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Il rifugio sicuro della guerra permanente

AFGHANISTAN, GUERRA INFINITA

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DA RAQQA CON FURORE

Italiani a Farah: assistere o combattere?

UN VICERE’ AMERICANO A KABUL

La nuova guerra afgana

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Kabul, strage senza fine

KABUL IL GIORNO DOPO

DIARIO AFGHANO 2: LA SINISTRA, LA GUERRA, IL CONSENSO 28-06-2012

In Afghanistan, come in ogni paese sotto occupazione militare, c'è qualcosa che manca e qualcosa di troppo: sovranità e immunità. Nella foto, la vista di Kandahar dai "quaranta gradini" (G.Battiston)

Giuliano Battiston

Venerdi' 28 Giugno 2013

Kabul -Negli anni scorsi la sinistra italiana ha passato molto tempo a contestare la presenza dei soldati italiani in Afghanistan: “via le truppe d’occupazione dall’Afghanistan”, strillava l’uno. “Portiamo a casa i nostri ragazzi, sono in Afghanistan contro il dettato della Costituzione”, tuonava l’altro per non essere da meno. Tutti pronti a criticare l’occupazione del paese centro-asiatico, passato in pochi mesi dall’occhiuta vigilanza dei barbuti islamisti alla muscolare esibizione di potere degli americani, convertito da regime paranoicamente chiuso in se stesso a repubblica islamica sì, ma fondata sugli aiuti internazionali e sull’economia di guerra anarco-liberista.

Con il tempo le voci si sono fatte più timide, lo sdegno è rientrato, l’abitudine ha prevalso, la sinistra si è silenziosamente accomiatata da se stessa. Oggi che i soldati italiani hanno cominciato a rientrare (ce ne sono circa 3.000 rispetto ai 4.000 di qualche mese fa), sono rimasti i grillini a chiedere retoricamente quel che non possono ottenere, il ritiro immediato del contingente militare. Lo fanno a modo loro, un po’ ingenuamente, con mozioni che sembrano temi da scuola superiore più che atti parlamentari (http://issuu.com/beppegrillo/docs/mozione_ritiro_truppe_afghanistan_v3). Ma ci provano. E ci prova anche il partito di Vendola, che tenta di incarnare il dissenso alla missione di guerra in modo più articolato (http://emgiordana.blogspot.com/2013/06/la-mozione-di-sel-sullafghanistan.html), ma senza grande efficacia.

Nel paese e in parlamento l’assuefazione alla guerra infatti è ormai virale, e i pacifisti sono impegnati nella sacrosanta ma prosaica battaglia contro gli F-35 (http://www.sbilanciamoci.org/2013/06/taglia-le-ali-alle-armi-sugli-f-35-lennesimo-rinvio/), piuttosto che sulla contestazione ideale di una guerra lontana e ormai perduta. L’assuefazione viene meno, occasionalmente e a intermittenza, solo per due ragioni: quando si ricorda quanto ci costa tenere in Afghanistan i nostri 3.000 soldati (oggi un po’ meno di 2 milioni di euro al giorno), e quando muore qualche soldato italiano. L’ultimo della lista è il capitano Giuseppe La Rosa, 31 anni, del terzo reggimento bersaglieri della Brigata Aosta. E’ morto l’8 giugno a Farah, nel sud-ovest dell’Afghanistan.

Farah è un posto infame, dimenticato da Dio, soprattutto d’estate. Ci si arriva da Herat con qualche ora di macchina, lungo una strada asfaltata e comoda, ma molto, molto pericolosa. Chi decide di viaggiare, lo fa a suo rischio e pericolo. Gli agguati sono all’ordine del giorno, soprattutto dopo Shindand: Farah è luogo di transito fondamentale per i gruppi talebani che provengono dalle province del sud, Nimroz e in particolare Helmand, una delle roccaforti dei “turbanti neri”. La città è piccola e vivace, ma vive in una perenne tensione, sotterranea ma percepibile. Chi lavora per il governo, nell’amministrazione provinciale, nei tribunali, spesso va in giro armato. Sa di essere un obiettivo. Teme gli omicidi mirati. A Farah ci si guarda intorno con sospetto e ci si fida solo degli amici più stretti. I delatori, gli informatori possono essere ovunque. Le “barbe finte” si dividono tra afghani, iraniani e pakistani. Il commercio informale regge l’economia: armi e droga. Gli americani hanno un PRT (Provincial Reconstruction Team) e provano a fare la voce grossa. Gli italiani bombardano (che il parlamento non abbia mai avallato i bombardamenti pare cosa secondaria, http://www.sbilanciamoci.org/2012/07/bombe-italiane-in-afghanistan/). I risultati però sono scarsi. Perché i Talebani si fanno sentire dove vogliono. Sono ambiziosi e spregiudicati. Hanno colpito perfino il compound del governatore, che si muove sempre meno. Quei pochi Talebani che hanno deciso di abbandonare le armi, sono ospiti dei servizi segreti afghani, ma si lamentano perché non hanno lavoro né soldi e non possono rientrare nei villaggi di origine. Se lo facessero, molto semplicemente qualcuno gli taglierebbe la testa. Aspettano qualcosa o qualcuno, e sono contenti di parlare con gli stranieri che li cercano per farsi raccontare i perché della lotta armata e i perché della rinuncia alle armi.

Chi ha la sfortuna di capitare nel posto sbagliato nel momento sbagliato finisce all’ospedale provinciale, dove non è insolito veder arrivare qualche “turbante nero” sanguinante che chiede soccorso e poi si dilegua. L’ospedale è diretto da un omone simpatico e sorridente, il dottor Abdul Jabar. Due anni fa mi ha ospitato per una settimana in una delle sale interne dell’ospedale destinate ai dottori in visita. Anche l’estate scorsa avrebbe voluto farlo. Ma “non possiamo garantire la sicurezza”, mi ha detto. Sono stato costretto ad alloggiare nell’albergo municipale: 50 dollari a notte per una stanza troppo calda a cui ho preferito il giardino sotto le stelle. Sono comunque tornato a visitare l’ospedale. La sala operatoria era rimasta uguale: un tavolaccio al centro, uno scaffale vuoto, “neanche i liquidi per disinfestare gli strumenti chirurgici”, si è lamentato l’infermiere capo, che parla un discreto francese.

Il capitano Giuseppe La Rosa è morto poco distante dall’ospedale del dottor Jabar. In una città che non ha mai visitato se non a bordo di un veicolo militare. La mattina dell’8 giugno il capitano La Rosa stava rientrando alla base quando una granata è piombata all’interno del “Lince” su cui viaggiava. Subito dopo l’attentato si è diffusa la voce che a lanciare la granata fosse stato un bambino di 11 anni. I titolisti dei giornali italiani sono entrati in estasi: un talebano di 11, un barbuto senza barba, una vittima della propaganda jihadista, niente di meglio per distinguere la morte di La Rosa dalle 52 precedenti: http://www.repubblica.it/esteri/2013/06/08/news/militare_italiano_morto_afghanistan-60642139/;
http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/1099188/afghanistan-ucciso-un-soldato-italiano-ragazzino-di-11-anni-lancia-bomba-nel-lince.shtml.

I giornalisti, unanimi, hanno subito dato per buona e rilanciato la versione dei Talebani. Sul sito dell’Emirato islamico d’Afghanistan gli studenti coranici scrivevano che un ragazzino di 11 anni con un atto “coraggioso ed eroico” aveva dimostrato “l’assoluto odio degli afghani verso gli invasori infedeli che occupano il nostro paese da un decennio”. Io ho preferito verificare. Ho chiamato una vecchio conoscenza di Farah, un giornalista che in passato mi ha dato una mano e con cui abbiamo bevuto molte tazze di tè. Si chiama Abdul Rahman Zhwandai e da diversi mesi è il portavoce del governatore di Farah. Mi ha detto subito che non si trattava di un bambino, ma di più uomini, su due motociclette. L’ho scritto nel pezzo mandato al Manifesto. Il giorno successivo, il 9 giugno, il ministro della Difesa Mario Mauro e quello degli Esteri, Emma Bonino, negavano l’ipotesi che l’attentatore fosse un bambino. Qualche giorno dopo, Mauro dichiarava alle agenzie che il colpevole era stato individuato: un ragazzo di circa 20 anni. Quell’uomo – ha sostenuto Mauro – sarebbe stato trasferito in Italia per il processo.

Ecco il punto: un ragazzo afghano accusato di aver compiuto un attentato contro gli italiani viene processato in Italia. Vi suona naturale? A me no. Il perché è legato a un’altra storia. La storia di Benafshah (http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-storia-di-benafshah/). L’ho già raccontata. Per questo, la faccio breve, anche se meriterebbe semmai di essere raccontata meglio e più in profondità.
Il 3 maggio del 2009, intorno alle 10.30 del mattino, nei pressi di Mir Daud, a pochi chilometri dall’ingresso di Herat, un’automobile Toyota proveniente da Farah incontra tre mezzi blindati stranieri che viaggiano in direzione contraria. Gli stranieri sono italiani. Tricolori. Pochi istanti dopo Benfashah, 13 anni, è morta. Colpita in testa, il volto sfregiato e ormai irriconoscibile. Benafshah è stata uccisa da un soldato italiano. Su questo non ci piove. La dinamica dei fatti è controversa: nell’intervista che mi ha concesso, la madre di Benafshah, Fawzia – che quel giorno le sedeva accanto e che nessuno ha mai cercato per sentire la sua versione - sostiene che gli italiani non hanno eseguito le procedure previste in questi casi e che hanno voluto uccidere. Gli italiani sostengono di aver seguito tutte le procedure previste e che si è trattato di un incidente (il colpo fatale sarebbe rimbalzato sull’asfalto). Non è questo il punto. Non qui perlomeno. Il punto è che il soldato che ha ucciso Benafshah è stato processato dal tribunale di Roma. Così prevede la legge.

Ricapitoliamo: una bambina afghana di 13 anni viene uccisa in Afghanistan da un soldato italiano. Il soldato viene processato in Italia, secondo le leggi italiane. Un ragazzo afghano uccide in Afghanistan un soldato italiano. Il ragazzo afghano viene processato in Italia, secondo le leggi italiane. L’italiano che compie un omicidio in territorio afghano, dunque straniero, risponde alla legge italiana. L’afghano che compie un omicidio sul suo territorio risponde alla legge italiana. Continua a suonarvi naturale? A me no. Manca qualcosa, e c’è qualcosa di troppo. Quel che manca è ciò che a ogni latitudine viene chiamata sovranità. Quel che c’è di troppo è ciò che a ogni latitudine viene chiamata immunità. Agli afghani manca la sovranità in casa propria. Gli italiani godono dell’immunità in casa altrui (e quando non ce l’hanno la rivendicano, come dimostra il caso indiano dei due marò, come racconta Miavaldi qui http://www.minimaetmoralia.it/wp/india-maro-terzi/). Gli italiani sembrano avere tutti i diritti. Gli afghani nessuno. Così va la vita, direte voi. La guerra è una questione di forza, di potere. Il più forte decide le regole, e dunque ha più diritti. Forse è così. Ma le guerre si vincono e si perdono con il consenso, non con la forza. E la Nato ha perso da un pezzo la guerra coi barbuti talebani proprio perché non ha nessun consenso tra gli afghani. Non che ce l’abbiano i talebani, si intenda. Ma gli afghani pretendono rispetto e rivendicano sovranità in casa propria. Quella che le truppe straniere non possono restituirgli, fino a quando resteranno in Afghanistan. La morale? Dal pantano afghano non si esce se non riconoscendo quella verità troppo sguaiatamente urlata dalla sinistra italiana in passato e oggi dimenticata: le truppe che pretendono di portare libertà e democrazia e combattere il “terrorismo” sono truppe d’occupazione. E come tali vengono percepite.



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