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Analisi: le molte incognite che accompagnano il disimpegno occidentale verso una stabilizzazione che non si vede

Emanuele Giordana

Giovedi' 2 Maggio 2013

Se per tentare di definire il futuro dell'Afghanistan si può prendere per certo il fatto che per la fine del 2014 si completerà il ritiro delle truppe ISAF/NATO, tutto il resto appare come una nebulosa. Elezioni presidenziali (previste sempre per il prossimo anno), futuri assetti di potere interno e processo di pace, economia, rapporti con i paesi confinanti: sono tutti elementi di incertezza.

In realtà, anche l'uscita di scena della NATO pone non pochi problemi. Il ritiro delle truppe ISAF/NATO è in corso da tempo, ma ogni paese della coalizione lo sta declinando a suo modo con un coordinamento solo apparente di Bruxelles: la “exit strategy” è definita secondo esigenze nazionali. Di per sé la cosa non sembra preoccupare particolarmente il governo afgano: che nel tal paese si acceleri e nell'altro si prolunghi la ferma, la scadenza è il dato cui, più o meno obtorto collo, tocca conformarsi. Ma tutta una serie di questioni restano aperte sul piano militare: le più importanti riguardano gli americani, con cui il presidente Karzai ha aperto un vero e proprio contenzioso negli ultimi mesi.

La tattica adottata dal presidente afgano è abbastanza evidente: in cerca di consensi per ritagliarsi una posizione importante nel futuro del paese, ha criticato duramente gli USA sul punto più sensibile, cioè lo status delle truppe (10-12.000 unità) che resteranno dopo il 2014 a difesa di alcune basi che gli americani intendono presidiare per un periodo indefinito. Poiché è cruciale per Washington assicurarsi giuridicamente l’immunità dei propri soldati, l’amministrazione Obama ha intanto ceduto su un altro cavallo di battaglia di Karzai: lo status dei prigionieri afgani detenuti nella base americana di Bagram. Dopo diversi rinvii, gli USA hanno infatti accettato di consegnare praticamente tutti i combattenti detenuti in Afghanistan all'autorità di polizia giudiziaria afgana. Quanto a un altro punto controverso sempre in evidenza – i bombardamenti aerei e i “danni collaterali” – la nuova offensiva di Karzai contro i vertici americani e NATO ha avuto gioco facile nel mettere sotto accusa gli autori delle due ultime stragi di vittime civili (raid aerei nella provincia di Kunar): la NATO e gli americani hanno dovuti scusarsi e promettere inchieste con maggior solerzia che in passato. Questo clima complessivo, in pieno ritiro occidentale, consente al presidente afgano di alzare la posta per ottenere garanzie su ciò che più gli preme: gli stipendi e il rifornimento di armi e mezzi all'esercito nazionale (ANA) garantiti almeno sino al 2020; la presenza di soldati NATO come addestratori ma di fatto presenza militare “amica” in chiave anti-talebana; la trattativa sulle strutture e infrastrutture militari (caserme, depositi, mezzi ecc.); la continuazione della politica degli aiuti sancita dalla Conferenza di Tokyo del luglio 2012.

Una suggestiva analisi sul New York Times di William Dalrymple, paragona Karzai a Shah Shuja - il monarca che fu reinsediato sul trono afgano dai britannici attorno al 1840. È con una simile chiave di lettura che va letto il recente atteggiamento di Karzai quando “morde la mano” che lo nutre. Il presidente non si può ripresentare alle elezioni presidenziali dell'anno prossimo ma sta cercando di ritagliarsi un ruolo, e il voto sarà il vero test della forza di quel che resta della cosiddetta “Alleanza del Nord”. I ballon d'essai non mancano, come quelli che indicano il ministro dell'Istruzione Ghulan Faruk Wardak oppure un fratello del presidente, ma è presto per fare ipotesi più concrete. Oltre alle rivalità tribali, si tratta in realtà di capire chi sarà in grado di esercitare le proprie pressioni sui diversi territori del paese, utilizzando – come sapientemente ha saputo fare proprio Karzai – un fitto reticolo di potere, attraverso la promozione di governatori, capi della polizia, amministratori locali.

I dubbi maggiori restano quelli relativi al processo di pace, per ora più intenzione che realtà. L'ufficio politico dei talebani a Doha non è ancora stato aperto e la delegazione che farebbe capo a mullah Omar per ora passa pigramente i suoi giorni nella capitale del Qatar rifiutando abboccamenti con gli europei e qualsiasi contatto con gli emissari di Karzai, che pure continua a tender loro la mano, mentre non è chiaro che rapporti si siano intessuti con gli americani. È possibile che aspettino la fine del 2014, ma il tempo sembra aumentare le divisioni nel disomogeneo mondo “talebano”, frazionato in gruppi che hanno agende e strategie diverse. Il percorso di pacificazione potrebbe trarne vantaggio.

Il processo di pace è poi intrecciato ai rapporti coi vicini più importanti: Pakistan e Iran, e in seconda battuta India e Cina. Karzai ha recentemente aperto al Pakistan, dando rassicurazioni sul fatto che Islamabad avrà titolo a partecipare al negoziato di riconciliazione nazionale. Ma se il Pakistan controlla (in modo più o meno diretto) una larga fetta dell'insurrezione afgana – o ha quantomeno capacità di pressione e di indirizzo – anche Teheran può giocare una partita importante (in virtù del controllo che esercita su gruppi di combattenti nell'Ovest del paese).

Anche gli indiani sono molto attivi e considerano il dossier afgano fondamentale negli equilibri con Islamabad. I cinesi, per parte loro, hanno interessi importanti nello sfruttamento delle risorse minerarie e sono orientati a favorire un patto regionale di stabilità. Lo stesso vale del resto per Mosca.

Come sostiene un recente rapporto (Partners for Stability) del German Council on Foreign Relations (DGAP), il tema della cooperazione regionale sarà la chiave di lungo termine per la stabilità dell’Afghanistan dopo il 2014. Per ora, le posizioni degli attori regionali restano distanti e l'avvio del cosiddetto “Processo di Istanbul” non sembra sufficiente a configurare un'arena negoziale o una camera di compensazione/composizione, anche se intanto si registra la crescita del ruolo della Turchia.

Nel frattempo, il boom economico che la capitale sta vivendo e che riguarda soprattutto il settore edilizio ha l'aspetto di un'enorme bolla speculativa (che attira certamente capitali ma ricicla anche i proventi dell'economia illegale). Il rischio è che nel paese, il cui PIL è quasi pari all'aiuto esterno, possa esplodere una crisi economica senza precedenti. Siamo in presenza di un mercato del lavoro - che vede ogni anno l'ingresso di 400mila nuovi soggetti - dominato dal lavoro informale in una cornice connotata da forti diseguaglianze sociali e dove un terzo della popolazione vive ancora in condizione di insicurezza alimentare. La “bomba economia”, piuttosto sottovalutata, rischia di essere insomma il prossimo vero rischio in grado di minare anche il processo di riconciliazione nazionale.

Questo articolo è stato scritto per AspeniaOnline



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