è proprio questo il punto su cui più insistono i rappresentanti della società civile: la necessità di un doppio approccio al processo di pace. Lo spiega bene Qader Rahimi, che a Herat è il responsabile dell’Associazione indipendente per i diritti umani: “Ci sono due meccanismi per favorire la pace. C'è il meccanismo del dialogo politico, quello promosso dal governo, dalle istituzioni. E c'è il meccanismo del dialogo sociale, promosso dalla gente, dalle comunità. I conflitti sociali, tra comunità, possono essere risolti con le jirga, le shura, i consigli tradizionali”.

All’estremo opposto del paese, a Jalalabad, la principale città della provincia di Nangarhar, lungo la strada che da Kabul porta al confine con il Pakistan, la questione è ancora più sentita: “Anziché di una riconciliazione portata avanti dal governo, che per molti afghani è illegittimo quanto i Talebani, ci sarebbe bisogno di una riconciliazione comunitaria, portata avanti dai leader tribali, dalla gente che fa parte delle comunità locali e che è veramente rispettata”, sostiene Baz Mohammad Abid, giornalista di Radio Mashaal, la costola locale di Radio Free Europe. Per Naqibullah “Saqib”, preside della Facoltà di scienze politiche della Nangarhar University, “dopo trent’anni di conflitto bisogna concentrare l’attenzione su percorsi praticabili dal basso, a livello comunitario. Se la gente vuole produrre cambiamenti veri e positivi, può farlo”. Ne è convinta anche Sima Samar, portavoce della Commissione indipendente per i diritti umani: “senza il sostegno e la fiducia della gente, nessuna leadership, per quanto capace, è in grado di ottenere la pace, che va costruita tra la gente”, mi ha spiegato prima di contestare lo stato di confusione in cui versa sia il governo afghano che la comunità internazionale nel processo di pace.

A Herat, c’è chi biasima il governo ma non risparmia critiche neanche ai cittadini ordinari: “contesto l'inefficacia del governo ma contesto anche la passività della gente, che rimane inerte, semplice spettatrice”, afferma Aziza Khairandish, coordinatrice per l’area occidentale del paese del Civil Society Human Rights Network. Per lei, “troppi afghani rimangono in attesa di vedere quel che succederà e quel che gli altri – prima i mujahedin, poi la comunità internazionale – possono fare per loro. Al paese servirebbe un atteggiamento opposto”. A Mazar-e-Sharif, capoluogo della provincia settentrionale di Balkh, le fa eco Farzana Asra, studentessa universitaria e giornalista per una radio-tv locale: “gli afghani dovrebbero essere più partecipi, costruire la pace con le loro mani, se aspettiamo che la comunità internazionale, il governo o gli insorti trovino una soluzione, sarà difficile avere pace in questo paese. Tocca a noi”.

Il guaio, spiega Idrees Zaman, giovane direttore di Cooperation for Peace and Unity, tra i più accreditati centri di ricerca di Kabul, è che in alcune aree del paese, soprattutto quelle rurali, “le comunità locali vorrebbero contribuire alla pace, ma sono troppo occupate a sopravvivere e tendono all'accettazione, al quieto vivere”. Per questo “occorre mobilitarle. Così facendo, si evita il rischio che i conflitti locali vengano politicizzati e strumentalizzati e diventino conflitti nazionali”. “Quando le ragioni sotterranee di un conflitto locale vengono risolte, automaticamente c'è un miglioramento. I problemi locali crescono pian piano. Prevenirli significa ridurne gli effetti potenziali”, aggiunge Asif Karimi, che lavora per The Liaison Office, un’associazione che promuove il dialogo in alcune delle aree più difficili del paese.

Alla base del loro lavoro e di quello portato avanti da molti altri gruppi, c’è l’idea che la pace sia responsabilità di tutti: “La pace è come un frutto, deve avere il tempo di maturare, non nasce dal nulla. E’ come un albero i cui rami rappresentano la giustizia, la sicurezza, la libertà. Il governo deve garantire la solidità dei rami. Ma la popolazione devono assicurarsi che l’albero abbia sempre acqua fresca e non appassisca”, mi ha detto Taher Mufid, un rispettato leader religioso, quando mi ha ospitato a casa sua, nella periferia di Mazar-e-Sharif.




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