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La missione Nato avrà meno uomini e saranno "non combattenti". Ma il rilievo dato all'Italia nel vertice dell'Alleanza ci fa diventare, come i tedeschi, un target più mirato. La varie posizioni della galassia talebana. Il viaggio in Iran della guerriglia in turbante

Nella foto, bombardamento aereo italiano con un caccia Amx

Emanuele Giordana

Domenica 9 Giugno 2013

Kabul - Non c'è bisogno di fare una telefonata all'Aise, i servizi di sicurezza che si occupano dell'estero, per capire che, da qualche giorno a questa parte, gli italiani sono nel mirino più del solito. Precisamente da quando il vertice della Nato del 5 giugno a Bruxelles ha dato luce verde alla “nuova” missione dell'Alleanza Resolute Support. Che di nuovo, salvo la riduzione numerica dei militari di stanza in Afghanistan e la vocazione non combattente della truppa, non ha nulla. Tutto è infatti rimasto come prima e il comando italiano nell'Ovest è già un dato di fatto come lo è quello tedesco nel Nord.

Il fatto è che il vertice assegna a Italia e Germania (e forse Turchia) un ruolo “mediaticamente” più esposto pur se dal punto di vista operativo e politico non cambia di fatto quanto già oggi esiste sul terreno. Così come è altrettanto vero che un ruolo di nazione “leader” significa avere più truppa di altri nel teatro. I tedeschi hanno già dato i loro numeri in aprile (600-800 unità) e i talebani hanno risposto che ciò avrebbe esposto Berlino a maggiori ritorsioni. Ora tocca all'Italia (in cui la Difesa concorda una cosa e il premier ne pensa un'altra...) che numeri non ne fa. Ma è difficile mettere in relazione l'attentato di ieri con una nuova direttiva strategica talebana contro gli italiani. Basta però fare due più due per capire che siamo più esposti e già da l'altroieri circolava un'allerta sulla possibilità di attacchi mirati contro chi rappresenta il tricolore.

Discorso diverso per Ankara: basta leggere quanto il sito dell'Emirato talebano Voce della Jihad (VoJ) scriveva il 13 maggio in occasione della liberazione di quattro prigionieri turchi grazie «alla buona volontà, umanità e islamica simpatia» nei confronti «della nazione musulmana turca». Del resto a un Paese che è orgoglioso di non aver ucciso un solo afgano e che si trova defilato in una regione del Nord, finora è andata bene: ebbe due morti nel 2009 ma per un incidente stradale. Altri 12 soldati morirono nello schianto di un elicottero ma i talebani non c'entravano. Se ora riprenderanno la responsabilità della capitale (come già in passato) le cose cambieranno?

Il quadro si complica per il fatto che i talebani sono una compagine disomogenea, come dimostra l'attacco alla Croce rossa (Icrc) di fine maggio. In un comunicato apparso sempre su VoJ i talebani hanno reso nota la loro estraneità a un attentato che hanno condannato ribadendo che non è un target «chi aiuta la popolazione senza avere legami con l'intelligence». A riprova di questa visione confermavano la loro apertura ai programmi di vaccinazione antipolio, fortemente osteggiati invece dai loro cugini in Pakistan. Le diverse fazioni, che rispondono a logiche o finanziatori diversi, rendono complessa la lettura di una strategia che ha comunque cambiato la sua tattica comunicativa senza che ciò possa però rappresentare tutte le fazioni della galassia in turbante, più o meno jihadista, qaedista o semplicemente legate a traffici politici o criminali.

Se dunque le azioni talebane non rappresentano mai tutte le anime del movimento (così come le rivendicazioni non si sa mai bene a quale fazione corrispondano), la delegazione che nei giorni scorsi si è recata a Teheran indica però come si sta muovendo il segmento più numeroso, nazionalista e diplomaticamente attivo e che è riconducibile alla cerchia di adepti di mullah Omar, definita più o meno impropriamente “Shura di Quetta”.

Non è la prima volta che un esponente talebano viene invitato in Iran, ma in questa occasione è stata una missione ufficiale dell'ufficio politico dell'Emirato, qualcosa in più rispetto ad altre “visite”, in Giappone e in Francia l'anno scorso. Sarebbe avvenuta su «invito formale» iraniano. La lettura corrente è che – dice a Killid magazine l'analista politico Wahid Muzhda - questo incontro serviva a Teheran per mostrare i muscoli a Washington, indicando che gli ex nemici (i talebani) sono ora possibili collaboratori in caso di attacco alla repubblica islamica. Ma la lettura può anche essere ambivalente: i talebani mostrano a Karzai la loro capacità di “governo ombra” e forse anche al Pakistan che l'Emirato non è poi così dipendente da Islamabad.

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